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Archive for dicembre 2009

– Sherlock Holmes – 2009 – ♥♥ e 1\2 –

di

Guy Ritchie

Ci aveva già stupito Guy Ritchie con la sua spregiudicatezza e corruzione senza limite nei suoi film precedenti, ma in questo Sherlock Holmes forse ha un pò troppo esagerato. La cornice è quella di una Londra gotica ottocentesca dove la corruzione e la violenza raggiungono il loro culmine. Holmes sembra quasi un supereroe appassionato di arti marziali e con un suo pugno che uccide. Robert Downey Junior riesce a donare al suo personaggio una nuova faccia, sicuramente convincente, facendone risaltare il carisma e la deduzione che erano tipiche del noto investigatore londinese nato dalla penna di Sir Arthur Conan Doyle. Al contrario sembra invece troppo marmoreo e bloccato dal suo doppiopetto Jude Law che del suo Dr. Watson non ne riesce ad imprimere nemmeno la goffaggine. Sherlock è privo del suo cappello e della sua mantellina che tanto lo contraddistinguevano ed è al contrario modernizzato dalle sue abilità nelle arti marziali, esplicate da Ritchie attraverso tecniche slow motion che molto traggono ispirazione dai videogames. La sua deduzione viene invece trattata dall’ ex marito di Madonna con una tecnica che ricorda i flashback di CSI, che va bene forse le prime volte ma diviene un tantino ripetitiva e fastidiosa se usata continuamente. La classicità che del personaggio di Holmes è arrivata ai giorni nostri celata soprattutto dai manierismi dei suoi gesti e abitudini viene resa sfarzosa da Ritchie, che sicuramente a conti fatti non si può dire abbia tirato fuori dal cappello una versione originale del noto investigatore. Infatti il film postmoderno di Ritchie trae spunto più che dai noti romanzi gialli di Doyle dalla trasposizione in fumetti di Lionel Wigram, che conferisce ad Holmes il ruolo di Bohemiene cancellando dall’ immaginario comune quello di bravo gentiluomo inglese. Quello spetta al solo Watson, che infatti risulta essere decisamente il personaggio più fuoriposto dell’ opera. Ma andando oltre il personaggio ben delineato e costruito su Downey Jr. ciò che più impressiona lo spettatore sono le ricostruzioni visive di una cupa Londra. Spicca il netto contrasto architettonico tra una città in piena rivoluzione industriale che ha al suo interno dimore per ricchi e ampi spazi edili affastellati di docks e cantieri navali di quello che è stato uno dei maggiori porti di scambio dell’ ottocento. Le donne del film sono le vere dominatrici silenti della storia. La bella Rachel McAdams raggira l’ astuto Holmes e la gelosissima Kelly Reilly tiene in pugno il suo Watson cercando di allontanare sempre di più il suo amato dottore dallo scapestrato investigatore. Tutto sommato un film per le famiglie che si lascia guardare con piacere soprattutto se immerso in un triste panorama filmico natalizio colmo di cinepanettoni. Ricorda i vecchi film per famiglie degli anni ’80, qui arricchiti da abili effetti visivi e ricostruzioni scenografiche di sicura attrazione. Esperimento più che sufficiente per l’ American-British Ritchie che dopo aver Americanizzato sè stesso tenta di fare lo stesso con il londinese Sherlock Holmes.

