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Archive for febbraio 2010

– An Education – 2010 – ♥♥ e 1\2 –

di

Lone Scherfig

L’ ingresso nella vita adulta della giovane Jenny (Carey Mulligan) non è di certo semplice e la sua istruzione (il termine inglese Education va tradotto appunto come istruzione e non educazione) si trova ad un bivio. Sarà il futuro programmato dai suoi genitori ad Oxford ad avere la meglio o la vita mondana e un pò libertina che il giovane ebreo David (Peter Sarsgaard) le offrirà a vincere? Il film, diretto dalla mano della danese Lone Scherfig e sceneggiato dal Nick Hornby di About a Boy, si incentra proprio su questo dualismo e ancor di più sul fraintendimento nel quale lo spettatore cade di frequente, durante la visione del film, nel valutare quale sia la corretta istruzione tra le due. Dipinge quell’ epoca di cambiamento e di indipendenza ideologica e sessuale che stava per nascere in Inghilterra. I Beatles e il loro beetle pop rivoluzionario stavano per nascere e Jenny vorrebbe cambiare il suo mondo ma l’ inevitabile finirà per avere il predominio sui suoi sogni di rivoluzione. An Education dipinge quella società di confine che ci ha fatto giungere fino alla nostra: dove ogni compromesso è accettato per raggiungere i propri scopi e l’ ambito sogno di ricchezza. Una società dove i valori morali iniziano a sgretolarsi e quell’ istruzione scolastica,che sicuramente ha avuto il difetto di essere troppo rigorosa, vedrà crollare la propria egemonia a discapito di una più appetibile prospettiva di vita basata sulle esperienze e i soldi. Come sostiene appunto l’ ambiguo David, interpretato da un Peter Sarsgaard molto bravo a instillare di attimo in attimo il dubbio nello spettatore, sarà la sua istruzione alla vita a tentare Jenny e il suo rigido mondo fatto di libri e scuola. Carey Mulligan è decisamente abile nell’ interpretare la quasi diciassettenne Jenny e i suoi reali 24 anni sono sicuramente un aiuto nel portare in scena un personaggio che ha voglia di crescere un pò troppo in fretta. La sua naturalezza e la sua semplicità sono sicuramente due delle caratteristiche che le hanno fruttato la nomination agli Oscar come migliore attrice e che in più di un momento del film la rendono una reincarnazione di Audrey Hepburn. Certo è che quest’ anno le candidature agli oscar sembrano voler a tutti i costi favorire la vittoria netta di Avatar perchè questo sentimentale An Education non può di certo reggere il confronto. Il suo aspetto decisamente patinato e la sua regia un pò retrò e decisamente non originalissima non potrebbero mai sconfiggere il colosso di Cameron. La semplicità e la patinatura con la quale l’ Inghilterra degli anni pre Teddy Boys si appresta ad uscire dal suo perbenismo sono infatti i principali difetti di questo film, che inoltre in più di un momento lo rendono noioso da seguire. Supportato, al contrario, da una sceneggiatura più che scorrevole, una recitazione decisamente al di sopra della media degli attori e una fotografia che assume diverse tonalità cromatiche tra Londra e Parigi.  Le sottigliezze dei personaggi sono ben strutturate: Jenny è infatti divisa tra  il suo amore verso le arti e la bellezza e la sua incapacità, dovuta alla giovane età, a non saperne correttamente mettere dei confini; mentre David, abile affabulatore ma che nell’ interno cova una profonda  insoddisfazione, come solo nel finale lo spettatore potrà scoprire. Anche i genitori di Jenny e in particolare l’ ottimo Alfred Molina sono molto bravi nell’ interpretare la frustrazione della classe medio borghese di quegli anni, che anzichè preoccuparsi della reale felicità della propria prole era più concentrata sul bene per il loro nucleo familiare o alle loro opportunità sociali ed economiche. Insomma tutti validi spunti quelli di Nick Hornby, che però non riescono nel risultato finale a imprimere una sensazione di memorabilità a questo film e lo condannano inesorabilmente al dimenticatoio.

