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Archive for marzo 2010

– Daybreakers – 2010 – ♥♥ e 1\2 –

di

Michael Spierig & Peter Spierig

Mescolano i generi cinematografici i fratelli Spierig, che prendono in prestito i vampiri dai film horror e immaginano un futuro 2019 nel quale questa razza domina il nostro pianeta terra e gli esseri umani sono solamente una razza in estinzione. Ma se il sangue umano è in estinzione con la razza stessa di cosa si nutriranno le sanguisughe vampiresche? Sembra essere proprio questo il dilemma che i potenti di questa ipotesi fantascientifica sembrano chiedersi, accompagnato dall’ ambizioso progetto farmaceutico di riuscire a sintetizzare in laboratorio un surrogato di sangue umano. I due registi australiani sono decisamente abili nel costruire questa ambientazione futuristica iniziale nella quale vi sono anche frequenti sottotesti politici e sociali, ma peccano dopo la metà del film nel passo di qualità. Sembra infatti che una volta “curato” il vampiro Ethan Hawke il film si trasformi in un action movie un pò fracassone nel quale umani e vampiri si combattono a suon di paletti nel cuore e succhiate di sangue. I Vampiri del 2019 sono civilizzati e non fanno più parte di quell’ immaginario horror comune di dannati che rifiutano le croci e sono spinti da istinti del male. Sembrano quasi vittime di un virus invece, dal quale alcuni vorrebbero “curarsi” mentre altri invece sono così ottusi da bramare così tanto il sangue umano, ignari del fatto che l’ estinzione di quella specie finirebbe per condannare anche loro. Daybreakers sembra porsi a metà tra la riflessione fantapolitica e sociale sulla brama di potere insita nell’ uomo (in questo caso vampirizzato) e la riflessione sulla possibilità del cambiamento umano verso valori e obiettivi più nobili degni appunto di quell’ umanità che oggi in tante occasioni sembra essersi persa per strada. I riferimenti ad altre opere sia cinematografiche che televisive di questo genere sono molto evidenti: dall’ ambientazione notturna e metropolitana molto alla Blade Runner, fino ad arrivare al desiderio di umanizzazione che hanno i personaggi di Being Human (serie Britannica in onda sulla BBC) o la caratterizzazione dei vampiri che molto si avvicina a quella dei protagonisti del True Blood di Alan Ball, seppur molto meno grotteschi e metaforici. I fratelli Spierig riescono a fare dei primi quarantacinque minuti del film un perfetto quadro di una realtà dominata dalle multinazionali che plagia con prepotenza le persone rendendole conformiste e schiave di caffè corretto al sangue e di lavoro notturno. Allo stesso tempo danno importanza al valore della ricerca e alla speranza di miglioramento costruendo nel personaggio interpretato da Ethan Hawke un perfetto ricercatore che non si piega alle politiche economiche che la stessa multinazionale per la quale lavora gli offre. A William Dafoe spetta invece il ruolo del ribelle, ex vampiro, che per caso ha scoperto un’ alternativa e una cura alla realtà vampiresca ed è deciso a lottare per la propagazione di questa sua giusta causa. In definitiva un’ opera che è gradevole per l’ ambientazione e la buona fusione fra generi cinematografici differenti (l’ horror, l’ azione e la fantascienza), ma che nel finale pecca nel diventare solamente una manifestazione splatter di un cinema di basso livello, nel quale la sceneggiatura viene messa in secondo piano rispetto alle sequenze  d’ azione. Un’ occasione non sfruttata in pieno. Peccato.

