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Archive for novembre 2009

– Francesca – 2009 – ♥♥♥♥ –

di

Bobby Paunescu

Un cinema essenziale quello di Paunescu, cineasta rumeno al suo esordio con i lungometraggi. Un ritorno al neorealismo dei lunghi piani sequenza a telecamera fissa che rendono i dialoghi più naturali e veri e che costringono l’attore a dare una prova recitativa di gran lunga migliore. La storia riguarda tutti noi italiani da molto vicino. E’ un altro specchio della nostra terra vista dal di fuori, dagli occhi di un altro popolo (quello rumeno) che da una parte sogna il nostro paese e le sue prospettive lavorative ma dall’ altra teme i pericoli che potrebbero derivare dall’ intolleranza verso gli stranieri da parte degli italiani. Francesca (Monica Birladeanu) è una trentenne rumena che sogna di lasciare il suo tormentato paese per fare la maestrina d’ asilo nel nostro belpaese. Ma far accettare questo suo ideale dalla sua famiglia non è di certo cosa semplice. Soprattutto perchè gli stereotipi e le dicerie sul popolo italiano in Romania non sono di certo positivi. Ultimamente non si può di certo affermare che tra Romania ed Italia scorra del buon sangue, grazie ai frequenti atti criminali ad opera della comunità romena in Italia che di certo rappresenta più una fascia della loro popolazione ma non la sua globalità. Il film questo lo fa capire ampiamente. Mostrandoci un dramma, quello di Francesca, che ha luogo principalmente nella sua Romania nella quale è costretta a scontrarsi con gli stessi criminali che da noi provocano i pregiudizi sulla loro etnia e che non rendono onore al desiderio di operosità onesta che invece è presente in Francesca e nella sfera delle sue amicizie. In  Francesca sono descritti vari prototipi di personaggi della Romania moderna:  dai criminali, agli onesti lavoratori fino agli uomini sfaticati ( il fidanzato della protagonista) che desiderano trovar fortuna nella scommessa di un fatuo investimento piuttosto che nel sudore lavorativo. Il film è ampiamente contro una visione oggettiva delle cose e non intende per nulla offrire un punto di vista assolutistico dei Rumeni che risulterebbe quindi essere in contrasto con quello che molti mass-media italiani tendono ad offrire erroneamente al loro pubblico. Al contrario di quello che molti invece hanno sostenuto, limitandosi a giudicare le battute pesanti rivolte alla Mussolini o al sindaco di Verona Flavio Tosi, il film rumeno invita a riflettere sui pregiudizi in generale e intende trasmettere un messaggio contrario al comune detto di “fare di tutta l’ erba un fascio”. Pur mantenendo un punto di vista solamente rumeno il film è autocritico non solo verso gli Italiani ma anche verso gli stessi Rumeni, popolo che in maniera evidente non è ancora pronto al suo cambiamento che lo vede Paese membro dell’ Unione Europea. Una nazione che è costretta ancora a lottare constantemente con i retaggi culturali trasmessi dal post fallimento del regime comunista Ceausescu. E la protagonista Francesca capirà questa lacuna nazionale sulla propria pelle in una drammatica e fredda sequenza finale che ha da sola il merito di compensare l’ intero biglietto del cinema. Una storia dalla sceneggiatura semplice ma profonda al tempo stesso, con dialoghi forti e che funzionano in ogni loro dettaglio sono valore aggiunto in un film che sicuramente vale la pena di esser visto da ogni italiano che porta dietro con se pregiudizi o stereotipi sulle etnie e culture diverse dalla propria.

( Colloquio di lavoro artigianale)

( L' emblematica e drammatica sequenza finale )
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– La Prima Linea – 2009 – ♥♥♥ –