( L' attimo della tentazione)

(Scegliere un' altra scuola)

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– Il Mondo dei Replicanti – 2010 –  ♥  –

di

Jonathan Mostow

E’ un futuro quello dipinto ne Il Mondo dei Replicanti che non è il massimo dell’ originalità e che di certo non è lontanissimo nemmeno da quella che potrebbe essere la realtà tra qualche centinaio di anni. In questo futuro gli abitanti della nostra amata terra preferiscono rifugiarsi nelle loro case e far vivere la vita ai loro “surrogati” (entità robotiche collegate all’ umano matrice). E già solo questa ipotesi basta a far pensare che questa idea di sicurezza e maniera di vivere con lontananza i propri rapporti sociali e di vita non è poi molto lontana da oggi se si pensa allo spiccato aumento e proliferazione delle relazioni virtuali tramite internet. Se non fosse che tutto questo è stato già ipotizzato in maniera simile nel geniale Blade Runner, o in altri lavori come Strange Days o la trilogia di Matrix. E non solo, perchè anche capolavori d’ animazione come Wall-e ci hanno messo davanti ad un futuro dove gli esseri umani saranno relegati su una poltrona automatizzata e controlleranno proprio da quella l’ andamento del loro futuro. Considerando poi che il film esce quasi contemporaneamente ad un colosso come Avatar è difficile non intravederne delle analogie. Prende ispirazione da un fumetto il film di Mostow che relega la società alla rinuncia dei problemi attraverso la robotizzazione dell’ uomo. Infatti ciò che funziona maggiormente è forse proprio il soggetto ispirato appunto alle strisce a disegni di Robert Venditti e Brett Weldele. Per il resto ciò che per gli interi 82 minuti del film si lascia intravedere è un continuo martellamento di come questo futuro sia prossimo e di come noi esseri umani ci stiamo avviando verso la disumanizzazione e la second life. Con decisamente troppa insistenza, e soprattutto tralasciando dei particolari di coerenza del tutto fondamentali. Ad esempio, in questo periodo di netta crisi economica, è poi così realizzabile che il 98% della popolazione mondiale sia in grado di permettersi economicamente un “surrogato” meccanico in grado di sostituire il nostro corpo e la nostra vita? Insomma a parte queste incoerenze abbiamo il solito Bruce Willis, duro a morire, in veste di “sacco di carne” tra i replicanti, che alquanto claudicante ed emaciato tenta di salvare il mondo da uno sterminio di massa ad opera del prevedibile inventore frustrato e depresso. Tutto misto in un finale veramente enfatizzato e ripetitivo (la frase : “Se non premi quel bottone ucciderai tutti i replicanti” viene ripetuta almeno tre volte), che vorrebbe solo farci rammentare fin dove la nostra tecnologia potrebbe spingersi. Ma un minuto dopo resta solo l’ amaro in bocca dell’ ennesimo sci-fi poco originale e dalla sceneggiatura ben confezionata ma che racchiude al suo interno meccaniche già collaudate. E ovviamente resta anche l’ iconica  immagine del surrogato di Willis dotato di parrucchino.

( Bruce Willis collegato al suo Avatar col parrucchino)

( Surrogati col parrucchino alla conquista del mondo)

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– Il Figlio più piccolo – 2010 – ♥♥ e 1\2 –

