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Archive for maggio 2010

– La Terrazza – 1980 – ♥♥♥♥ –

di

Ettore Scola

Ci sono film che anche se di trenta anni fa risultano decisamente profetici e quanto mai attuali . Oggi che la nostra cinematografia sforna continui film sulle angosce e i problemi dei trentenni è più che mai importante rivisitare e rivedere un film come questo di Scola, che ben analizza le frustrazioni di un gruppo di cinquantenni della borghesia romana di allora. Ma che potrebbe benissimo essere anche quella di oggi. Perchè di quella borghesia intellettuale filocomunista ed erede delle lotte sessantottine oggi ne vediamo il fallimento nella nostra società. Tutti quanti loro hanno preferito vendere i loro ideali per qualcosa di più appetibile come la loro soddisfazione economica o altro e sono stati i primi complici di quell’ imbarbarimento culturale che ha le sue radici in quel periodo. Interpretato dai massimi attori italiani e non solo (anche il francese Jean Louis Trintignant si aggiunge al fantastico ensemble di mostri sacri della recitazione italiana) questa delicata opera di Ettore Scola dipinge un pò tutti i ruoli sociali della società medio alta (si spazia dai critici cinematografici ai produttori, dai politici ai dirigenti della RAI) incapaci di realizzare i loro sogni  sia personali sia familiari o d’ amore. Le penne di Age, Furio Scarpelli ed Ettore Scola imprimono ad ogni personaggio costante realismo facendo sì che ognuno di loro, attraverso sketch apparentemente comici, comunichi tutta la sua drammaticità intrinseca . Differenti e ben distinte sono le donne in confronto agli uomini; al contrario di questi sembrano meno deluse dalla vita e con più forza per lottare e continuare ad amare, al contrario dei loro rispettivi consorti più rassegnati e attanagliati dal peso degli eventi della loro vita. Profetico è il personaggio interpretato da Ugo Tognazzi del produttore zotico e un pò ignorante che si preoccupa solo di produrre nuovi film che facciano ridere, dopo essersi arricchito facendo commedie all’ italiana. E’ un pò l” anticamera di quello che oggi vediamo ben espresso nel nostro panorama cinematografico: film che a tutti i costi cerchino la risata noncuranti del minimo spessore intellettuale. La costruzione narrativa del film è decisamente interessante e in maniera circolare ci racconta un breve momento di vita dei nostri protagonisti fino a farli rincontrare poi tutti quanti nel finale, esattamente come li avevamo visti nelle scene iniziali. Il film è sicuramente malinconico del passato e nel personaggio del deputato del Pci, interpretato da Vittorio Gassman, trova forse il massimo di questa vena così sconfortata. Il suo personaggio arriva ad immaginarsi di parlare all’ intero congresso del Pci, e a chiedere loro se sia giusto far soffrire per soddisfare la propria felicità (che vedrebbe ricompensata nel coronamento dell’ amore con una giovane Stefania Sandrelli a discapito della ormai non più florida moglie). Una domanda che oggi molti forse non si fanno più, preoccupati più di consumare la propria felicità, fatta spesso di attimi, più che di fermarsi a riflettere sulle conseguenze negative che essa spesso può provocare a tutto ciò che ci circonda. La Terrazza non è certo La Dolce Vita di Fellini ma è di sicuro satirico e utile anche ai nostri giorni.

(Innamoramenti tardivi)

(Cantare per non pensare alle proprie frustrazioni)

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– La Nostra Vita – 2010 – ♥♥♥ e 1\2 –

