Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for luglio 2010

– Segreti e Bugie – 1996 – ♥♥♥ e 1\2 –

di

Mike Leigh

Viene subito da pensare, guardando questo film di Mike Leigh vincitore della palma d’ oro al Festival di Cannes, che i personaggi all’ interno di esso esprimono un realismo e una sincerità che raramente incontriamo in un’ opera cinematografica. Il regista inglese è come se li fotografasse senza mai arrogarsi il diritto di giudicare le loro azioni, lascia loro la libertà di manifestarsi per quello che per loro il copione ha deciso, lasciando che trasmettano allo spettatore tutti i lati del loro carattere. Sul volto di Cynthia, una perfetta e bravissima Brenda Blethyn, si leggono perfettamente le sfumature di una madre che ha commesso troppi errori nella vita e che sembra nuotare ormai nel dolore ma che nonostante tutto vuole mettere nuovamente alla prova se stessa di riuscire a donare affetto a quella figlia di colore che non aveva voluto perchè troppo giovane. La telecamera di Leigh è quasi sempre fissa ed è proprio grazie a questa statica inquadratura che lo spettatore ha modo di intercettare con efficacia il dinamismo delle emozioni dolorose della protagonista, sempre desiderosa di condividere con la propria famiglia il proprio dolore interiore. I protagonisti sono tutti proletari del microcosmo britannico che lottano nel loro quotidiano non solo con i problemi economici ma con la difficoltà di comunicazione e le bugie che ne derivano. Ciò che stupisce è proprio la forza con la quale questi semplici personaggi vengono descritti e come lavori come la spazzina o l’ operaia prendono finalmente voce anche al cinema in un’ epoca, quella (1996) e ancor più la nostra nella quale certi ceti sociali non vengono mai rappresentati con estremo realismo sul grande schermo. l’ Happy Ending è del tutto inaspettato e arriva quasi silente sullo schermo, dopo che il regista ci ha deliziato con la bellissima e corale sequenza della festa di compleanno, nella quale tutti gli attori danno prova di essere al loro meglio. Ed è proprio quel finale che fa riaccendere la speranza di un messaggio quanto mai attuale anche oggi: “Che vita è se è continuamente offuscata dalle nostre bugie?”. Messaggio sottinteso nella esplicita battuta pronunciata dal personaggio paciere interpretato da Timothy Spall: ” Non ne posso più, perchè non ci diciamo la verità?” .

( La Solitudine di Timothy Spall, derivante dalle bugie  )

( La Festa di compleanno)

Annunci

Read Full Post »