di

Pupi Avati

Pupi Avati, si dimostra ancora una volta uno dei registi più prolifici nel panorama italiano (questo è il suo quarantesimo film), ma soprattutto dà prova di riuscire a far nascere dalla sua penna di sceneggiatore dei personaggi ben caratterizzati che poi abilmente è in grado di pennellare sopra i suoi attori. Questa volta mette un pò da parte, anche se non del tutto, la sua Bologna nostalgica e termina la sua trilogia sui padri, iniziata con La Cena per farli conoscere e proseguita con il Papà di Giovanna, dipingendo un’ Italia moderna che contrappone i “furbetti” che pur di arricchirsi sono capaci di tutto a quelli che restano ingenui e sognatori per tutta la vita e che spesso sono destinati a soccombere tra le grinfie dei primi. E’ forse un pò una metafora di ciò che Avati è ed è stato, del suo modo di fare cinema, che resta sempre incentrato su un buon soggetto e su uno stile lineare e semplice, che non si è “evoluto” ad altri temi più in voga come hanno fatto i suoi coetanei Bertolucci o Bellocchio. Ancora una volta il regista bolognese riesce a vincere la scommessa attoriale puntando su un Cristian De Sica al suo primo ruolo drammatico, che riesce a cimentarsi in maniera più che convincente nella parte del cattivo padre vittima di un gioco di affari e di ricchezze che lo porterà inevitabilmente al tracollo, sorretto soltanto dall’ amministratore furbo ma stressato interpretato da un bravissimo Luca Zingaretti. E’ davvero un peccato però che le sbavature tecniche (parecchi sono i momenti in cui le riprese vanno fuorifuoco), forse dovute ai mezzi o forse derivanti da volute scelte tecniche visivamente un pò insopportabili, siano una caratteristica che è difficile non notare. Il soggetto è decisamente vincente e riesce a mettere invece a fuoco le doti (mai viste prima d’ ora ) di Cristian De Sica , che soprattutto in qualche scena finale fa finalmente rammentare il talento recitativo che sembrava non aver ereditato dal padre Vittorio. Infatti è proprio questa la parte decisamente più riuscita in questo Il Figlio più piccolo: la straordinaria capacità che Avati ha di plasmare i suoi attori e portarli ad interpretare personaggi ben caratterizzati ed esplicati nei loro piccoli manierismi e sfaccettature. Anche se spesso limitati solo a quella superficie e senza alcun approfondimento o scavo interiore. Il personaggio di Laura Morante è  quello che più è enfatizzato (al limite anche della credibilità) e che mostra un’ immagine di una donna fin troppo ingenua e buonista che continua sempre ad amare il suo ex marito che la ha derubata e abbandonata (ipotesi ben poco adattabile in una società odierna fin troppo colma di donne dominatrici). Il corpulento Nicola Nocella al contrario è una gradita rivelazione e riesce ad imprimere bene lo stato d’ animo ingenuo di un figlio più piccolo succube della madre e che cova sogni cinematografici fin troppo utopistici. Non c’è banalità in questo soggetto di Avati ma una sincera genuinità nella messa in scena di un contrasto che è estremamente attuale (arrivisti vs ingenui). Uno specchio sociale che vede purtroppo spesso trionfare gli arrivisti schiavi del denaro sui sogni e la sincerità degli affetti. Avati nel finale ci offre un’ illusione che tutto questo possa cambiare, forse anche questo esposto in maniera un pò sbrigativa e superficiale, ma che, a tutti gli idealisti come me, piacerebbe sperare che fosse un pò meno irrealizzabile.

( Un bravissimo Zingaretti tenta di convertire 
l' ingenuo figlio più piccolo alla furbizia)

( Matrimonio modern-trash di convenienza)

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– La Bocca del Lupo – 2010 – ♥♥♥♥ e 1\2 –

di

Pietro Marcello

Il giovane regista casertano Pietro Marcello rifiuta con decisione il connotato di documentario verità, che da molti è stato attribuito al suo film. E in effetti il suo La Bocca del Lupo è molto più di questo, non potendo peraltro interamente essere definito un documentario perchè i suoi protagonisti sono consapevoli di fare un film , seppur che abbia come argomento la loro storia di vita. E’ più un cinema sperimentale che verrebbe in mente guardando questo suo lavoro che è un intreccio di vecchi documentari su Genova, pezzi di vita dei due protagonisti Enzo e Mary e immagini della Genova di oggi, della sua parte disagiata, quella degli umili che spesso non viene vista. Enzo e Mary vivono la loro atipica storia d’ amore “rifugiati” lontani dalla Genova da cartolina e quella considerata normale e ci fanno luce su quella realtà che spesso viene ignorata o semplicemente non discussa. Una realtà genovese vissuta da quei “nuovi abitanti delle caverne”, come citano le parole tratte dal romanzo verista di Remigio Zena e narrate durante il film. Personaggi che non sono nè nomadi, nè stanziali ma che finiscono per trasmigrare di epoca in epoca e nello specifico nelle differenti immagini del giovane regista casertano. Un montaggio ben calibrato e decisamente originale riesce ad imprimere con forza e poesia un messaggio di estrema realtà nell’ esposizione di questi tessuti sociali, così emarginati e allontanati dal concetto comune di normalità. Per raccontare questa realtà viene usata la semplicità di una storia d’ amore quella di due carcerati che si incontrano dentro le mura, ma che riescono a portare fuori da quelle stesse mura la forza poetica e allo stesso tempo complice del loro amore. Sono due persone che trovano rifugio l’ uno nell’ altra e riescono a proteggersi dalle difficoltà che il mondo e la società esterna imprime forzatamente alle loro difficili esistenze. E i toni delicati e al tempo stesso sinceri, con i quali è espresso tutto questo, sono stati ben compresi prima dalla giuria del Torino Film Festival, che lo ha premiato come miglior film, e dopo da quella dell’ ambita Berlinale, che lo ha fregiato del premio Caligari e di quello come miglior documentario. Quello di Pietro Marcello, espresso ne La Bocca del Lupo,  è un modo di fare cinema che fonde la voglia di sperimentare nuovi linguaggi cinematografici con l’ esigenza economica del digitale e del low budget. Un cinema attento agli umili che sicuramente rammenta quello di Fassbinder, anche se qui molto più in accordo con le emozioni. Un singolare modo di creare una suggestione emotiva attraverso la riuscita assonanza di immagini visive con semplici parole evocative (come le registrazioni delle lettere che Mary ed Enzo si mandavano, quando ancora Enzo doveva terminare di scontare la sua pena in carcere). Il film commissionato dalla fondazione gesuita San Marcellino sembra scovare nelle cantine genovesi i suoi tecnici. Esempio valido ne è la montatrice Sara Fgaier, giovane cineamatrice sicuramente non famosa ma che fa ben intravedere le sue doti coraggiose in quest’ opera. E alla fine questo montaggio è una delle tante cose che resta impresso negli spettatori, compresa la toccante e intensa intervista finale ai suoi due protagonisti. E quel profilo amatoriale e decisamente cinematografico di Vincenzo Motta, che anche senza proferire nessuna parola con il suo volto scavato e i suoi folti baffoni imprime di estrema caratterizzazione il suo doloroso personaggio, fuso con la sua stessa vita.