di

Daniele Luchetti

Il cinema italiano poche volte ha guardato alle persone, preoccupato, molto spesso, di costruire e scrivere dei personaggi che la maggior parte di volte mancano proprio di realismo. Daniele Luchetti, regista italiano che qualche anno fa si è reso noto per l’ intenso Mio Fratello è Figlio Unico, riesce a cogliere questo realismo tipicamente italiano e in sintonia con la nostra epoca di crisi e difficoltà e lo mette interamente nelle mani di uno dei più bravi attori emergenti (a mio avviso il migliore) nel panorama nostrano, Elio Germano. Non a caso, all’ appena concluso Festival di Cannes l’ attore italiano ha avuto l’ onore di potersi fregiare della Palma d’ oro come migliore attore, premio che fino ad ora come rappresentanti del nostro Paese hanno ricevuto attori del calibro di Marcello Mastroianni e Gian Maria Volontè. Ha scioccato la nostra perbenista  politica, dedita a salvaguardare le apparenze di un paese che cola a picco (non solo cinematograficamente e culturalmente), con le sue dichiarazioni al ritiro del premio (“Dedico questo premio all’Italia e agli italiani che fanno di tutto per rendere il paese migliore nonostante la loro classe dirigente”). Tutto questo è Elio Germano, che da solo sembra sostenere interamente le sorti di questo film che parla di tutto quello che in Italia spesso non viene trattato. Come le morti bianche, gli stranieri spesso invisibili e che sembrano non far parte della nostra realtà e tutte quelle persone che vivono nelle periferie delle grandi città una vita quasi anonima, facendo fatica ad arrivare a fine mese e ricevendo calore esclusivamente dalle mura familiari. La sceneggiatura di Rulli e Petraglia è colma di dialoghi realistici che accompagnano le esistenze del protagonista Claudio (Elio Germano) e dei suoi familiari e non. E i soldi, che in questa società “sembrano” servire più degli affetti, fanno anch’ essi da protagonisti in un Paese dallo Stato assente che non te li garantisce e dove l’ azzardo e il rischio sembrano la sicurezza più grande che un cittadino medio possa avere. Claudio rappresenta perfettamente quell’ italiano medio frustrato dal suo lavoro e dall’ impossibilità di poter dare ai propri figli tutto ciò che desiderano economicamente e materialmente nel quale il suo confine interno tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato sembra essere sottilissimo e basterebbe un grosso dolore familiare per farlo scollinare. Una dualità che Elio Germano ben sa esprimere nei suoi occhi e nella sua recitazione così realistica da rendere impossibile a ogni spettatore di non commuoversi. La macchina da presa di Luchetti lo tallona, quasi sempre a mano e in stile documentaristico, volendo esaltare quel realismo che molte poche volte viene evidenziato nei film italiani; un realismo tipicamente italiano non solo fatto di precariati lavorativi ma soprattutto di persone con dei sogni ed aspirazioni che difficilmente possono esaudire e che vedono il loro futuro spesso privo di speranza. C’è un ammiccamento evidente al cinema sociale europeo francese spesso esplicato dai fratelli Dardenne, anche se in Luchetti la problematicità di tutto questo viene risolta in un finale eccessivamente consolatorio, forse tipico del nostro spirito buonista italiano. La drammatizzazione in taluni punti è forse fin troppo enfatizzata, accompagnata per emozionare ancor di più dalle note conosciutissime di Vasco Rossi, e se non fosse per queste due piccole pecche sicuramente il film avrebbe avuto maggior fortuna. Quella stessa fortuna che sicuramente, meritatamente, ha avuto Elio Germano, vero mattatore di quest’ opera. Un personaggio che vede nel calore familiare l’ unica soluzione a tutti quei problemi materiali che oggi la società ci impone di avere, fino a rendere quest’ ultimi la nostra unica ragione di vita. Sbagliata.

( La Vita è dura...anche se i parenti sono scomodi ma aiutano)

(Soprattutto se i ricordi sembrano non morire mai...)

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– Piovono Polpette – 2010 – ♥♥♥ –