– About Elly – 2010 – ♥♥♥ e 1\2 –

di

Asghar Farhadi

E’ insolito ultimamente che ci giunga un film iraniano che non parli di Teheran o dei villaggi interni nei quali regna la povertà più estrema. In questo sorprendente film di Farhadi, infatti, troviamo tutti gli elementi capaci di renderlo un film decisamente differente: il dinamismo nei movimenti di macchina e una sceneggiatura ricca di elementi nascosti che portano lo spettatore ad analizzare ciò che vede. Dopo un’ inizio apparentemente lineare e con toni da commedia, inaspettatamente (dopo più di mezz’ ora) il regista iraniano ci introduce il dramma della sparizione della giovane maestrina Elly, invitata ad una gita sul Mar Caspio dalla madre di una delle bambine dell’ asilo dove insegna. Il cambio di registro da quel momento è piuttosto evidente e Farhadi ce lo demarca con improvvisi cambiamenti nei movimenti di macchina che passano dall’ essere più statici a diventare dinamici tallonando i protagonisti con frequenti riprese a spalla. Dietro una storia apparentemente normale il regista ci parla di ciò che un regime teocratico come quello iraniano provoca all’ interno degli animi di un gruppo di giovani iraniani, nei quali sembrano essere molto più importanti le rigide regole morali che la verità. Nella struttura sceneggiativa questo About Elly (titolo che da l’ illusione di essere un film leggero) assomiglia molto a L’ Avventura di Michelangelo Antonioni: un gruppo di giovani sono in vacanza, una ragazza scompare e da quel momento in poi tutti i rapporti all’ interno del gruppo sembrano non essere più come al principio. Ma come ho accennato prima, di quella storia che Antonioni raccontava in maniera decisamente esistenziale Farhadi ne fa un pretesto per analizzare le sottintese conseguenze morali di un regime fondato sui doveri morali religiosi. I protagonisti della vicenda sono differenti dai soliti personaggi che siamo abituati a vedere nei film iraniani, perchè sembrano liberi o quanto meno sembrano indifferenti alle costrizioni politiche in atto a Teheran, così tanto da concedersi un week end spensierato e lontano dalle proprie abitudini. Lo stesso protagonista maschile Ahmad è emigrato in Germania ed è reduce da un divorzio con una tedesca che farebbe ben sperare sulla sua differente apertura mentale. Ma è proprio dall’ inatteso che viene fuori una cruda verità: quella che dimostra a tutti loro ( e anche a noi spettatori) che molto spesso è più difficile liberarsi dei propri pregiudizi e dei propri scrupoli religiosi che di un regime politico. Quella bugia finale detta dalla protagonista Sepideh ( una molto espressiva Golshifteh Farahani) rappresenta proprio il crollo di una dignità femminile che in quel paese mediorientale sembrerebbe non riuscire ad essere rispettata come si dovrebbe e che spesso è calpestata proprio all’ interno del nucleo familiare dai rappresentati maschili di questo stesso. La regia sceglie di posizionare  più personaggi davanti la macchina da presa, proprio per farci gustare la coralità delle vicende, che coinvolgono tutti i protagonisti, e sceglie dei dialoghi spesso concitati e in preda alle emozioni dei personaggi che purtroppo sono distrutti da un impietoso e pessimo doppiaggio italiano che sceglie (in maniera del tutto inconcepibile) di doppiare anche i momenti di canto o di gioco rendendo così quei particolari momenti freddi e teatrali, ma soprattutto con un risultato finale che comunica allo spettatore finzione scenica e non il realismo che al contrario gli attori sanno ben esprimere con le loro espressioni. Ottime sono due scelte di sceneggiatura: quella del doppio incidente in mare che ci fa porre attenzione prima su un fatto (la sparizione del bambino) e improvvisamente su quello che risulta poi essere più importante (la sparizione di Elly); e quella del cambio repentino di registro da commedia a dramma con delle venature tipiche da film giallo. About Elly è, infine, un bel film ricco di efficaci simbolismi, come quelli racchiusi nella villa a mare che ha evidenti cedimenti (un pò come l’ Iran) ma che se si vuole possono essere riparati, o ancor meglio la metaforica scena conclusiva finale del film che vede tutti i protagonisti impegnarsi a spingere invano un’ auto dalla sabbia mentre all’ interno della casa ci mostra Sepideh, da sola a combattere con il dolore della sua bugia appena detta. Come a voler sottolineare che con le bugie non si va da nessuna parte, se si vogliono davvero cambiare le sorti di una Storia di una Nazione. Meritato Orso D’ Argento al 59° Festival di Berlino.

( L' attimo antecedente al dramma)

(L' intensa scena conclusiva del film)

Read Full Post »

– Bright Star – 2010 – ♥♥ e 1\2 –

di

Jane Campion

E’ stato uno dei maggiori esponenti della poesia romantica ottocentesca l’ inglese John Keats e di certo questo si sa. La regista di Lezioni di Piano, Jane Campion, decide di far rivivere la meraviglia della sua poesia attraverso gli occhi della stella lucente della quale si innamorò, la sua vicina di casa Fanny Brawne (Abbie Cornish). Lo fa però in maniera decisamente lenta, attraverso delle carrellate decisamente un pò troppo melense che si soffermano spesso sulla bellezza paesaggistica delle location scelte dalla regista. Il personaggio della Brawne, interpretato da un’ ottima Abbie Cornish, rappresenta in maniera convincente un particolare ideale di femminilità: quello di una donna che non vuole imitare gli uomini e non rinuncia ai suoi capricci femminili facendo del suo uncinetto un particolare e femminile modo per manifestare il suo lato artistico. Il suo personaggio è capace di amare l’ arte poetica di Keats senza però mai abbandonare la sua particolarissima arte, quella della moda, facendo dei vestiti che lei stessa cuce un’ espressione perfetta dei suoi stati d’ animo interiori. La sceneggiatura della regista neozelandese abbonda di riferimenti poetici di Keats che non sempre però risultano scorrevoli ai fini del film e che rendono spesso la narrazione  decisamente ripetitiva. La macchina da presa riprende i due amanti sempre dalle porte o dalle finestre, quasi volendo spiare le loro vicende amorose che si esprimono con dialoghi poetici e che manifestano il loro amore più con le loro parole che non le loro azioni. Convincente a livello visivo è la fotografia di Greigg Fraser, che ispirandosi ai covoni di fieno di Monet, “dipinge” le atmosfere di scena in maniera impressionistica utilizzando il più possibile la luce del giorno e dando poco spazio all’ artificiosità delle luci di scena anche nelle sequenze d’ interno. L’ amore dei due protagonisti è parlato solo dai versi del poeta e dalle loro espressioni facciali non ricorrendo per nulla al rapporto carnale nè alla fisicità stessa del rapporto. Un’ amore quello di Fanny e il suo Keats “vestito” ma allo stesso modo infuocato e passionale che si consuma lentamente esattamente come la malattia agisce sul fisico del poeta inglese. Questo film, a mio parere, viene salvato dall’ essere definito il solito film romantico in costume, solamente dal personaggio di Fanny e dal suo femminismo tipicamente ottocentesco. Dal suo essere una donna che vuole distinguersi dagli uomini trovando la sua particolare creatività, anche rischiando di essere definita dai più semplicemente una donna capricciosa. Togliendo tutto questo resta che anche lo stesso personaggio, interpretato da un bravo Ben Wishaw, appare un poeta decisamente stucchevole e fin troppo con tratti femminili che risultano con l’ andare del film decisamente stucchevoli. Gli amanti del genere Ottocentesco non rimarranno di certo delusi da un film come questo perchè dotato di metafore efficaci e interpretazioni recitative al di sopra della sufficienza. Ma per chi, come me, non è molto in sintonia con questi tipi di storie ottocentesche in costume (perfette se lette in un romanzo o in una poesia ma decisamente prolisse e pesanti visivamente), troverà in esso degli interessanti punti di vista sulla figura femminile di Fanny Brawne ma nulla di più.