( Enzo, uno dei "nuovi abitanti delle caverne")

( Immagini documentaristiche della Genova che fu)

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– Nine – 2010 – ♦ –

di

Rob Marshall

Dopo Chicago, passando da Memorie di una Geisha, Rob Marshall ritorna rivisitando il musical che fu di successo a Broadway, ispirato al mitico 8 e 1\2 di Fellini. Lo fa utilizzando un cast di muse tutte d’ eccezione e  un sicuramente bravo Daniel Day Lewis, che però è visibilmente a disagio nella parte di quello che fu il regista Anselmi di Fellini. In Nine, Marshall lo trasforma in Guido Contini, forse per l’ assonanza con il nome del maestro riminese, ma oltre a questo non rende poi nessun onore al celebre capolavoro felliniano e non lo fa neanche con i ringraziamenti nei titoli di coda, nei quali non vi è alcun accenno al regista italiano scomparso. Il Guido Contini di Marshall non è quel regista pieno di sfaccettature emotive che erano tipiche di Anselmi, ma si riduce ad essere un personaggio sempre musone e totalmente dominato dalle donne, compresa la mamma interpretata da una immobile Sofia Loren. Daniel Day Lewis fa quel che può per trasmettere qualcosa del suo personaggio, ma ciò che arriva agli spettatori è solamente l’ immagine di un mammone sconsolato e in preda alla crisi di produzione, privo del genio introspettivo che fu del personaggio interpretato da Marcello Mastroianni. Anche la parte che dovrebbe riuscire meglio a Marshall ( la parte prettamente musicale) non riesce a trascinare per nulla lo spettatore, che si trova difronte a coreografie e musiche spesso noiose, se si fa eccezione per qualche momento dell’ interpretazione della cantante Fergie. Il film è totalmente schiavo delle sue attrici muse e risulta veramente difficile non notare che è come se vi fosse stata, in sede di sceneggiatura, l’ esigenza di far interpretare almeno un assolo a testa ad ognuna delle protagoniste femminili di Nine. Il dramma espresso dalla storia, che parla della crisi artistica che attraversa il regista Contini durante la preparazione del suo nono film, risulta quindi essere totalmente slegato dal contesto musicale e solamente un pretesto per le esibizioni delle sue primedonne. Giovani rampolli della moderna maniera di fare cinema sicuramente lo troveranno accattivante per il suo sicuro pacchetto patinato e luccicante, sicuramente ben confezionato e fatto di costumi e scenografie che sembrano non badare a spese, ma soprattutto  che risponde in maniera convincente all’ americanissimo urlo: “That’s Entertainment”. Penelope Cruz, Marion Cotillard, Nicole Kidman e una perfetta Kate Hudson, relegata a un ruolo marginale, si alternano sul palcoscenico nelle loro tanto decantate esibizioni, ma non sono poi in grado di lasciare nulla al di fuori della loro indubbia bellezza e presenza scenica. I nostri attori italiani (Elio Germano, Ricky Tognazzi, Giuseppe Cederna e Martina Stella) sembrano piazzati sulla scena solamente per apportare un’ ondata di italianità all’ intero film, che peraltro del belpaese ha ben poco. Se non l’ immagine americana che forse gli americani hanno di noi: quella che scivolando sulle ripetitive e insistenti parole della colonna sonora portante “Be Italian” ci dipinge come un popolo di mammoni problematici e forse senza speranza. Se è così almeno ci rimane l’ illusione di avere avuto un passato di vero grande cinema: quello Vero di Federico Fellini, qui per nulla omaggiato.

( Mamma Loren & Day Lewis mammone)
( Balletto d' obbligo per ogni musa)

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– Amabili Resti – 2010 – ♥♥ e 1\2 –

di

Peter Jackson

Il film si apre nell’atmosfera calda e ovattata di un ricordo infantile. La voce cristallina che ci accoglie è quella di una ragazzina violentata e fatta a pezzi in un campo di granturco, a un chilometro da casa (ormai lo sappiamo tutti, anche prima di andare al cinema). Ma lei non ce lo spiega mica subito: nel film di Jackson passano ben cinque interminabili minuti prima che Susie Salmon – “come il pesce!” – (una straordinaria Saoirse Ronan, già indimenticabile in Espiazione) ci dica di essere stata assassinata il 6 dicembre 1973 dal suo insospettabile vicino di casa. Fin dalle prime scene non è la morte, ma la vita di Suz a travolgerci come un colorato fiume in piena. Riviviamo insieme a lei i momenti più significativi di questo suo eterno ieri, conosciamo così la sua famiglia, “non una famiglia sfortunata, una di quelle a cui accadono disgrazie ogni giorno senza alcuna ragione….. “, e la comunità in cui vive, la scuola, il vicinato, insomma Norristown, Pennsylvania, tipico sobborgo della periferia americana anni Settanta, villette a schiera, prati curati, e tanta noia. Già da qui si nota una profonda differenza rispetto all’emozionante romanzo di Alice Sebold (Amabili resti, edito in Italia da E/O, ormai best seller) da cui è tratta tutta la storia: nelle prime pagine del libro Susie, io narrante, mette subito in chiaro come stanno le cose, intercalando il racconto della violenza subìta – con tutti i terrificanti particolari – a ricordi di vita a volte teneri, a volte addirittura divertenti. Una scelta coraggiosa e intelligente, a mio parere, ma praticabile solo sulla carta, perchè la Sebold può dare alle parole della ragazzina un tono ironico, capace di sdrammatizzare proprio come chi guarda le cose da una prospettiva diversa, ormai lontana…. Anch’io come molti ho trovato apprezzabile, giusta, la scelta di Jackson di non mostrare la scena dello stupro e dell’omicidio, poichè credo che avrebbe sicuramente catalizzato l’attenzione e cancellato qualunque altro messaggio si volesse affidare al film. Ugualmente riesce a trasmettere una sensazione di ansia costruendo, e ricostruendo a suo modo, la scena in cui il pedofilo, il Signor Harvey (magnifico Stanley Tucci, pruriginoso e insospettabile a puntino, da oscar) attira l’innocente, ingenua, deliziosa, buffa Susie nel suo buco sotterraneo… Bella e angosciante la scena della ragazzina, novella Alice nel paese degli orrori, mentre si guarda intorno nell’inquietante tana dell’assassino. Come già era successo per il bellissimo Creature del cielo del 1994, Jackson mostra un suo personale modo di raccontare orrori reali chiedendo aiuto alla fantasia, complice il fatto che le storie di cronaca nera in questione abbiano coinvolto delle adolescenti, delicatissima fase dell’esistenza dove l’immaginazione è più fervida e più labile il confine tra sogni e realtà. E su questo confine rimane tutta la prima parte del suo Amabili resti, ma in un bell’equilibrio tra l’Aldiqua e l’Aldilà laico di Susie. Messa da parte la trovata un po’ furba – ma in fondo funziona – di giocare sull’equivoco che la ragazzina ce l’abbia fatta a scappare dalla tana del mostro, il momento più alto, quello che da solo varrebbe l’intero prezzo del biglietto è quello in cui Susie – il suo spirito? la sua anima? in fondo non ha molta importanza – realizza, e ricorda, cosa le è successo, al cospetto del suo assassino immerso in una vasca d’acqua bollente, per terra e sul lavandino tracce di sangue e terra….. Il film poi precipita verso una certa inconsistenza a cominciare dal modo in cui viene visualizzato il Cielo di Susie, davvero troppo patinato e finto, senza contare poi i riferimenti a cose già fatte e già viste (una per tutte, Al di là dei Sogni). Fanno eccezione un paio di trovate davvero degne di nota: la scena del naufragio delle navi in bottiglia, che si infrangono su degli scogli proprio davanti a Susie, mentre nel suo studio il padre (Mark Wahlberg) distrugge tutti i suoi modellini in preda a rabbia e dolore. Delicatissima l’apparizione in mezzo al lago, e poi nel campo di granturco, del gazebo da cui la ragazzina può guardare giù sulla Terra, e stare vicino a suo padre la notte che cerca di vendicare la sua morte inseguendo Harvey con una mazza da baseball. Ciò che manca a questo film è proprio una storia, una qualunque, perchè ce ne sono troppe che nella seconda parte si accavallano disordinatamente e superficialmente. La narrazione – come è nello stile di Jackson – viene frammentata e spezzettata tra i vari personaggi. Al contrario, la forza del racconto della Sembold sta molto nel suo mantenenere il centro della narrazione su Susie. Come quando si lancia un sasso in uno stagno calmo e all’improvviso la superficie dell’acqua si increspa in centri concentrici che si allargano sempre di più, così nel romanzo la scomparsa della ragazzina ha echi che toccano molte persone, non solo all’interno della famiglia, ma anche della comunità in cui è vissuta….. La sfida, allora, è forse quella di capire cosa può succedere nella mente e nella coscienza umana quando si prende consapevolezza di una violenza subìta…. un orrore che guarda allo specchio se stesso….. Non a caso, il romanzo inizialmente doveva chiamarsi Monsters, e in origine nasceva da una vicenda autobiografica della stessa autrice, selvaggiamente stuprata a 18 anni, ancora vergine, in un tunnel dell’Università di Syracuse dove pochi giorni prima era stata stuprata e smembrata un’altra ragazza. Dunque una scrittura ‘terapeutica’, un modo per esorcizzare l’evento, e insieme un omaggio, forse, a chi è stata meno fortunata di lei (prima di questo, la Sembold aveva scritto un altro libro dal titolo Lucky, interamente basato sulla sua terribile esperienza). Tranne la stessa Susie e il suo assassino, tutti gli altri personaggi nel film (al di là della bravura degli attori) non sono caratterizzati in maniera credibile o efficace, per cui non è dato allo spettatore di capire fino in fondo i gesti che compiono, e finiscono così per assomigliare molto di più a delle caricature: la nonna (Susan Sarandon), che viene catapultata nella storia all’improvviso, è lo stereotipo della nonna-brilla-inaffidabile-divertente-che-però-quando-serve-c’è, mentre la madre (Rachel Weisz), che va via affranta dal dolore e poi ritorna, è lo stereotipo dell’ intellettualoide-fallita-exfemminista-exstudentessa-diventata-casalinga-disperata, o Ruth Connors (Aucklander Carolyn Dando), la strana-ragazza-asociale-con-doti-medianiche… Maggior cura è dedicata nella sceneggiatura al personaggio del padre, anche se manca del tutto il Jack Salmon del libro, quel << tipo di padre che tiene la foto di te a tre anni, nuda, nel bagno del piano terra>>, e sembra che a definirlo sia l’antagonismo, lo scontro con il cattivo, piuttosto che il rapporto speciale che lo legava alla figlia, e su cui tanto inchiostro consuma la Sebold.  Quello che in origine era il racconto di una tragedia orribile, insospettabile anche perchè a quell’epoca ancora non ne capitavano, o non si sapevano, è stato trasformato in un’indecisa ghost-story, a metà tra fantasy, con tanto di angeli custodi che ritornano in terra, e psyco-thriller hitchcockiano che entra nella casa e nelle perversioni abitudinarie dell’assassino. Il punto della storia di Susie non è cosa c’è dopo la morte, ma in che modo si possa affrontare una tragedia come quella, in che modo tanto i vivi quanto i morti possano andare oltre, stringendosi intorno a quello che resta, ma pare proprio che questo Jackson non l’abbia capito fino in fondo.