di

Renato De Maria

Avrebbero voluto eliminarlo. Non farlo giungere nelle sale cinematografiche. Ma alla fine La Prima Linea di Renato De Maria sembra avercela fatta a glissare tutte le polemiche che lo additavano come un film che fomentava il terrorismo italiano. Accuse lanciate da persone che in mia opinione dovrebbero parlar maggiormente del terrorismo psicologico che può derivare dal vietare l’ uscita di un film come questo. Il film parla di un pezzo di storia italiana: quello post Sessantotto nel quale le speranze di molti italiani si erano tramutate nella disumanizzazione violenta del terrorismo spesso conosciuto sotto il nome dell’ Organizzazione delle Brigate Rosse.Questa volta è tutto visto attraverso il racconto in prima persona di Sergio (Riccardo Scamarcio), uno dei principali esponenti di Prima Linea, organizzazione che in quel periodo partendo dai picchetti dopo il lavoro si è trovata  a condurre una battaglia armata non più sostenuta dai sogni e le aspirazioni di quel ceto operaio del quale tanto inizialmente erano i difensori. Se spesso è capitato di trattare cinematograficamente argomenti come questo da un punto di vista più globale e nazionale, De Maria preferisce narrarlo dal punto di vista emotivo e psicologico del suo protagonista mettendo il punto sulle aspirazioni e solitudini dei singoli uomini più che sugli effetti politici delle loro azioni. Il film, che vanta la produzione dei noti fratelli francesi Dardenne, è un percorso introspettivo  nei confronti di tutti gli errori e gli omicidi di cui Sergio si assume le massime responsabilità. E’ la storia di un uomo che dopo aver visto sulla sua pelle fino a dove l’ essere umano può spingersi nel perdere la propria umanità per difendere un ideale di un mondo migliore, sogna solo di voler scappar via con la sua donna amata (Giovanna Mezzogiorno) rinchiusa in un carcere di massima sicurezza. La sceneggiatura, “liberamente ispirata” al libro del vero Sergio Segio La Miccia Corta, non corre mai l’errore però di porre l’ enfasi sulla relazione amorosa dei due protagonisti preferendo parlare della loro quotidianità di uomini che hanno scelto di rinchiudersi in delle piccole case per organizzare crimini per loro giustificati da un ideale. Riccardo Scamarcio , continua a dare mostra dei suoi miglioramenti recitativi, interpretando un ruolo introspettivamente non semplice in maniera spontanea, comunicativa ma al tempo stesso glaciale. Al contrario Giovanna Mezzogiorno sembra ricadere negli stereotipi isterici dei suoi “soliti” personaggi, anche se si preferisce di gran lunga nella prima parte del film, quella che anticipa la fase dell’ innamoramento del suo personaggio. Il film pecca solo forse di uno sguardo più collettivo e più d’ insieme dei suoi personaggi. Di una costruzione psicologica più approfondita anche di Susanna Ronconi che infondo è la protagonista femminile delle vicende. Del suo passato si sa poco (e anche l’attrice riesce a farcelo capire ben poco limitandosi a sguardi freddi e discorsi atoni), se si esclude quell’ unica telefonata fatta alla madre. Solo Sergio è più dettagliato e curato, meritatamente arricchito da Riccardo Scamarcio: è un personaggio che riesce ad analizzarsi durante la sua escalation sovversiva che ha il culmine nell’ omicidio del giudice Alessandrini (definito anche da loro stessi un giudice buono) . Non è un film facile perchè l’ argomento non è facile. Si può rischiare di cadere nello scontato. E a meno che non si vogliano imboccare strade più visionarie e poetiche come in passato fece Marco Bellocchio nel suo Buongiorno Notte, non è facile mantenere un certo realismo nel descrivere la prigione interiore di personaggi braccati oltre che dallo Stato soprattutto da loro stessi. Ma soprattutto condannati alla loro solitudine e ai loro rimpianti.

( Il Punto d' inizio: L' arresto di Sergio)

( Evasione)

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– Un Alibi Perfetto – 2009 – ♥♥  –

di

Peter Hyams

Lanciarsi nell’ impresa di realizzare un remake di uno dei “masterpieces” della cinematografia mondiale (il “Beyond a reasonable doubt” di Fritz Lang) non è mai una cosa facile. Il celebre regista espressionista col suo lavoro volle indagare la malvagità insita nell’ essere umano che trova la sua esternazione nella barbara esecuzione della pena capitale. L’ americano Hyams invece sembra concentrarsi fin troppo in particolari superficiali e più “moderni” come la corruzione del personaggio interpretato da Michael Douglas o la storia d’amore da serie televisiva tra la bella apprendista avvocato del nemico e il bel giornalista interpretato da Jesse Metcalfe (che viene appunto da una serie televisiva come Desperate Housewives). E infatti a non funzionare sono proprio gli attori: Michael Douglas sembra imbalsamato nel suo ruolo da procuratore corrotto che aspira a diventare governatore, affossato maggiormente da un sorriso sornione e un pò mafioso e un doppiaggio innaturale che non gli rende per nulla onore; Jesse Metcalfe al contrario non gode della notorietà di Douglas e sembra non asperare neanche a raggiungerla perchè resta imbrigliato più nell’ esternazione della sua prestanza fisica che delle suo doti recitative. Si salva in parte soltanto la riflessione in merito alla corruzione umana e a fin dove un giovane rampollo riesca a spingersi pur di raggiungere la sua fama che il regista Hyams intende produrre nello spettatore. E quest’ ultimo si sa è un fenomeno che oggi, nella nostra società è ben presente. Nel caso di Un Alibi Perfetto il giovane giornalista C. J. Nicholas si spinge addirittura a farsi incarcerare (e non solo!!) per tentare di smascherare le false prove che processo dopo processo il procuratore Mark Hunter (Michael Douglas) sembra creare dal nulla pur di vincere le cause, ma soprattutto per arrivare a diventare un giornalista da Premio Pulitzer. Nel film di Hyams si salvano anche le sequenze d’azione, soprattutto quelle degli inseguimenti che, seppur con sbavature insensate (non ci si spiega come mai il poliziotto corrotto sgomma per 2 minuti intorno alla malcapitata Amber Tamblyn), riescono ad incollare lo spettatore allo schermo con le conseguenti scariche di adrenalina che ne derivano. Il film scorre facendo pensare più ad un giallo da legal thriller in stile Grisham (genere cinematografico che tanto è andato di moda negli anni ’90). Il resto sono solo “attuali e moderni” (quanto scontati) stereotipi moderni sul mondo dell’ avvocatura , dei nerd e del giornalismo. Il tutto come se non bastasse appesantito da un finale con un colpo di scena telefonato fin da metà film e da una volgare esclamazione della protagonista femminile Tamblyn del tutto fuoriluogo. Va bene rimodernare un classico della cinematografia. Ma in questo modo è decisamente troppo!