( Fanny Brawne con indosso una delle sue creazioni)

( Una delle tante romantiche sequenze del film)

Read Full Post »

– Genitori & Figli: Agitare bene prima dell’ Uso – 2010 – ♥  –

di

Giovanni Veronesi

Ci ha abituato ormai Veronesi ai suoi film “manuali”, nei quali dispensare istruzioni su quelli che sono le maggiori preoccupazioni del popolo Italiano del nostro ventunesimo secolo. E allora ecco che dopo averci parlato in due capitoli dell’ amore torna sul grande schermo cercando di spiegare il perchè dei conflitti generazionali moderni tra genitori e figli. E lo fa, come ormai ci ha abituato, con leggerezza, semplicità e con anche la medesima dose di banalità e superficialità. E si sa, nella nostra Italia un film come questo fa molto presto a  essere definito di interesse e valore artistico e culturale, perché oggi ci siamo ridotti proprio ad apprezzare ciò che in questo film, i bravi attori protagonisti mettono in luce. E cioè le litigate furibonde, i turpiloqui frequenti e le urla, quelle stesse urla che spesso possiamo aver modo di ascoltare nelle trasmissioni di punta della nostra televisione privata e ultimamente anche pubblica. Veronesi utilizza questa volta la voce narrante di un’ adolescente per condurci attraverso due storie parallele di famiglia e conflitti generazionali. Quella dominata da Michele Placido, professore in conflitto con il figlio che vorrebbe partecipare al nuovo fratello e che incarna la cultura del “niente” giovanile di oggi, e quella che vede come genitori Luciana Littizzetto e Silvio Orlando, genitori separati di Nina, voce narrante e a sua volta alunna del professore interpretato da Placido. Il film è caratterizzato dai soliti dialoghi leggeri che ultimamente hanno caratterizzato i film di Veronesi, con personaggi che si riducono ad interpretare delle moderne macchiette , in episodi che si intrecciano e che danno sfogo solo a immensi luoghi comuni su quelli che vengono considerati i problemi predominanti nella nostra società: il sesso adolescenziale, i conflitti padre-figlio e la frustrazione di una vita che sembra non soddisfare mai. Lo sfondo economico-sociale è sempre lo stesso, quello della Roma dialettale e borghese, quello delle famiglie che guadagnano duemila euro al mese e che comunque sembrano trovare pretesti e occasioni per lamentarsi delle loro situazioni di vita. Di certo negli ultimi venti anni Giovanni Veronesi è stato tra i registi che più si è distinto nella commedia all’ italiana per aver sempre sbancato i botteghini italiani ed essere apprezzato dal pubblico. Ma di questo non ci si stupisce se poi l’ Italia è proprio quella che lui fa vedere nei suoi film: un’ Italia fatta di Italiani lamentosi e che sembrano non essere mai soddisfatti di quello che hanno, caratterizzati tutti quanti da quell’ atteggiamento superficiale e un pò individualista che non porta di certo alla comprensione dell’ altro, quanto più facilmente alla critica non costruttiva. E’ infatti proprio l’ atteggiamento di vera critica che manca del tutto in questo film di Veronesi, che piuttosto che analizzare veramente queste piaghe sociali italiane si limita a sminuirle in simpatiche gag dialettali, restando in maniera sicura nel politically correct senza mai veramente osare, quello di cui il cinema Italiano oggi avrebbe forse più bisogno. Ecco quindi che vediamo piccoli ragazzini cinesi che iniziano le adolescenti italiane al sesso o un rom chiedere soldi alla “mamma” Littizzetto che va da loro a chieder scusa per l’ atteggiamento razzista del figlio. Piacerà ai più di certo perchè non richiede di certo impegno per vederlo, e non invita nemmeno a riflettere su quelli che sono gli argomenti di sfondo del film. Solo un’ ennesima occasione per invitare alla risata becera, sfruttando la bravura di sicuri bravi attori del panorama italiano. Ovviamente in questo frangente piuttosto sprecati.