( Sherlock "Bruce Lee" Holmes)

(Watson spara attento a non uscire fuori dal suo doppio petto)

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– Planet 51 – 2009 – ♥ e 1\2 –

di

Jorge Blanco, Javier Abad & Marcos Martínez

Che c’ è la Dreamworks dietro la sceneggiatura di questa ultima animazione dai nomi iberici si vede forse fin troppo ed è quello che rovina l’ intero prodotto. I personaggi sono infatti costruiti in uno sfondo che è un misto perfetto di citazioni cinematografiche di film culto hollywoodiani che vanno da Alien a Ritorno a Futuro. Lo sceneggiatore è infatti lo stesso di Shrek, Joe Stillman, che sperando di riutilizzare la formula citazionistica già funzionante dà vita ad un’ animazione che vorrebbe far intendere a tutti che l’ ignoto e il diverso in realtà potremmo essere noi stessi. Questa morale un po’ sempliciotta è  però nascosta dietro tantissime gag decisamente infantili che distraggono dal messaggio di riflessione che l’ intero film intende comunicare. Stereotipati e assolutamente non approfonditi tutti i personaggi sembrano costruiti a uso ed abuso degli sketch visivi o della morale buonista e l’ happy ending in chiave amorale. L’ astronauta umano un pò bamboccione e con la bandiera a stelle e striscie sempre ben in vista è un po’ l’ eroe svampito e spaccone alla Will Smith in Independence Day. Il ragazzino alieno che lo aiuta invece sembra preoccuparsi soltanto dell’ amore della sua bella aliena che in quanto donna è relegata a una parte fatta solamente di poche parole e tante smorfie facciali. Anche i cattivoni del film sono molto stereotipati: il generale tutto d’ un pezzo ha un espressione arcigna così tipica da entrare in competizione con il più espressivo degli Schwarzenegger, mentre lo scienziato pazzo con l’ ambizione di lobotomizzare cervelli è non a caso doppiato con accento tedesco di memorie hitleriane. A parte queste note decisamente stonate e poco originali va decisamente elogiato il tentativo europeo ( l’ animazione è prodotta dagli studi spagnoli dell’ Ilion Animation) di competere con i colossi americani e di portare sul mercato natalizio e pre natalizio dei film per le famiglie un’ animazione più vicina a noi. Anche se ci si accorge ben presto, vedendo Planet 51, che di non Americano in quest’ opera c’è veramente pochissimo. Decisamente più un film per piccini però che uno per adulti. I genitori che accompagneranno al cinema i propri pargoli si ritroveranno solamente nelle musiche della loro infanzia. Per il resto resta solo un tentativo quello di educare i piccini alla diversità ben lontano dal capolavoro di Wall-e seppur il tentativo di animare un piccolo robottino-cane c’è anche qui ma è decisamente carente dell’ approfondimento emozionale che il robottino della Pixar aveva.

( I due protagonisti e la bandiera a stelle e striscie in bella vista)

( e gli Stereotipati cattivoni)

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– A Christmas Carol – 2009 – ♥♥♥ –