( Il destino dei vampiri in carenza di sangue)

( L' Umanizzazione del Vampiro Hawke)
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– Il Profeta – 2010 – ♥♥♥♥♥ –

di

Jacques Audiard

Il Carcere dovrebbe servire a reintegrare i criminali nella società e a far dimenticar loro il passato delinquenziale che li ha condannati a quegli anni. Ma per Malik ( Tahar Rahim) non sembra sia così. Il giovane diciannovenne fa ingresso in prigione con pochi stracci e una sola banconota e il suo periodo in prigione è per lui solamente l’ occasione per crescere come criminale fino a raggiungere il momento della libertà con forti amicizie e degli affari ben ramificati ed stabili. I personaggi di Audiard ( lo è anche il Vincent Cassel di Sulle mie labbra) sono sempre un pò vittime dei loro eventi che inevitabilmente li trasformeranno in uomini diversi. Il regista francese lascia però allo spettatore il giudizio finale se questo cambiamento sia stato qualcosa di positivo o di negativo per loro. Ed è proprio con questo occhio mai giudicante che la macchina da presa di Audiard si muove velocemente e in maniera sensibile tra i suoi personaggi facendo delle riprese dinamiche un vero raccordo tra l’ espressione cinematografica e l’ evoluzione di Malik. Anche il linguaggio (tre sono le lingue usate ne Il Profeta) diviene un mezzo simbolico del cammino di Malik verso l’ accettazione della propria identità e il raggiungimento della propria libertà, quella che non lo renderà più obbligato a ricevere ordini dall’ alto ( nello specifico quelli del Boss còrso Luciani). Il francese e la grammatica continuamente approfondita nelle lezioni carcerarie sarà per lui il modo per integrarsi maggiormente nello stato in cui vive (Malik è di origine araba), la lingua corsa lo aiuterà nella frequentazione della gang di Luciani e dei Corsi, fruttandogli anche il soprannome di profeta proprio perchè in grado di capire tutti in anticipo, mentre la lingua araba sarà per lui l’ espressione finale di quella libertà individuale che dovrà riconquistare. Ma Un Prophète ( questo il titolo originale) non è solo un’ opera sulla crescita di un personaggio ma racchiude al suo interno frequenti metafore sociali sulla realtà della Francia e le separazioni ancora presenti tra le etnie, non solo in carcere ma anche nella vita da uomini liberi. Proprio come accadeva un anno fà con La Classe di Cantet ancora una volta per parlare della condizione della Francia bisogna parlarne ” Entre les murs”. E’ come se Audiard volesse comunicarci che tutto quello che accade dentro di noi inevitabilmente è poi lo specchio di quello che all’ esterno facciamo vedere. E’ così che Malik prende gradualmente coscienza di quella che è la sua identità, delle sue aspirazioni come uomo, impara ad essere il principale artefice di sè stesso. E anche i 150 lunghi minuti del film evolvono da dei titoli d’ apertura che si intravedono nel buio, un pò come Malik che dal momento in cui entra in prigione acquisisce una visione limitata delle cose, a quel primo piano finale a schermo intero che apre la prospettiva sulla visione dei fatti (il Malik che dietro di sè ha creato un impero). Il Profeta è anche capace di fondere i continui sensi di colpa, esternati dalle visioni mistiche e oniriche del giovane Malik alla crudezza dei fatti, esplicati dagli intrecci malavitosi di droga e dalle intolleranze tra le etnie. Per gustarne del tutto queste varie sfumature, date soprattutto dalle tre lingue presenti nel film, un consiglio è quello di vederlo in lingua originale. Forse unico modo anche di comprendere in pieno gli immensi pregi presenti in questo perfetto lavoro di Audiard che gli ha fruttato il Grand Prix all’ ultimo Festival di Cannes.

( Il legame con i Corsi)

( Uno dei momenti onirici di Malik)