( Litigi Sboccati tra padre e figlio)

( e i soliti amori adolescenziali un pò ribelli)

Read Full Post »

Premio Dardos

Ringraziamo la direttora de I Cinemaniaci per la nomination di Acquitrini Cinematografici al premio DARDOS.
Il premio DARDOS viene assegnato dai bloggers a quei blog meritevoli per i contenuti di carattere culturale, etico e/o letterario.

è previsto un semplice regolamento. Chi viene nominato negli elenchi è invitato a:

1) accettare e comunicare il regolamento, visualizzando il logo del premio;
2) linkare il blog che ti ha premiato;
3) premiare altri 15 blog meritevoli (compreso quello che vi ha premiati, se volete), avvisandoli del premio.

Di seguito ecco i nostri premiati (in ordine rigorosamente sparso):

Memorie di un giovane cinefilo

Cinemasema

C’era una volta il cinema

Cinesoccorso

Cinedelia

I Cinemaniaci

Pop Corn e Macchine da Scrivere

EyesWideCiak

Cinemaleo

Il Labirinto del Diavolo

Buon Cinema !!!

Read Full Post »

– Chaotic Ana – 2010 – ♥♥ –

di

Julio Medem

L’ eclettico regista spagnolo Julio Medem vorrebbe con questo film sconvolgere le menti dei suoi spettatori, forse alla maniera del genio di Lynch, mescolando elementi esoterici con il mondo surreale delle immagini. E’ infatti proprio nelle immagini che questo film trova i suoi più grandi punti di forza, in un montaggio ipercinetico e sequenze che sicuramente hanno quell’ effetto tanto sperato di suscitare angoscia nell’ animo dello spettatore. L’ ispirazione del regista ha origine dalla triste vicenda della sorella Ana (stesso il nome della protagonista del film), una giovane pittrice  che è deceduta in un incidente stradale. Dalla figura della sorella il regista delinea dieci capitoli della vita della protagonista Ana (Manuela Vellés) che dopo essersi trasferita  da una vita quasi in eremitaggio in compagnia del padre nella caotica Madrid, incontra l’amore che però la condurrà verso un tormentato processo ipnotico all’ interno delle sue vite passate. Ciò che Medem ci vorrebbe mostrare con il personaggio di Ana è il caos della vita umana, manifestazione inspiegabile del destino, ponendo un accento sulla situazione di sofferenza della donna nella Storia, sempre vittima di soprusi e sopraffazioni dolorose. Sicuramente è un incrocio tra videoarte e cinema quest’ opera che fa del defecare un vero atto di ribellione contro il potere visto come l’ occhio che tutto osserva e che tutto può. Nella sua scena finale Medem dimostra il senso stesso della sua filosofia delirante con delle battute al limite dell’ inverosimile e che hanno come unico scopo quello di sconvolgere lo spettatore, invitandolo metaforicamente a riflettere su come la vena candida e pura di ogni essere umano sia spesso messa a tacere dall’ arroganza e dalla prevaricazione. Il messaggio del film in sè è decisamente lodevole, ma ciò che maggiormente però lascia non poche perplessità è come il regista abbia voluto trattare l’ argomento della psicoterapia ipnotica, in una maniera del tutto ridicola e che rende davvero impossibile non suscitare una sonora risata. E forse questi accenti grotteschi erano stati ricercati dallo stesso regista ma la commistione del genere riflessivo , filosofico e spirituale risulta decisamente troppo seria per essere sminuita da certe sequenze ipnotiche del film. L’ ipnosi regressiva, quindi, da metodo per risolvere i propri conflitti passati si trasforma in una vera e propria dottrina esoterica che fa viaggiare la protagonista Ana attraverso le sue innumerevoli (si parla addirittura di centinaia nel film) vite passate, lasciando così anche lo spettatore perplesso. E viene decisamente da chiedersi: ci troviamo davanti ad un film dagli alti connotati metaforici e filosofici, che vorrebbe farci riflettere sulle differenze psicofisiche dei due sessi e sulle prevaricazioni del potere, oppure difronte ad un surrealistico film sull’ esoterismo e sulla reincarnazione? Il Caos regna sovrano. Non solo nella testa della protagonista Ana, ma anche negli occhi degli spettatori di questo confusionario film non privo di interessanti spunti visivi e riflessivi, ma che rischia di annoiare per la sua confusione in fase di sceneggiatura.