di

Phil Lord & Chris Miller

Ultimamente vanno tanto di moda i film catastrofici e soprattutto provenienti dagli States ne abbiamo visti parecchi. Ma a volte i pericoli più grandi risiedono nel quotidiano e non in grandi tempeste, gelate o nubifragi. La sovralimentazione è un problema che ormai ha colpito quella parte del mondo soprannominata “ricca” assoggettata a ogni genere di desiderio alimentare, in qualsiasi periodo dell’ anno e ad ogni costo, in barba alla qualità dello stesso cibo e in primo luogo della nostra salute. Il giovane Flint Lockwood, protagonista della storia, è uno scienziato che è più abile a procurare guai alla sua ridente cittadina, la cui economia è basata sulla vendita e l’ inscatolamento delle sardine, che ad inventare marchingegni realmente utili. Anche quando inventerà la sua innovativa macchina che è in grado di mutare l’ acqua in cibo però le cose non andranno meglio e ben presto si troverà ad essere l’ artefice di un mutamento climatico dalle prospettive catastrofiche nel quale il cibo assumerà la forma di vere e proprie tempeste distruttive. Il film d’ animazione della Sony invita lo spettatore a riflettere, non solo sul personaggio di Flint e sul suo complesso rapporto con il padre che lo vorrebbe vedere sistemato magari nel negozio di sardine di famiglia, anzichè provare a capire le sue passioni, ma anche sul problema della sovralimentazione e dell’ obesità che attanaglia sempre di più la nostra società. Con non pochi riferimenti anche politici a come le multinazionale e talvolta anche la politica usi strategie consumistiche per fare sempre più soldi a spese della salute dei cittadini. Il personaggio del sindaco che ingrassa sempre di più, facendo del cibo (e della sua stazza) un’ opportunità per arricchirsi e rendere la sua città un punto d’ attrazione turistico di matrice consumistica, è un fulgido esempio di quante volte il marketing e il capitalismo dettato dalla politica dia molto più valore ai soldi che ad altri valori. Forse però tutta questa morale, in talune scene non risulta essere la priorità dei due registi ma solamente un messaggio lato ben nascosto da battute facili e frequenti sketch durante i quali risulta veramente difficile non ridere.  Sembra, infatti, che la Sony con questo lavoro, presentato nelle sale lo scorso Natale, abbia voluto seguire la linea Disney da una parte, nel voler creare un’ animazione divertente e d’ intrattenimento, ma dall’ altra riuscire anche a far pensare e riflettere come solo i capolavori della Pixar hanno saputo fare. Ecco quindi che una storia semplice di un figlio e di un padre, della sua educazione sentimentale ai primi amori viene “farcita” con l’ ecologismo e i problemi attuali dati dall’ obesità, sempre più considerata malattia sociale. Tutto sommato un discreto lavoro di commistione di due diversi intenti hanno dato vita a un godibilissimo e appetitoso “piatto” cinematografico.

( Gelato per tutti i bambini!)

( Una tempesta...di spaghetti)

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– Copia Conforme – 2010 – ♥♥♥ –

di

Abbas Kiarostami

Non tutto è come sembra nell’ arte. Quello che spesso ci sembra un’ originale in realtà è una copia. Ma dove sta la superiorità della bellezza di un originale se non nel nostro stesso giudizio? In questo concetto risiede la teoria  di James Miller (William Shimell) , celebre scrittore inglese del suo saggio di successo “Copia Conforme”, nonchè protagonista di questa ultima opera di Kiarostami. Il regista iraniano però estende questo concetto all’ intera meccanica della coppia portando lo spettatore a domandarsi quali siano i confini di una coppia, la loro evoluzione prima e dopo il matrimonio e i loro cambiamenti nel tempo. Anche se questa coppia sia soltanto una copia conforme a una originale , tutte queste sottigliezze non esiteranno di certo a venire alla luce. L’ abilità del regista risiede quasi interamente nella solida sceneggiatura che ci porta a non comprendere quale sia veramente la realtà e se i due protagonisti, interpretati in maniera perfetta da Juliette Binoche e William Shimell, siano in realtà una vera coppia o per loro tutto quello che accade durante la loro giornata di vacanza per il piccolo borgo toscano di Lucignano sia solamente un gioco. Lo sfondo della Toscana diviene quindi quasi protagonista in questo film dove si analizzano le illusioni e le speranze di molte delle coppie odierne . Con l’ unica differenza che lo spettatore non avrà ben chiaro se la coppia in questione sia solo frutto di un gioco o sia reale, e neanche Kiarostami alla fine decide di svelarcene l’ arcano. La fotografia tutta italiana di Luca Bigazzi mette in risalto le assolate colline toscane e la bellezza di un borgo assolato e immerso nel verde come Lucignano, creando uno sfondo perfetto per la riflessione di Kiarostami tra individuo e mondo. La bravura dei due attori è ciò che maggiormente spicca in quest’ opera interamente basata sui dialoghi delle contraddizioni; due protagonisti che riescono ad imprimere sufficiente realismo alle loro parti piene di ambiguità. La Binoche nonostante l’ età dimostra di essere in grado di sfoderare ogni arma seduttiva e la macchina da presa del regista iraniano spesso la esalta soffermandosi spesso sul suo decolletè e sulle sue espressioni ammaliatrici. Non smette in definitiva Kiarostami di interrogare l’ animo umano, ponendo questa volta maggiormente l’ enfasi sui suoi sentimenti così mutevoli nel tempo, ma che trovano molto spesso soddisfazione presente nei ricordi dolci del passato. Tuttavia l’ importante non sembra essere che siano sincere ma, anche se false, l’ importante è che siano intense come le originali .