di

Robert Zemeckis

Non si può definirlo una vera e propria animazione l’ ultimo lavoro natalizio dello sperimentatore Zemeckis perchè gran parte dei meriti di questo film vanno proprio ai suoi attori. Si avete proprio letto bene attori. A guardarlo così il celebre Racconto di Natale di Dickens usato già precedentemente in dozzine di film natalizi sembrerebbe una ottima animazione computerizzata le quali facce sono state disegnate sulle impronte di veri attori. Ma in realtà Zemeckis ha utilizzato il Performance Capture, una tecnica che utilizza cineprese in grado di riprendere gli attori a 360° gradi e in seguito mutarli in personaggi animati. Infatti il trasformista Jim Carrey riesce a lasciare un indelebile marchio in questo lavoro natalizio con le sue espressioni naturali e ben caratterizzate, senza le quali il personaggio di Scrooge non sarebbe stato così reale. E come lui anche gli altri attori (Gary Oldman, Robert Wright Penn e Colin Firth) non perdono le loro doti recitative anche se in seguito i loro corpi verranno digitalizzati. Ed è proprio il realismo ciò che Zemeckis utilizzando il 3d vuole donare alla sua opera digitale. Nessun tradizionale campo e controcampo ma l’ intero film è una pura immersione a 360° gradi nel mondo dell’ avaro Scrooge e nei suoi dialoghi con i tre spiriti del Natale che sono in grado di fargli sovvertire le idee sul valore del Natale ma soprattutto della vita. I dialoghi e l’ intera sceneggiatura è fedelissima al racconto di Dickens. Zemeckis non ha scelto di modernizzare il tutto pensando giustamente che già l’ intera storia è attualissima, nonostante sia ambientata in piena era industriale. L’ unico tocco di modernità sta proprio nella tecnica cinematografica che catapulta gli spettatori in una sorta di incubo natalizio che per molti aspetti ha i ritmi di un horror. L’ unico appunto al film, che peraltro non gli permette di eccellere, risiede nel calore e nell’ approfondimento dei personaggi. Tutto viene velocizzato in A Christmas Carol non permettendo soprattutto alla figura del suo protagonista Scrooge di venire approfondita nei suoi risvolti psicologici. La sua conversione, infatti, da avaro senza cuore a generoso anziano con un fervido spirito natalizio avviene in maniera troppo repentina, senza farci riflettere in maniera più convincente sulle effettive ragioni del suo mutamento. Tutto questo fa esclusivamente pensare a come, forse, la unica preoccupazione del regista di Forrest Gump sia stata quella di spettacolizzare il tutto con il digitale e con l’ innovativa tecnica tridimensionale piuttosto che curare i dettagli della nota storia natalizia. La morale finale che incentra tutto sull’ importanza dei sentimenti e i mali futuri che l’avarizia cagiona all’ uomo è cosa nota e non è difficile trasportarla ai giorni nostri anche se gli odierni avari sono forse più curati esteticamente del trasandato Scrooge. Certo se si sarebbero evitati i frequenti voli tra i palazzi, che hanno il solo scopo, in mia opinione, di trascinare forzatamente lo spettatore in una sorta di videogame tridimensionale, sarebbe di certo stato meglio e il realismo voluto da Zemeckis nelle interpretazioni dell’ intero cast sarebbe di certo stato valorizzato in maniera esaustivamente maggiore.

( Scrooge\Carrey dialoga con lo spirito del Natale passato\sè stesso)

( Il repentino mutamento di Scrooge)

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Mary and Max – 2009 – ♥♥♥♥ e 1\2 –

di

Adam Elliot

Un’ amicizia lunga 20 anni non è facile da descrivere in un lungometraggio d’ animazione. Soprattutto poi se è un’ amicizia la cui base sono le lettere e le parole impresse sui fogli di due diversi personaggi che abitano alle parti opposte del globo. Ma soprattutto è un’ amicizia che coinvolge due persone che non fanno parte di un mondo perfetto o sono creati dalla fantasia. Rappresentano le minoranze, i deboli, i malati e i depressi. Categoria che sicuramente per un’ animazione è insolita. Da una parte nella lontana Australia c’è la piccola Mary (con la voce di Toni Colette), una bambina che mangia tanto cioccolato e beve bevande ad alta concentrazione di latte, con una voglia dello stesso colore della cacca, una mamma alcolizzata e desiderosa di avere amici che le possano dare risposte alle domande più importanti sulla vita. Max (a cui è Philip Seymour Hoffman a dar voce) è invece un quarantenne  Newyorchese obeso anch’ egli appassionato di cioccolata, afflitto dalla sindrome di Asperger che lo relega in una condizione di alienato rispetto alla realtà metropolitana e caotica della Grande Mela. Il regista Adam Elliot, che è stato trionfatore all’ Oscar 2004 nella categoria  miglior corto d’ animazione, approfondisce con questo suo lungometraggio il vero valore dell’ amicizia come rimedio alla solitudine. Le due differenti ambientazioni sono entrambe pervase da atmosfere malinconiche con una maggiore enfasi su New York, dove i colori assumono sembianze più cupe e grigie. Di estremo impatto visivo è infatti il grigiore che avvolge la camera di Max, colorato solamente dal pon pon rosso che Mary gli ha mandato e che lui gelosamente terrà in testa fino alla fine. La loro amicizia di penna continua per lunghi venti anni ma è continuamente alla ricerca della corretta forma di valore, passando dall’ attaccamento morboso e dipendente a quello quasi vocazionale nel quale Mary decide di voler risolvere i problemi derivanti dalla malattia di Max durante il corso dei suoi studi, senza però preoccuparsi innanzitutto dei suoi problemi personali . Con semplicità Mary and Max riesce a centrare il vero punto delle relazioni umane: quello della scelta dei propri amici, ma con responsabilità e maturità nel comprendere che questi ultimi non devono essere un rimedio alla nostra solitudine o ai nostri problemi ma un tesoro di ben più alto valore. Sarà difficile non cedere alle lacrime dell’ emozione per valori che sono insiti dentro ognuno di noi, così come sarà sicuramente impossibile non cogliere momenti di assoluto divertimento. Non si sa se mai arriverà in Italia, ed è un peccato se così non fosse.