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– Chloe – 2010 – ♥♥♥ –

di

Atom Egoyan

Sono fragili i personaggi del regista canadese Atom Egoyan, la loro psicologia è decisamente instabile e le immagini della loro memoria sono spesso paure o semplici macchinazioni della loro mente. Questa volta Egoyan mette a riposo la sua penna da sceneggiatore e si dedica puramente alla regia, sfruttando uno script di Erin Cressida Wilson che per molti versi ricorda il suo precedente Nathalie. La storia è quella di una moglie (Julianne Moore) che sospetta del tradimento del marito (Liam Neeson) e ingaggia per scoprirlo una giovane prostituta esperta di seduzione (Amanda Seyfried). Ma ovviamente non tutto va da programma ed Egoyan è abile soprattutto a confondere spesso i livelli di ciò che è reale con quelli della finzione, avvalendosi di frequenti flashback che fino alla fine non si saprà se in realtà sono reali. L’ ipocrisia del mondo borghese fa da sfondo all’ intero film che dietro perfette architetture e vestiti eleganti mostra le ossessioni e le angosce dell’ animo umano che nessuna moneta può placare. Julianne Moore spicca nel suo ruolo di donna di mezza età sopraffatta dalle sue paranoie che trovano un’ origine profonda nella sua paura di invecchiare e di essere abbandonata dal marito. L’ intera storia viene mostrata da Egoyan attraverso la singolare lente di Catherine ( Julianne  Moore) che è offuscata dalle sue emozioni e che molto spesso varia la propria prospettiva. Spesso la macchina da presa si sofferma in inquadrature riflesse allo specchio che delineano le due figure femminili delle protagoniste, come in un gioco ambiguo della mente che lo spettatore avrà chiaro solamente nel finale. E’ come se il regista canadese volesse comunicare la sua personale visione del concetto di realtà che è visibile all’ essere umano attraverso due differenti livelli: quello della trasparenza e quello della riflessione. Ecco che è proprio per questo che, in una delle sequenze migliori del film, vediamo la realtà che Catherine crede sia vera attraverso le trasparenze di un vetro di una cabina da doccia o i suoi pensieri dolorosamente erotici attraverso i vetri di una serra di un giardino botanico. Sequenze erotiche di alto livello, anche quelle colme di giochi di luci e trasparenze, mai volgari e che tengono l’ aspetto seduttivo sempre in primo piano. E’ colmo di aspetti decisamente psicologici inoltre il film di Egoyan che ben delinea il personaggio “borderline” della giovane prostituta Chloe ossessionata morbosamente dal suo mondo affettivo immaginario che esplica attraverso le sue notevoli capacità seduttive. E non vi è spazio per una spiegazione delle dinamiche ma solamente per un bombardamento di immagini stilisticamente ben costruite che hanno lo scopo di invadere l’ emotività dello spettatore facendolo perdere nei labirinti dell’ ossessione che la mente spesso produce. Il tutto non è esente da oggetti\feticcio ricchi di simbolismi sottointesi e mai esplicati in maniera diretta e un singolare gusto per l’ estetica, caratteristiche che hanno la sua massima espressione nell’ ottimo gioco di sguardi (e di inquadrature) delle sequenze conclusive del film.

( Realtà o finzione?)

(Ossessione)

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– Fuori Controllo – 2010 – ♥ e 1\2 –

di

Martin Campbell

Dopo otto anni dalla sua ultima interpretazione come attore (in Signs) Mel Gibson ritorna davanti alla telecamera in un ruolo d’azione all’ interno di un thriller politico, facendo ricordare il suo antico ruolo degli esordi che ricopriva in Arma Letale. Il film è tratto dalla miniserie del 1986 Edge of Darkness, prodotta dalla BBC, che racconta dell’ ispettore della polizia Thomas Craven che affranto per l’ improvviso omicidio della figlia cerca vendetta, scoprendo un’ intricata rete di spionaggio politico. Gibson risponde bene alla chiamata di Campbell nell’ interpretare il ruolo di un padre solitario e vendicativo, districandosi con le sue consuete faccine affrante e un istante dopo colme di senso di rivalsa. La parte che sicuramente funziona meglio nel film sono proprio le scene d’ azione e soprattutto l’ intenso finale vendicativo e suicida condotto da Craven, dopo aver ben delineato l’ intrigo che sta dietro l’ assassinio della figlia. Ma al contrario è piuttosto fastidiosa la parte onirica del film che porta il protagonista ad avere continue allucinazioni sulla figlia e che si conclude in un finale totalmente in puro america style con la figlia fantasma-angelo che accompagna il padre nel passaggio dalla vita alla morte. Craven ricerca gli indizi che lo conducono al finale in maniera lenta ma ben delineata sempre spinto da questo desiderio di vendetta e con l’ istinto del padre ferito che non ha più nulla da perdere. La sceneggiatura punta tutto sulla cospirazione nucleare tipicamente Statunitense  ma in maniera molto grossolana, prestando più attenzione a caratterizzare i personaggi che  a rendere il plot credibile e veritiero. Sfrutta il già visto pretesto di intrecciare le vicende e i sentimenti personali per scovare e lottare contro cospirazioni politiche, meccanica spesso usata anche nei telefilm americani alla Prison Break.  Troppi decisamente i momenti sentimentali, che saranno anche giustificati dalla gravità degli eventi (l’ uccisione di una figlia), ma non sono sufficienti a far tollerare l’ escalation di retorica che si esplica ripetutamente diventando un meccanismo “fuori controllo”. Ossessivi e decisamente troppi i continui flashback con la videocamera amatoriale che hanno come unico scopo quello di rendere patetico il dolore del personaggio interpretato da Gibson. Insomma un bentornato a Mel Gibson si ha il piacere di darlo soltanto quando in alcuni momenti d’azione sgrana gli occhi con la pistola in pugno, ricordandoci i suoi antichi personaggi degli anni ’80 e ’90, per il resto si ha davanti il solito thriller politico americano. Niente di nuovo.

( Gibson vuole vendetta)

( Arma Letale o Fuori controllo?)

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– Crazy Heart – 2010 – ♥♥♥♥ e 1\2 –

di

Scott Cooper

Crazy Heart è un gran film. E’ una stupenda prova corale di attori con alle fondamenta una storia trascinata dagli accordi di un avvolgente musica country che scandisce tutti i ritmi emotivi di ogni singola sequenza del film. Ed è un film americano vecchio stile, con una storia che va dritta al cuore e lunghe inquadrature con paesaggi sconfinati un pò Texani e bottiglie di Whisky che si esauriscono come fossero acqua. Ma soprattutto con tanta musica Country che insieme a un sorprendente e perfetto Jeff Bridges (vincitore dell’ Oscar 2010 come migliore attore per questo film) fa da protagonista indiscussa. La regia di Scott Cooper è molto semplice e sfrutta lo straordinario carisma recitativo di Jeff Bridges e dei suoi tanti validi comprimari (Maggie Gyllenhaal, Colin Farrel e Robert Duvall), muovendo la sua macchina da presa in innumerevoli campi e controcampi e scegliendo un montaggio con frequenti primi piani delle varie espressioni dei protagonisti.  Il film ci mostra un triangolo tutto maschile fatto di tre cowboys solitari ognuno a suo modo legato alla musica country (Bridges-Farrel-Duvall), che trascinati dalla forza della musica conducono la loro vita un pò vittime dei picchi di popolarità che la loro arte ha saputo dargli e col tempo strappar via loro. E il country è la musica per eccellenza di chi perde e sta ai margini della società ma sogna comunque un’ occasione di riscatto e di redenzione dalla propria sofferenza. Quella che Bad Blake non riuscirà ad ottenere solo attraverso il suo talento musicale, perché più che deciso a spremerlo fino all’ ultima goccia che a ricercare in esso una nuova strada verso il successo. Sarà l’ entrata in scena della giovane madre e giornalista interpretata da Maggie Gyllenhaal a cercare di risollevare le tendenze autodistruttive di Bad anche se ovviamente lui non riuscirà a compensare le esigenze di stabilità di lei. E’ inevitabile non rammentare osservando il personaggio interpretato da Bridges al The Wrestler di Rourke, anche se ovviamente lo stile registico di Aronofsky è del tutto diverso da quello decisamente più semplice che Cooper esplica nel suo film. Crazy Heart gode interamente del carisma di Jeff Bridges in grado qui di trasformarsi totalmente in un’ eroe tipicamente americano con la “malattia” del Whisky e della musica e totalmente affaticato dalle delusioni della vita. Non scrive un nuovo brano da anni ed è costretto inoltre a sopportare l’ umiliazione di dover aprire i concerti del suo ex allievo Tommy Sweet (Colin Farrel) ora all’ apice del suo successo. Quest’ ultima però sarà la molla, insieme a Jean (Maggie Gyllenhaal), che lo porterà a vergognarsi definitivamente della sua condizione di fallito e alcolizzato, nella quale fino a quel momento sguazzava senza alcun senso di rivalsa nei confronti della vita. Il film è ulteriormente arricchito dall’ intensissima The Weary Kind di Ryan Bingham, astro nascente della musica country statunitense. Crazy Heart è un pò come la stessa musica country: non ha la pretesa di essere un ‘opera originale o formalmente perfetta ma preferisce puntare tutto sulla sua sostanza sincera, il calore dei dialoghi e delle parole e l’ interpretazione degli attori. Interpretazioni capaci di scaldare il cuore di ogni spettatore più di un bicchiere di Whisky.

( Bad Blake compone il suo ultimo capolavoro musicale targato Bingham)

( Posso farle un intervista?)

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– Donne senza uomini – 2010 – ♥♥♥ –

di

Shirin Neshat

Shirin Neshat nasce come fotografa e video artista e il suo Donne senza Uomini (tratto dall’ omonimo libro di Shahrnush Parsipur) infatti è più un’ opera d’arte con le immagini che un vero e proprio film lineare. I primi minuti del film sono pura espressione d’ arte visiva che esprimono al loro interno una metafora di apertura e un passaggio da una prospettiva ristretta e maschilista a una più ampia quella dell’ emancipazione attraverso un ultimo e disperato gesto: il suicidio. Munis troverà attraverso quell’ ultimo disperato gesto l’ unico modo per entrare a far parte di una comunità di persone che lottano attivamente per la propria libertà e tentano di difendere il governo democratico di Mohammad Mossadegh, messo a duro rischio dal colpo di stato degli angloamericani del 1953. Il suo fantasma riesce in qualche modo a salvare l’ esistenza dell’ amica Fakhri, imprigionata in un inevitabile futuro da sposata e tradita dallo spettro della poligamia, riunendola con altri due destini di altre due donne invisibili che sognano una diversa vita per le donne. E’ metaforico e dai toni altamente surreali il film della Neshat, che raggruppa le tre donne in una tenuta nel deserto, nella quale l’ unico uomo che ci vive ha quel ruolo tanto sognato di custode e non quello di prepotente prevaricatore. In un simbolismo frequente che cerca un’ unione tra la donna e la terra, aiutata da una fotografia desaturata e dall’ aspetto grigio e polveroso la Neshat costruisce dei dipinti sulla vita e la condizione delle donne in Iran di quegli anni, alla continua ricerca di una loro libertà. Quella stessa libertà che ancora oggi non hanno del tutto raggiunto. Un particolare quadro artistico di come la regista immagina la vita di quattro donne senza la presenza degli uomini, in una realtà nella quale questi ultimi sono attivi dappertutto. Il risultato, anche quello dai toni surreali che si respira nell’ intero film, è quello di un’ immagine di solitudine ma in qualche modo di comunione e solidarietà. Purtroppo il film manca di quella componente comunicativa che un film dovrebbe avere per essere definito a pieno tale. Quindi non sarà difficile che lo spettatore si ritrovi spaesato dinnanzi a queste evocative e artistiche immagini, totalmente slegate però dalla narrazione e la costruzione dettagliata dei personaggi. Evocativo e sicuramente valido per il suo impatto visivo, il film iraniano della Neshat è sicuramente da vedere se si vuole  conoscere un inconsueto stile cinematografico al quale non siamo abituati ad assistere, ma c’è il rischio di uscire dalla sala con qualche dubbio sulla storia che questa eclettica artista ( premiata anche allo scorso Festival di Venezia con il Leone d’ Argento alla regia) vorrebbe comunicarci. Un consiglio è quello di arrivare in sala documentandosi, almeno un minimo, sulla storia del golpe iraniano degli anni cinquanta.

( Il sogno di Munis dell' attivismo politico)

( Verso la solitudine della tenuta)

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– Mine Vaganti – 2010 – ♥♥♥ e 1\2 –

di

Ferzan Ozpetek

E’ ormai nota la passione di Ozpetek per le dinamiche familiari, per le rivelazioni e per i segreti. Ed è anche noto come queste dinamiche e questi temi gli siano più consueti rispetto ad altri generi di storie (vedi Cuore Sacro o Un Giorno Perfetto). Con Mine Vaganti decide di affrontare queste dinamiche in maniera decisamente meno drammatica accostandosi per la prima volta ad un genere che più si avvicina alla commedia all’ italiana. Il tema è sempre quello ricorrente dell’ omosessualità e della sua accettazione all’ interno di una famiglia mediamente borghese di Lecce. Nello specifico è la storia di Tommaso (un positivamente rivelato Riccardo Scamarcio) che torna nel Salento a trovar i suoi genitori dopo aver studiato a Roma e che nel momento di confessare la propria omosessualità alla famiglia viene anticipato nel rivelare tutto questo dal fratello maggiore Antonio (Alessandro Preziosi). Da qui, intervallate da parecchie gag comiche, si dipana lungo tutto il film la riflessione costante dell’ intero film : quella della difficoltà umana a lasciare le situazioni che ci fanno del male o che non ci soddisfano a causa della cecità che spesso assume l’ occhio umano nel saperle riconoscere. Tutti i protagonisti di Mine Vaganti sono caratterizzati in qualche maniera da questo non voler vedere i propri problemi e chiudersi in una coltre di perbenismo apparente per continuare a condurre più o meno pacificamente la propria vita. Un meccanismo di vita che è spesso predominante in molte piccole realtà del Sud Italia e non solo. I genitori di Tommaso ed Antonio (Ennio Fantastichini e Lunetta Savino) sono spiazzati da quella che è stata secondo loro una mancanza nel non aver visto preventivamente l’ omosessualità del figlio Antonio e faranno di tutto per nasconderla dagli occhi indiscreti del paese. Allo stesso modo anche gli altri protagonisti conservano nell’ animo qualcosa che non vedono o non vogliono vedere, in questo modo ogni rivelazione capita come un fulmine a ciel sereno e la verità scoppia come una bomba nella calma apparente della loro situazione familiare. Ozpetek ripropone la sua consueta formula collaudata della ripresa a girare intorno ad una tavola imbandita, per lui luogo perfetto nel quale colloquiare o, come avviene in questo caso, annunciare rivelazioni inaspettate. Quelle che verranno proferite dalle “Mine Vaganti” Antonio e Tommaso e che destabilizzeranno la situazione patriarcale della famiglia. Parallelamente alla loro storia viene narrata la storia della Nonna di famiglia (Ilaria Occhini) e del suo amore soppresso con il cognato. Questo racconto ha la funzione di antefatto un pò a tutta la situazione familiare. Illustra quella repressione che da anni caratterizza la famiglia in questione a favore del mantenimento delle apparenze. La sceneggiatura e i dialoghi sono scritti a quattro mani dallo stesso Ozpetek e da Ivan Cotroneo e riescono ad imprimere una certa caratterizzazione in tutti i personaggi, anche se in taluni casi li rendono un pò troppo stereotipati e delle macchiette ( come nelle sequenze che seguono l’ arrivo degli amici gay di Tommaso da Roma). Il finale del film anche quello è una vera e propria mina vagante negli avvenimenti che si andavano a delineare, ma ancora una volta è in grado di sovvertire quegli equilibri che si stavan per ricreare. Come una necessità nella vita di ogni essere umano, per Ozpetek le mine vaganti risulteranno essere complementari alla felicità del vivere.

( Rivelazioni a tavola)

( L' arrivo degli amici gay da Roma)

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