( Saranno ricordi originali?)

( Coppia copia conforme o originale?)

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– Dear John – 2010 – ♦ –

di

Lasse Hallström

Prendete Nicholas Sparks, celebre scrittore americano di bestsellers romantici la quale penna sembra riscuotere successo anche al cinema (vedi The Notebook), e mettetelo insieme a uno dei registi più melò che ci sia come Lasse Hallström, reduce dalla storia strappalacrime del cane Hatchiko, ed ecco che la torta al miele più dolce che ci sia è servita. Questa volta però le lacrime non arrivano dalla commozione per l’ umanità di un animale ma per la storia d’ amore di due giovani ragazzi, Savannah (la Amanda Seyfried che già ci aveva ammaliato in Chloe) e l’ aitante e palestrato John, che sono costretti a vivere la loro relazione nonostante gli incombenti fatti dell’ 11 Settembre e l’ imminente guerra li costringano alla lontananza. Ecco che ha inizio così una storia epistolare degna di quelle che si sono tante volte raccontate durante le vecchie guerre mondiali. Vorrà forse dirci Hallström che la guerra in Afghanistan contro i talebani ha lo stesso valore della passata guerra al Nazismo? . All’ apparenza così sembrerebbe, ma in realtà così non è perchè la sceneggiatura sembra più concentrarsi sulle “sfighe” che perseguitano l’ amore dei due giovani più che preoccuparsi delle conseguenze negative che la guerra apporta nella vita dei due innamorati. Infatti ecco che dopo poco ci accorgiamo che in realtà la nostra Savannah ( dal nome non lo si direbbe) ha l’ istinto da crocerossina e che non riuscendo a compensare la sua immensa solitudine, dovuta alla lontananza dell’ amato John decide di sposare un ragazzo-padre ( Hallström ci fa scoprire che non esistono solo le ragazze-madri) di un bambino autistico del quale lei sembra essersi presa a cuore le sorti. E’ proprio per questo che il tentativo di rendere i sentimenti protagonisti, conditi da un gran numero di particolari patetici, finisce per non essere per nulla credibile riuscendo solamente a strappare qualche lacrima ad alcune malcapitate fanciulle particolarmente emozionabili. Perchè si sa che dietro Dear John non può che esserci una trovata commerciale che con l’ ausilio di due bellissimi attori idoli dei giovanissimi mette in mostra sentimenti scontati ed emozioni da discount. Sceneggiatura quindi decisamente piatta e patetica che fa il verso a grandi kolossal di un tempo come Addio alle Armi, ma che non ne riesce neanche a rubare l’ ombra. Chi si lascerà sfuggire al cinema questo film non avrà da preoccuparsi a lungo: sicuramente tra massimo un annetto lo potrà facilmente recuperare tra i “filmissimi” di Canale 5. Un film come questo è il candidato perfetto ad esserlo.

( La borsetta te la prendo io tuffandomi dal pontile...tanto sono ben messo)

( La luna è grande un pollice ovunque siamo...che scoperta!)

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– Due Vite per Caso – 2010 – ♥♥♥ –

di

Alessandro Aronadio

E’ un film a metà questa opera prima di Alessandro Aronadio: a metà tra un film d’ attualità e  un racconto filosofico sulle esistenze parallele, per metà una riflessione sulle perplessità dei giovani di oggi e  per un’ altra  sulle contraddizioni dei ruoli sociali, buoni o cattivi che essi siano. Lo scopo del regista è infatti quello di mostrare allo spettatore come due diverse propensioni giovanili (quella verso l’ adeguarsi alle regole e quella che li spinge ad andare contro ad esse) possano essere facce della stessa medaglia se entrambe spinte da un comune sentimento di violenza, spesso repressa in entrambi i casi. Il giovane attore Lorenzo Balducci dimostra di saper stare bene davanti alla macchina da presa e risponde bene alla richiesta del suo duplice personaggio che deve interiorizzare due differenti modi di esprimere la sua rabbia. Un film decisamente a metà questo di Aronadio che ha forse nel troppo citazionismo le sue maggiori pecche: si passa infatti dal celebre fermo immagine finale de I Quattrocento Colpi di Truffaut al cinema di  Godard (“Aspettando Godard” pare doveva essere  inizialmente il titolo di questo film). Il regista romano ci riporta a quello che dovrebbe essere uno degli scopi del cinema: farci vivere l’ illusione di una vita diversa dalla nostra; infatti è attraverso la macchina da presa che vediamo come il destino del protagonista Matteo sarebbe potuto cambiare se solo un incidente ci fosse stato o meno nella sua vita. Il vero meccanismo narrativo di Due vite per caso diventa quindi come questi fatti ci vengono mostrati più che la sua storia in sè. Infatti spesso, durante questa opera prima del regista laureato in psicologia, si fa fatica a seguirne il suo meccanismo sceneggiativo, decisamente messo in secondo piano rispetto alla tecnica delle immagini e del montaggio, che mostrano sicuramente un tocco cinefilo. Le musiche di Louis Siciliano diventano quindi parte integrante di questo montaggio di sequenze di due differenti ipotesi di vita, a volte diventando vere protagoniste. E in queste due ipotesi di vita sorge spontaneo alla fine chiedersi chi delle due parti assume maggiormente un ruolo positivo nella società, se i carabinieri o i contestatori sociali. Di certo i primi hanno sempre il coltello dalla parte del manico e maggiori probabilità che per loro finisca bene. Carlo Giuliani e Mario Placanica restano un fulgido esempio e ricordo di tutto questo, quindi non resta difficile a conti fatti intuirne la risposta. Certo è che è sicuramente ben evidenziato da Aronadio come la violenza intrinseca nell’ uomo sia comunque un male sociale.