(Max tiene sempre con se il primo ritratto di Mary)

( e Mary non dimentica mai di scrivergli)

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– Welcome – 2009 – ♥♥♥♥ –

di

Philippe Lioret

Qui da noi in questo freddo natale sicuramente non sarà il campione d’ incassi che invece in Francia è stato ma il perchè, guardando il film di Lioret, lo si può subito capire. In Italia non siamo per nulla pronti a un racconto così attuale che indaga sul concetto di alterità con un misto di dramma e poesia da emozionare anche il più duro di cuore. L’ analisi di Lioret si ambienta a Calais vero porto di mare per clandestini ed extracomunitari speranzosi di trovare un qualsiasi modo per attraversare la Manica e giungere in Inghilterra. Ed è un’ analisi decisamente ben curata quella del regista francese che nelle prime sequenze del film fa subito evincere l’ attualità del problema clandestinità ben mostrando come i clandestini si confondano nei tir merci cercando di sfuggire ai controlli della polizia di frontiera e i suoi rilevatori di respiro umano. I malcapitati sono costretti ad inserire la testa dentro un sacchetto di plastica e respirare al loro interno, una sequenza che non esiterà a scioccare gli spettatori soprattutto per l’ immediato tragico epilogo. Il film di Lioret è però soprattutto un film che vuole criticare la legge 622\1 con la quale Sarkozy ha introdotto l’ imputabilità dei cittadini francesi che decidono di aiutare i clandestini. Ed è proprio in un paese come la Francia dove l’ opinione pubblica e la pluralità delle idee dei cittadini sembra ancora contare che il cinema, con questo film sembra ancora avere un ruolo di scuotere le menti. E’ stato campione di incassi e il governo Sarkozy sicuramente se ne è accorto e ne ha preso atto. Cosa che qui tra noi tra cinepanettoni e veline sicuramente questo natale non coglieremo. Ma aldilà dei suoi connotati politici e sociali è anche un film che narra di un uomo (un perfetto Vincent Lindon) che scopre grazie ad un giovane irakeno con il sogno di raggiungere la sua amata in Gran Bretagna attraversando a nuoto la Manica, un’ umanità e un senso di moralità che fino a quel momento aveva smarrito. Inizialmente nascosto dietro al desiderio di trovare maggiori punti in comune con la moglie con la quale è in attesa di divorzio che lo ha abbandonato e che si occupa di volontariato nei confronti degli extracomunitari. Un racconto su due differenti solitudini: una più sognante, quella del giovane diciassettenne Bilal (Firat Ayverdi) e l’altra più realistica e adulta di Simon. La macchina da presa è sempre discreta e si mantiene a distanza dagli avvenimenti per permettere lo spettatore di analizzare il tutto da una prospettiva decisamente più ampia. I dialoghi sono sempre pacati e ben scritti. Ispirato ad un libro inchiesta di Olivier Adam sul racket e il traffico dei clandestini in Francia l’ opera di Lioret non si sofferma solo su questo ma diventa il pretesto per un qualcosa di maggiormente introspettivo: il bisogno d’ amore e di accoglienza di due uomini che per diversi motivi vivono il loro non essere graditi. E  l’ ipocrisia di uno zerbino con sopra stampato “Welcome” finisce per essere quanto di più realistico possa esserci in un’ Europa che sempre più si nasconde dietro false antifrasi come questa. Commuove decisamente nel finale non lasciando spazio alla speranza, finendo per essere un film più crudo che buonista. Un pò lo specchio della nostra società cruda ed egoista che preferisce credere agli stereotipi più che alla fiducia. O restando nel nostro Belpaese offuscare la nostra mente con le sguaiate e poco intelligenti risate dei nostri cinepanettoni. Campioni d’ incassi di chiuse menti che non sanno dire Welcome.