(Susie è già quasi arrivata a casa, quando il vicino di casa la ferma proprio nel campo di stoppie…)

(<< …mentre si fregava il corpo nell’acqua bollente del suo bagno suburbano…si sentì pervadere dalla calma. ….e quando sentì l’acqua calda lavarmi via pensò a me. Al mio urlo soffocato nel suo orecchio. Al mio delizioso gemito di morte…>>, A. Sebold,Amabili resti, E/O, p.59)

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– L’ Uomo che verrà – 2010 – ♥♥♥♥ e 1\2 –

di

Giorgio Diritti

Il cinema ci ha ormai abituato agli sguardi sulla storia, spesso elementari, superficiali o da fiction televisiva, così tanto che quando siamo difronte ad un film come questo di Giorgio Diritti non si può restare indifferenti. Il regista noto per Il Vento fa il suo giro, non sceglie come molti avrebbero già fatto di rivisitare una vicenda storica ma ci narra una sua storia, un suo script che alla fine tende a precisare di pura immaginazione, ma che è perfettamente inserito in una vicenda storica dolorosa della nostra Italia: L’ eccidio nazifascista di Montesole, uno dei piccoli borghi vicino al ben più noto Marzabotto . Diritti si pone a distanza da qualsiasi posizione ideologica e assume quella degli innocenti, in questo caso dei bambini, e come ispira il titolo stesso anche di quelli che dovranno nascere. Le vicende si svolgono infatti durante i nove mesi antecedenti alla nascita del fratellino della piccola Martina (l’ espressiva Greta Zuccheri Montanari). La telecamera resta sempre a discreta lontananza dal sangue, preoccupata di analizzare ben altri meccanismi, come l’ impotenza dei suoi protagonisti agli avvenimenti o lo sguardo innocente di Martina su quanto di inevitabile e truce sta per accadere. Tutti i protagonisti del film sono pervasi da un’ aura di estremo realismo, ripresi nelle loro vicende quotidiane e arricchiti dalla scelta del regista di usare il loro dialetto contadino. L’ uomo che verrà è dalla parte degli innocenti e degli impotenti che sono costretti a subire una guerra che non hanno scelto di combattere e che si trovano soltanto tra i due fuochi dei nazifascisti e dei partigiani. Le due parti di questa guerra sono infatti narrate con quasi pari crudeltà: quella ben più nota dei nazisti viene accompagnata da quella partigiana rivelata in una fredda sequenza che ci mostra come il più gentile tra i soldati delle SS viene ugualmente freddato senza pietà. In mezzo a queste due parti attive della guerra  vi sono coloro che si vedono costretti a rifugiarsi nella fede della Chiesa che però non garantisce loro un certo rifugio e perde cinematograficamente quel connotato salvifico che spesso nei film di guerra assume. Seguendo uno schema cinematografico che trae spunto da opere di memoria Pasoliniane Diritti si concentra sui riti quotidiani dei suoi personaggi, le loro concezioni prettamente arcaiche e le loro abitudini. Mescola sapientemente un cast di attori non professionisti con ottimi interpreti del panorama recitativo italiano ( Maya Sansa, Alba Rohrwacher e Claudio Casadio) creando uno sguardo corale colmo di particolari e sfaccettature spesso ignorate. Un pò come il bellissimo Katyn, documenta le atrocità della guerra con la freddezza necessaria delle tonalità fotografiche e con una cura dettagliata delle location (ogni scorcio paesaggistico sembra uscito da un film di Olmi) e degli oggetti di scena. E’ quasi un film muto (come la sua piccola protagonista Martina, divenuta muta in conseguenza ai traumi della guerra) l’ opera di Diritti che filma con pochissime parole la quotidianità dei morti, di chi non può più raccontarci ciò che veramente è avvenuto in quei momenti. Per ricreare tutto questo il film si avvale delle vere testimonianze e di documentari come quelli di Carlo Di Carlo. Il finale accende il lume della speranza dopo un oceano di dolore ed estremamente catartico si spegne in una istantanea perfetta sulla quale i titoli di coda che scorrono sono da contemplare per rendere onore a coloro che hanno lavorato dietro a questa ottima creazione. La speranza di noi spettatori è quella di vedere certe realtà del nostro passato riacquistare una voce attiva nella nostra memoria. Con la speranza che” l’ uomo che verrà” dentro di noi, nel futuro, possa essere sempre migliore ma pur sempre memore di certe dolorose pagine di disumanità.

( Una tragica prima comunione)

( L' inevitabile alle porte)

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