( Dalla parte della legge...)

( ... o dei No Global?)

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– Draquila – L’Italia che trema – 2010 – ♥♥♥♥

di

Sabina Guzzanti

Vedendo l’ultimo docufilm di Sabina GuzzantiDraquila” mi sono divertito, incazzato, terrorizzato allo stesso tempo. La Guzzanti non si mette in mezzo innanzitutto con le sue scenette berlusconiane che ha fatto circolare in tv e sul web per farsi quella poca e giusta pubblicità che le serviva. Sabina è l’alias di Michael Moore all’italiana, intervista la gente de L’Aquila discretamente, non si mette mai al centro della scena se non per narrare con la voce over. I fatti li sappiamo e infatti inizialmente il film stenta a decollare proprio per il fatto che dice molte cose di cui eravamo già informati. Ma poi si intuisce che è uno stratagemma per acclimatare il pubblico. A circa metà film viene fuori la mazzata, il calcio nello stomaco. Si mostra com’è mutata la vita in questa città fantasma, come quasi tutta la gente sia stata costretta ad abbandonare il centro, come i diritti di protesta e di lottare siano stati quasi totalmente calpestati. Rimane quasi impressa, anche se non è certo agli stessi livelli dei campi di concentramento, la storia secondo la quale nelle tendopoli è stata vietata la somministrazione agli sfollati di sostanze come caffè, cioccolata, alcol… Berlusconi e il suo braccio destro Guido Bertolaso arrivano per arraffare, per succhiare da questo territorio tutto il guadagno e il profitto possibile. La gente, impotente. Le case costruite miracolosamente nel giro di pochi mesi sono solo una facciata per la buona propaganda di Silvio. Poi si deve restituire tutto, si è ospiti. Molti i vecchi intervistati che lamentano una sorta di sospensione della vita normale che facevano prima, costretti negli alberghi oppure ad abbandonare le tende. E nel sottofondo rimane l’incredibile trama di corruzione mafiosa e statale e le leggi ad personam introdotte di recente, come il legittimo impedimento. Ripreso con varie cineprese, alcune con immagine più definita e fotografata un po’ come i paesaggi urbanistici campani di “Gomorra” di Garrone, altre invece grezze e al rallenti o addirittura a scatti, “Draquila” è un film che attacca non solo Berlusconi, ma tutto lo Stato italiano. Un’immagine brutta, sporca e cattiva dell’Italia che giustamente, secondo i classici teatrini pseudo-ministeriali in tv, rappresenta molto poco bene il nostro paese all’estero e al Cannes film festival, ma non perché sia la Guzzanti ad avere il dente avvelenato, ma perché l’Italia è ridotta così ed è giusto fare informazione su cose che in televisione sono bandite, sui giornali sono sussurrate e fra la gente sono quasi narrate come miti e leggende per le quali si nutre qualche dubbio proprio perché incredibili. Brava Sabina, però alla prossima puntata torna a farci ridere!

(Il berlusconi guzzantiano che nel film quasi non si vede mai...)
(Una delle tante animazioni fantasiose del film,
 unici spunti comici dell'opera, come è giusto che sia!)

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