( A lezioni di nuoto...clandestine)

( Fine di un amore)

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– Motel Woodstock – 2009 – ♥♥ –

di

Ang Lee

E’ un lungo dietro le quinte quello che Ang Lee porta in scena per quasi due ore. Una sorta di strampalato backstage che vorrebbe rendere onore nostalgicamente a quello che è stato lo storico concerto promotore di pace e amore in tutto il mondo attraverso la musica. Il protagonista è Elliot (Demetri Martin), un confuso giovane diviso tra i problemi finanziari dei suoi genitori che stanno per perdere il loro motel a causa dei debiti, la difesa dei diritti degli omosessuali e il suo lavoro di arredatore. Si ride nell’ ultimo film di Lee soprattutto grazie ai genitori del giovane che sono capaci di trasformare le loro tirchierie in gag comiche. Ed è tra queste risate e il pretesto di un’ analisi critica di quello che avrebbe voluto essere quel concerto nell’ immaginario che si dipana l’ intero Motel Woodstock. Il contrasto tra un’ ondata di giovani libertini e un ragazzo che vive ancora con i suoi genitori incapace persino di accettare le sue pulsioni omosessuali vorrebbe essere il vero scopo del film, ma questo intento lo spettatore riesce a comprenderlo solo nel finale che è forse la parte migliore del film. Perchè la prima ora, fatta di preparativi un pò noiosi e prolissi, non convince ma soprattutto non fa comprendere quale senso abbia il film del regista premio Oscar per I Segreti di Brokeback Mountain. Delle grandi star che hanno calcato il palco di Woodstock nel film non ve ne è neanche un assaggio perchè l’ intero film è come un percorso verso il centro dell’ Universo (come lo definiscono gli stessi protagonisti del film) ma soprattutto un cammino verso la scoperta e l’ accettazione interiore del giovane Elliot. E’ infatti dopo un’ ora e mezza, precisamente nel momento in cui il protagonista fa uso di un trip che avviene il risveglio sia del giovane sia dello spettatore che riesce così a coglierne l’ intero senso del film. E’ quindi un romanzo di formazione Motel Woodstock, all’ interno del quale ci è spiegato cosa c’era dietro quel noto evento. Non solo i fasti degli hippie che inneggiavano alla pace, la buona musica di artisti come i Doors, Janis Joplin o Joan Baez ma anche e soprattutto lo show business di giovani ricconi travestiti da figli dei fiori che decidono di investire su quello che poi si è rivelato uno degli eventi musicali più significativi del secolo scorso. E forse è decisamente questo il messaggio che avrebbe voluto lanciare il regista Lee: il contrasto utopico tra soldi, libertà e pace. Quello stesso contrasto che nel film c’è tra l’ iniziale distesa di prato verde e il finale in mezzo ai rifiuti e al fango. Un pò come chiedersi se quel sogno che molti di quei giovani avevano abbia trovato in qualche modo un’ espressione o una realizzazione dopo quel concerto. I nostalgici dell’ evento sicuramente potranno apprezzare e rivivere quell’ attimo di coesione con il mondo dei sogni e degli ideali. Ma per il resto degli spettatori sarà difficile cogliere tale contrasto che ben si cela dietro il diario di formazione di Elliot che alla fine riuscirà a trovare una sua indipendenza dal cordone ombelicale genitoriale che gli ha impedito fino a quel momento di sognare. Da parte sua ( e un pò anche da parte nostra) un grazie a Woodstock. Un pò meno ad Ang Lee per questo film.

( Il momento significativo del trip)

(Alla fine di quella distesa verde rimarrà solo fango)

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– Dieci Inverni – 2009 – ♥♥♥ –

di

Valerio Mieli

L’ opera prima dell’ esordiente Valerio Mieli sicuramente va analizzata all’ interno di un contesto cinematografico, quello italiano, particolarmente scarno ultimamente di idee originali e visioni sofisticate di una storia sceneggiativa semplice. Perchè è sicuramente buona l’ idea di mostrare agli spettatori una storia d’amore che sembra non trovare mai il tempo giusto per sbocciare, attraverso dieci momenti di vita reale (e invernale) dei due protagonisti nel corso degli anni. Anche se spesso durante il film si ha l’ impressione che questo tentativo di incanalare tutto in dieci momenti invernali sia un pò forzato e che l’ intero contorno di affetti, lavoro o ambizioni dei due personaggi nel corso degli anni manchi di un approfondimento  necessario in un lungometraggio come questo. Detto ciò, preso atto dei buchi temporali e “costruttivi” che sicuramente sono evidenti Valerio Mieli riesce a produrre una sceneggiatura di certo funzionante e con dialoghi che funzionano sempre nel loro misto di ironia e serietà. Proprio quel contrasto di sensazioni che è prerogativa dei due protagonisti, differenti appunto per le loro diverse impostazioni caratteriali. Silvestro (Michele Riondino) e Camilla (Isabella Ragonese)  sono infatti l’ uno più scherzoso, ironico e che tende a prendere gli avvenimenti della vita alla leggera (anche se poi risulta essere soltanto una maschera sociale), l’ altra invece di impostazione più intellettuale, razionale, riflessiva e pacata.I due protagonisti fin dalle prime battute godono di un ottima presenza scenica e lo dimostrano con naturalezza e spontaneità confermandosi due dei più interessanti talenti emergenti nel panorama interpretativo italiano. La fotografia di Marco Onorato è anch’ essa un punto di forza dell’ intero film. Le immagini anno dopo anno sono infatti sempre meno sgranate, più nitide e più sature quasi come se gli spezzoni del film fossero realmente girati ognuno di essi nella loro corrispettiva epoca. E’ infatti facile durante i primi attimi del film pensare che il film sia un pò sbiadito e retrò proprio perchè ricorda la pellicola degli anni ’90. L’ intero alone di romanticismo di cui l’ intero film è permeato non risulta essere smielato o scontato, caratteristica che spesso contraddistingue il cinema che parla d’amore. Anche se il lieto finale che non è privo dei toni fiabeschi che avvolgono l’ intera opera (l’ ultimo inverno, quello della felicità viene scaldato da un caldo sole primaverile) per lo spettatore è noto e aspettato fin dai primi istanti della pellicola. La mancanza di originalità forse nel raccontarci una storia d’ amore che sa e può attendere viene compensata proprio dalla semplicità e discrezione del regista che non vuole mai esagerare, mantenendo i ritmi anche registici molto lineari. Mezzo voto in più è decisamente dovuto alla colonna sonora e alla gradita partecipazione di un artista eclettico come Vinicio Capossela che con la sua Parla Piano è in grado di infondere calore in uno degli inverni più dolorosi che i due protagonisti dovranno attraversare, riuscendo a colorare le atmosfere di puro romanticismo poetico delle parole. Elogio quindi ai dialoghi tutti del film, anche quelli musicati.

( Parentesi Russa)

(Epilogo aspettato da Dieci Inverni...sarà Primavera?)

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