( Ana si appresta a lasciare la sua vita da cavernicola)

( Attraverso l' amore scoprirà l' ipnosi)

Read Full Post »

– City Island – 2010 – ♥♥ e 1\2 –

di

Raymond De Felitta

Viene spontaneo far nascere fraintendimenti  guardando questo film. E’ facile fraintenderlo con un melodramma familiare dalle tonalità enfatizzate (un pò come il Segreti e Bugie di Leigh o i film che trattano di disturbi familiari di Solondz) , ma al contrario ciò che risalta maggiormente è la leggerezza con la quale è descritto un piccolo nucleo familiare sconvolto dai suoi stessi segreti interni, dalle frustrazioni e dal non detto. E la famiglia di Vince Rizzo ( un sempre in parte Andy Garcia, che si fa forza della sua vena italiana per enfatizzare certi toni), guardia carceraria di un piccolo quartiere del Bronx, non ha di certo poche frustrazioni. Lo stesso Vince deve nascondere alla moglie la sua passione della recitazione, nascondendola dietro l’ hobby del poker, mentre quest’ ultima, totalmente assorbita da una vita domestica che non l’ appaga e un marito che non le da più le attenzioni di una volta sfoga tutto questo in aggressività e nel sospetto che dietro le “false” partite a poker del marito in realtà vi sia un’ amante. Anche i figli hanno i loro segreti: il figlio più piccolo nasconde il suo amore morboso verso le ragazze grasse e la figlia studentessa al college è incapace di rivelare ai propri genitori di aver perso la borsa di studio ed esser costretta di conseguenza a fare la spogliarellista per pagarsi gli studi. Ma proprio quando tutti questi segreti sembrerebbero galleggiare in un limbo di tranquillità ecco che una classica situazione da cinema è pronta a tirarle fuori tutte quante: Vince scopre che un suo figlio di primo letto è detenuto presso il carcere nel quale lavora. Decide quindi di prenderlo in custodia presso la propria famiglia e da quel momento tutto non sarà più come prima. La sceneggiatura del film di De Felitta non è delle più originali e soprattutto i personaggi dei figli non hanno delle caratteristiche ben approfondite, ma sbrigativamente liquidati con tratti piuttosto banali. Ma di sicuro il regista è capace di calibrare quello che sarebbe potuto diventare un drammone familiare in una vicenda leggera e divertente dal sapore estivo e che sicuramente è capace di “raffreddare” le caldi notti estive con qualche risata e qualche tono ironico. Il piccolo paesino ai margini di New York, nel quale vive la famiglia Rizzo, è forse fin troppo caricaturale e rischia di far associare questo film a numerose commedie americani che hanno come sfondo piccole comunità un po’ tutte uguali. Il finale del film assume dei toni in totale controtendenza con l’ intero film, apportando una vena tragica a quello che fino a quel momento era stato un film leggero. Ma è tutta un’ illusione e un preambolo agli abbracci finali familiari e al consueto happy ending. Merito va soprattutto a De Felitta, per non aver appesantito con seriosi giudizi morali le vicende della famiglia un pò borderline (ma alla fine tanto comune) ma per aver cercato sempre di smorzare i toni alla  ricerca di un colpo di scena anche nella recitazione degli attori e negli scambi di sguardi inattesi. Imperdibile la sequenza nella quale Andy Garcia fa un provino per un direttore del casting di un fantomatico film di Martin Scorsese con Robert De Niro.

( La scoperta del figlio carcerato)

( La passione segreta per la recitazione e per Marlon Brando
di Vince)

Read Full Post »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: