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Archive for aprile 2010

– Matrimoni e altri disastri – 2010 – ♥♥ e 1\2 –

di

Nina Di Majo

Era da tanto tempo che Firenze non faceva da sfondo ad una commedia italiana, anche se di uno sfondo agiato si tratta: di case ricche della Firenze bene in oltrarno o delle ville circondate dal verde sulle colline fiorentine. Matrimoni e altri disastri è una commedia decisamente al femminile che pone al centro della storia Nanà (una convincente Margherita Buy) che oppressa dalla famiglia, appassionata di cultura, romanzi e con uno stile di vita un pò freak si vede costretta ad organizzare il matrimonio della sorella più piccola (Francesca Inaudi) con lo spaccone e borioso Alessandro (Fabio Volo), un prototipo di uomo ambizioso e focalizzato soprattutto sul lavoro. La regista di origini napoletane Nina Di Majo, entrata a far parte delle favorite di Nanni Moretti, porta al cinema una commedia che non vuole semplicemente essere leggera e spensierata ma che vorrebbe anche rappresentare le varie differenze sociali che avvolgono le differenti identità culturali presenti oggi nella nostra Italia. Purtroppo dietro questi lodevoli presupposti quello che vediamo sullo schermo sono personaggi colmi di immensi e scontati stereotipi e luoghi comuni della borghesia fiorentina e italiana che si consumano tra ideologie di sinistra un pò radical-chic e ideologie di destra da televenditori di pentole. Stupisce la Litizzetto che per la prima volta non enfatizza sul suo consueto tono di voce da paperetta e si contiene all’ interno di un ruolo di amica frustrata e in cerca di uomini. Margherita Buy, seppur bravissima in questo ruolo, sembra ormai invischiata in ruoli fotocopiati da donna di mezz’ età single e  delusa dall’ amore che si rifugia nell’ illusione culturale per reprimere i suoi istinti sessuali. Una filosofia di vita questa che vorrebbe apparire come anticonformista ma che di fatto si colloca all’ interno di un ancor più dichiarato conformismo medio borghese da salottini radical-chic. La sceneggiatura di Matrimoni e altri disastri proprio per la scelta di rappresentare la frustrazione di Nanà all’ interno di una società ricca risulta in molti punti inverosimile perdendo credibilità soprattutto in alcune battute tra la protagonista e il personaggio interpretato da Volo. E’ quindi il filone sceneggiativo ad arrecare i danni maggiori a questa commedia, la cui troppa leggerezza finisce per non dare il dovuto spessore alle tematiche di coppia che intende trattare. Si salva la simpatia di Fabio Volo che, anche se un pò ingrassato, riesce ad interpretare con simpatia un personaggio attaccato al quattrino e focalizzato sul lavoro, non di facilissima interpretazione per uno come lui che ha da sempre interpretato ruoli da ragazzo semplice. Personalmente spero di rivedere la stupenda Firenze in un lungometraggio futuro che però curi maggiormente la sua sceneggiatura, in questo caso lasciata decisamente in secondo piano.

( Litigi Borghesi)

(  Lo spaccone volo e le colline toscane)
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– La Città Verrà Distrutta All’ Alba – 2010 – ♥♥ –

di

Breck Eisner

E’ risaputo per chiunque ami il genere horror che George A. Romero è stato un vero pilastro di questo genere soprattutto per le sue idee di storie che comunicano orrore e che ben spesso fanno riferimenti alla società americana. Eisner prova a “rubare” una delle idee di questo indiscusso maestro dal suo omonimo film del 1973 ricodificandolo in chiave più moderna, ma forse fin troppo. Si perchè si sa oggi molto spesso un horror non è tale se visivamente non vengono mostrate deformità fisiche, sangue o qualunque mostruosità visiva che susciti l’ emozione della paura. Per Romero però la paura non era questa ma era soprattutto angoscia. La stessa sensazione che in quel film veniva suscitata dalla follia che si mostrava apparentemente normale (perchè chi impazziva manteneva comunque sembianze fisiche piuttosto simili a quelle degli individui sani), nel film di Eisner diviene abbastanza omologata agli horror moderni: ecco che quindi coloro che contraggono il virus cambiano contemporaneamente anche aspetto fisico diventando fisicamente dei “quasi zombies”. I protagonisti sono lo sceriffo David  e la moglie Judy che insieme al vice Russel cercano di scappare dalla loro città e dalla contaminazione che la ha avvolta. L’ esercito viene prontamente mandato dal Governo per controllare la situazione, ma ben presto ci si accorge che è lì solamente per dividere sommariamente i contagiati dai sani , anche se in verità intende sterminare l’ intera città. Eisner preferisce curare i momenti di tensione del film accrescendo la suspence e dando molto meno rilievo alla critica sociale e politica, che viene ridotta al banalissimo contagio dall’ alto ( dal Governo USA o chissà quale altra organizzazione mondiale ) forse per sperimentare una nuova arma di distruzione di massa. Tutto quel senso di abuso di potere e di tensione nei confronti di un’ autorità statale che era decisa a utilizzare qualunque mezzo pur di continuare a trattare come cavie i suoi cittadini, nel film di Eisner si evince molto meno perchè è l’ intrattenimento puro che fa da vero mattatore preoccupandosi più di spaventare che di stupire. In definitiva un horror più moderno ma ben lontano dal genio low budget di Romero che al contrario sembrava più preoccuparsi dei messaggi all’ interno dei suoi film che della recitazione degli attori o degli effetti speciali. Gli spettatori moderni forse gradiranno, ma i nostalgici dell’ horror-sociale troveranno di certo questo remake un inutile tentativo di far qualche soldo in più, con una bella opera della cinematografia passata.

( I folli zombeggianti)

( La separazione sommaria)

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– Scontro tra Titani – 2010 – ♦ –

di

Louis Leterrier

Ci sono i videogiochi e ci sono i film. Ultimamente questi due mezzi di divertimento (anche se i film non dovrebbero solo esser tali ma considerati anche l’ espressione primaria della settima arte) sembrano aver confuso i loro ruoli e a volte ci si ritrova a guardare un film avendo la medesima sensazione che si ha con un game pad di una playstation in mano. Il film di Leterrier si presenta come un remake ipertecnologico ( e anche in 3D per arraffare ancor più soldi nelle sale) dell’ omonimo lungometraggio del 1981 di Desmond Davis, anche se poi quello che vediamo è solo un giocattolone che ben mescola tanti elementi acchiappa pubblico ispirati a varie altre opere blockbuster degli ultimi anni. La storia vorrebbe essere quella del semidio Perseo (il Sam Worthington di Avatar) che lotta contro Medusa prima e il Kraken del Dio Ade in seguito per salvare Argo dalla collera divina. La sceneggiatura originale di quelle vicende mitologiche viene tagliuzzata e ridefinita alla mercè delle scene d’ azione del protagonista. Vengono di conseguenza estirpate vicende importanti come la storia d’ Amore tra la principessa di Argo e l’ eroe stesso, ma al tempo stesso invece vengono enfatizzati i personaggi nelle loro caratterizzazioni grossolane: Ralph Fiennes è una copia del villain che interpretava in Harry Potter e lo stesso Worthington sembra un incrocio tra il Marine di Avatar e un eroe della saga dei Trasformers. E non sono solo questi gli elementi che vengono tratti da altri più fortunati films: un altro esempio sono gli scorpioni giganti che sembrano spuntare “meccanicamente” come fossero degli enormi robottoni di Trasformers o l’ alleanza che Perseo intraprende che tanto ricorda quella vista ne La Compagnia Dell’ Anello. Il 3D aggiunto a posteriori è evidentemente solo una furbesca operazione produttiva che nulla apporta ai vantaggi del film che risulta completamente identico a una visione dello stesso in due dimensioni. Ecco quindi che lo Scontro Tra Titani di Leterrier trova la sua massima espressione dello spettacolo tra roboanti combattimenti, del tutto spacconi, dagli esiti scontatissimi  e per nulla realistici, quella stessa espressione che nel messaggio invece sembra trovare nella scontata contrapposizione tra Dei e Uomini e la frase pronunciata con tanta enfasi dallo Zeus Fiennes “Gli Dei traggono forza dalla debolezza degli uomini”. Un consiglio sedetevi davanti ad una consolle della Playstation 3 se volete provare esperienze simili a quella di Scontro Tra Titani, se non altro avrete il vantaggio di controllare in prima persona i movimenti e le sorti dei personaggi.

( Harry Potter o Scontro tra Titani?)

( La Compagnia dell' Anello o Scontro tra Titani?)

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– I Gatti Persiani – 2010 – ♥♥ e 1\2 –

di

Bahman Ghobadi

C’è una Teheran nascosta in un Iran che vieta cose che da noi sembrano normali come formare una rock band o far cantare una donna all’ interno di esso. Ghobadi è proprio questo mondo underground che mostra nel suo film, utilizzando lui stesso metodi clandestini, una videocamera digitale (in barba all’ attrezzatura in pellicola che è tutta di dominio statale) e talvolta comprando il favore degli agenti regalando i dvd pirata dei suoi precedenti film. I protagonisti sono Ashkan e Negar, un ragazzo e una ragazza che covano il sogno di fuggire dall’ Iran per “vendere” il loro progetto di gruppo musicale in Europa. Ma per fare tutto questo avranno bisogno di passaporti e visti falsi e soprattutto di trovare i restanti membri della band che avranno il coraggio di affrontare con loro questa impresa clandestina. E da qui che si snoderà un vero e proprio viaggio musicale colmo di contraddizioni : quelle messe in atto dalla passione musicale e dalle restrizioni del regime iraniano, esattamente come le canzoni dei Gatti Persiani tutte che narrano quelle stesse contraddizioni che la Politica del loro paese mette in atto. Il film è soprattutto una docufiction musicale su tutto questo ma con i limiti di chi ha dovuto girare tutto in sole tre settimane riesce ad esprimere la condizione di tutti coloro che sono perseguitati solamente perchè volenterosi ad esprimere qualsiasi forma di libertà, come in questo caso può essere la musica. Il film ha trionfato al circuito parallelo del festival di Cannes (Un Certain Regard) e deve gran parte della sua notorietà alle vicende della  sceneggiatrice e compagna del regista Roxana Saberi, accusata di spionaggio a favore degli Stati Uniti dal governo Iraniano e rilasciata giusto in tempo per il celebre festival francese. I Gatti Persiani è un’ opera dai connotati prevalentemente politici che evidenzia a tratti enfatizzati come la rigidità di un governo non potrà mai sopprimere del tutto la voglia di cambiamento e libertà che i giovani hanno dentro di sè e la loro voglia di comunicare tutto questo all’ esterno. La priorità viene data soprattutto alla musica che sembra per Ghobadi la giusta medicina a tutte le aspettative disilluse giovanili, mentre al contrario il film da poco spazio alle repressioni della polizia o degli organi governativi statali. Preferisce quindi porre un accento spiccato sulle contraddizioni visive tra la forza della musica, le molte abitudini decisamente occidentalizzate della popolazione iraniana e l’ oppressione dell’ integralismo religioso. Ha la pecca di apparire a volte forse troppo videoclip e poco film  (una mancanza consistente della distrubuzione italiana è quella di  non aver sottotitolato tutte le canzoni eseguite durante il film ma solamente uno dei brani dai ritmi rappeggianti). Il finale è un punto interrogativo a metà tra il tragico e lo speranzoso sul futuro di un paese dalle enormi contraddizioni. Un piccolo grande film notevole più per il suo messaggio che dal punto di vista tecnico-stilistico.

( Suonare clandestinamente)

( Filmare clandestinamente)

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– Perdona e Dimentica – 2010 – ♥♥♥♥ –

di

Todd Solondz

Da molti è stato definito come il degno sequel del suo film più riuscito Happiness, a dieci anni di differenza da quest’ ultimo. Ed è forse un sequel perchè secondo la visione della vita e dell’ umanità di Solondz la ricerca della felicità che avevano iniziato i personaggi del suo film del 1998 non sembra avere mai una tregua nella nostra società attuale. E’ quasi come una guerra ( il titolo originale recita infatti Life during wartime) per la conquista di un’ utopistica normalità quella che i protagonisti del film sostengono. Una guerra contrapposta da dubbi amletici su dualità che fanno parte della stessa vita: gli elementi di dolore e felicità, entrambi connotati che definiscono a grandi linee la vita. Solondz mescola toni drammatici e umoristici usando le giusti dosi, delineando nei suoi personaggi delle caratteristiche di chi non riesce a dimenticare le proprie colpe e si trascina nella propria esistenza spesso anche con errate convinzioni in merito alla propria colpevolezza. E’ uno specchio perfetto di quella che è la condizione psicopatologica di molte persone oggi, apparentemente normali ma  tutte con i propri scheletri negli armadi al loro interno. La narrazione è quella dell’ intreccio tra vari personaggi ognuno con la propria storia di colpevolezza e dolore ma tutti in qualche modo collegati tra loro. C’è la moglie delusa dal marito che ripiega innamorandosi di un uomo normale e bruttino per paura di osare ( e forse anche sperare) ancora una volta. Poi il senso di colpa mai dimenticato di un padre uscito da prigione e accusato di pedofilia. E poi ancora una ragazza tanto dolce quanto insicura che spinge il fidanzato innamorato ma con delle perversioni al suicidio o infine un bambino che scambia un abbraccio per pedofilia terroristica grazie al martellamento mediatico e un pò ignorante in merito a cosa sia giusto o sbagliato. C’è confusione quindi nella psiche di tutti i personaggi del nuovo film di Solondz, celata dal desiderio forse impossibile di perdonare e dimenticare; due elementi consequenziali ma che sono illogici perchè molte volte è facile perdonare ma molto più difficile, se non improbabile dimenticare. Dietro questa ipotesi si cela quindi l’ assunto che è frequente e più probabile usare direttamente la rimozione (quindi dimenticare senza necessariamente perdonare) per rimediare veramente al proprio senso di colpa e quindi star meglio. Girato interamente in digitale il film ha vinto la migliore sceneggiatura al festival di Venezia forse per quel coraggio sicuramente scorretto politicamente nel saper vedere un ‘ umanità anche in quelle che nella nostra società sono facilmente etichettate come delle perversioni o mostruosità. La fotografia avvolge tutti i personaggi in una luce accesa e surreale investita da tonalità giallo ocra come a voler sottolineare la finzione che dietro le apparenti normalità si cela, come se quella perfezione anche nelle atmosfere radiose sia  solamente uno specchio di quella che non è la realtà vera. Non esiste in definitiva una vita che abbia pace, secondo Solondz, perchè non si può cancellare la memoria e resteranno per sempre i barlumi di conflitti, che siano sociali o interiori, pur sempre irrisolti. Un’ opera estremamente attuale che se vista con un’ pizzico di arguzia dovrebbe farci riflettere maggiormente su noi stessi abbandonando una volta per tutte quella patina di superficialità che spesso è un rifugio per dimenticare la realtà.

( Presenze dell' inconscio)

( Il fraintendimento)

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– The Messenger – Oltre le Regole – 2010 – ♥♥♥♥♥ –

di

Oren Moverman

Il dolore della guerra è ormai un argomento ampiamente sfruttato dal cinema che molto spesso nasconde le devastazioni psicologiche mostrandoci l’ eroismo militare o in altri casi i meccanismi adrenalinici che vi sono dietro ( The Hurt Locker). In The Messenger, il primo film da regista dell’ israeliano Oren Moverman, che ha vissuto la guerra del suo paese, non vi sono particolari scene di guerra ma sono ben mostrati alcuni degli effetti che questa provoca nei luoghi dove la guerra non si vive in prima persona. Qui le uniche azioni  violente sono caratterizzate dalle invettive più o meno colme di rabbia che i familiari delle vittime di guerra lanciano ai due protagonisti di questo film che hanno l’ ordine di comunicare le tragiche notizie sui figli, mariti o figlie che hanno perso la loro vita per servire la propria patria attraverso l’ espressione più disumana che vi sia al mondo. Il sergente William Montgomery (Ben Foster) è stato rimpatriato a causa di una ferita di guerra agli occhi e ha il compito insieme al  capitano Tony Stone (Woody Harrelson), che già fa questo lavoro da tempo, di notificare le perdite alle famiglie. Will ben presto si troverà a dover di forza affrontare i duplici aspetti del suo disturbo post traumatico da stress derivante dalla guerra e le emozioni nel comunicare il lutto alle famiglie che è costretto da un codice militare e lavorativo a esplicare con la massima freddezza. In questa dualità di emozioni umane sta la forza del film di Moverman che ben sa esprimere, anche grazie a due straordinarie interpretazioni, il dolore umano che spesso non riesce a trattenersi all’ interno di fredde regole ma è comunque destinato in qualche modo ad esplodere. Foster è molto bravo a comunicare questa repressione del dolore per gran parte del film mediante la sua faccia quasi statica ma che grazie ai suoi occhi e ai quasi impercettibili movimenti del viso è in grado di comunicare questa sofferenza interiore. Anche Harrelson (candidato all’ Oscar come migliore attore non protagonista) è decisamente in grande spolvero, ed è abile a dar luce ad un personaggio che si nasconde dietro il cinismo e l’ esternazione di un comportamento superficiale il suo dolore nell’ essere obbligato a condurre una vita lavorativa inchiodata dalle regole. I due personaggi anche grazie al legame , quasi cameratesco, che intraprenderanno alla fine del film saranno quasi irriconoscibili rispetto ai primi minuti. Per Will sarà emblematico e fungerà da catalizzatore anche l’ incontro con una delle vittime del lutto, la moglie di uno dei caduti ( Samantha Morton) che sarà l’ unica ad accorgersi della difficoltà che anche loro attraversano nel dare quel doloroso annuncio. La forza della sceneggiatura (vincitrice dell’ orso d’ argento a Berlino e candidata all’ Oscar) risiede proprio in questa evoluzione che coinvolge i personaggi che attraverso pochi ma mirati dialoghi danno sfogo alle loro vere personalità e ai loro risentimenti celati. La regia di Moverman è molto equilibrata e, soprattutto nelle sequenze in cui i due protagonisti comunicano il dolore alle famiglie, tallona spesso i volti degli attori in scena in frequenti primi piani a girare che disorientano lo spettatore, provocando il medesimo effetto che quei momenti sugli strati d’ animo dei personaggi. Uno dei film sicuramente migliori sul tema della guerra, ma soprattutto sugli effetti devastanti che questa ha sui civili e su coloro che non la vivono sul campo. Un piccolo capolavoro che sicuramente serve a far riflettere sul “non senso” di quella che è la peggiore manifestazione del potere , della prevaricazione, dell’ avidità ma al tempo stesso della debolezza dell’ umanità.

(Comunicare il lutto)

(Due uomini soli con i propri fallimenti)

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– Fantastic Mr. Fox – 2010 – ♥♥♥♥ e 1\2 –

di

Wes Anderson

E’ giusto prima di parlare in qualsiasi modo di Fantastic Mr. Fox raccomandare a tutti coloro che decidano di vedere questo film di scegliere una sala che lo trasmetta in lingua originale, perchè le voci di George Clooney, Meryl Streep o Willem Dafoe sono parte integrante dell’ ironia e della forza che quest’ opera esprime. Il visionario Wes Anderson decide di tramutare il suo cinema in animazione e ispirandosi all’ omonimo libro per bambini di Roal Dahl ( in Italia Furbo, Signor Volpe) ci narra la storia di una famiglia allargata di animali del sottosuolo che per vivere ed evitare solamente di sopravvivere decide di sfidare il dominio di tre temibili contadini della zona saccheggiando le loro tenute in barba ai loro evoluti meccanismi difensivi. Resta quindi quella particolare attenzione di Anderson alle dinamiche familiari “diverse” e ai suoi personaggi bizarri (che ha avuto il suo inizio ne I Tenenbaum) ma che celano al loro interno delle caratteristiche umane normalissime come il desiderio di approvazione del figlio Ash nei confronti del capofamiglia Mr. Fox o lo stesso protagonista con la voce di Clooney che difficilmente riesce a tenere a freno i suoi istinti animali (un pò maschili) in contrapposizione con la ragione femminile, e un pò materna, della moglie. Non è un caso infatti che il regista accompagni la sua decisione di provare il cinema d’ animazione sperimentando non il classico metodo ma quello più insolito dello stop motion, utilizzando dei bellissimi pupazzi in pelouche, in seguito fotografati e animati. Un modo per essere “diversi” anche nel modo di fare animazione. Restano i tipici marchi di fabbrica andersoniani come i titoli di apertura come se fossero un libro o la suddivisione narrativa in capitoli come a voler collegare direttamente il cinema alla letteratura.  E’ per questa ragione che anche questo film resta un film profondamente soggettivo di Wes Anderson e un modo per esprimere il suo mondo fatto di oggetti artigianali in movimento, quegli stessi oggetti che per lui rappresentano la realtà. Metaforico è infatti il gesto chiave dell’ intero film, quello di scavare per sopravvivere, come a voler sottintendere  la fuga di coloro che sono “diversi” per continuare a vivere fino a trovare un luogo in cui poter condividere con pochi selezionati amici questo loro status di animali\persone differenti dal resto del mondo. Una condizione che sembra inarrestabile per i protagonisti di questo mondo visionario in stop motion. Un mondo dove gli animali gestiscono tutto con pacatezza (tutto il doppiaggio sia di Clooney che della Streep sono contraddistinti da un tono quasi monocorde), anche l’ ironia e il sorriso, mai quindi eccessivamente sguaiati ma sempre chiusi nel loro emisfero quasi autistico. Tipica espressione dell’ inquietudine di chi non è del tutto uscito dalle crisi adolescenziali. Anche per questo Fantastic Mr. Fox si pone come un film per grandi e piccini, un perfetto ponte tra due differenti universi, così differenti e contaminati entrambi l’ uno più dall’ istintività animalesca e più spregiudicata del vivere e l’ altro dalla ragione della famiglia e il desiderio a volte non celato del raggiungimento della ricchezza economica.

( Ritorno alle vecchie abitudini)

( Villains )

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