(Storia d' amore da serie tv per due aitanti belloni)

( L' imbalsamato Douglas e le sue finte prove)

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– Segreti di famiglia (Tetro) – 2009 – ♥♥♥♥ e 1/2 –

di

Francis Ford Coppola

Pur avendo i suoi numerosi fans grazie al successo e l’indiscutibile talento cinematografico mostrato nella sua trilogia de Il Padrino e in altri ottimi titoli come Apocalypse now – che rimangono comunque appartenenti a epoche ormai piuttosto lontane – Francis Ford Coppola dà nuovo lustro alla sua invidiabile e indiscussa arte prendendo ispirazione da molti fatti autobiografici. Produce, scrive e dirige così una pellicola che stilisticamente e non solo diverge dalla sua filmografia passata. Ma qui voglio fermarmi, perché della famiglia di Coppola poco ci deve interessare per godere dei pregi di Segreti di Famiglia. Il film, dal titolo originale Tetro, parla della riunione di due presunti fratelli scrittori che a Buenos Aires si ritrovano e devono, seppur con riluttanza, fare i conti con il passato della propria famiglia in America. Il padre, figura ingombrante e famoso direttore d’orchestra Carlo Tetrocini (Klaus Brandauer), è stato rinnegato un po’ da entrambi per motivi a dir poco edipici, che scopriremo via via che la storia procede con toni da melodramma noir patinato in bianco e nero e con flashback a colori ipersaturi. Vincent Gallo nel ruolo di Angelo, ribattezzatosi Tetro accorciando il proprio cognome, è adeguatissimo, folle e misterioso quanto basta. Inutile dire che fa tornare in mente un po’ il personaggio del suo film diretto più di dieci anni fa Buffalo 66, in cui c’erano altri tormenti familiari da risolversi. A interpretare il fratello Bennie è il giovane Alden Ehrenreich, con bravura e bellezza da vendere, presto lo rivedremo senz’altro. La compagna quasi sposa di Tetro che lo sopporta nelle sue escandescenze è la bella e vibrante Maribel Verdù già vista in Y tu mama tambièn qualche anno fa. A dare molto colore a questo film sono proprio le ambientazioni argentine e un’aleggiante atmosfera anacronistica. Carmen Maura, diva spagnola di Almodovar, fa un brillante cameo da critico teatrale e letterario. Il film si lascia godere per la sua bellezza estetica più che altro. Ma in fondo della tragedia greca non ci si stanca mai… E qui chiudo perché raccontare la trama entrando in maggiori dettagli sarebbe un vero crimine.

(Vincent Gallo (Tetro) e Alden Ehrenreich (Bennie), fratelli o altro?)

(Un funerale maestoso e sinfonico)

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– Nemico Pubblico – 2009 – ♥♥♥♥ e 1\2 –

di

Michael Mann

E’ Michael Mann. E si vede. Il realismo che contraddistingue i suoi film in questa sua ultima opera forse trova il compimento e ci porta a sentire e vedere tutto in prima persona. Con gli occhi di uno dei fuorilegge americani più celebri dai tempi della Gran Depressione: John Dillinger. E mantenere il realismo quando si parla di un personaggio così cotroverso come lo è stato il famoso rapinatore di banche degli anni ’30 non è da poco. Per gli americani di quel tempo Dillinger non era solo un criminale ma per certi versi era anche un eroe che rubava alle banche che erano considerate colpevoli di aver causato la Grande Depressione negli USA. E Mann rispetta quell’ immagine facendo si che il suo attore Johhny Depp assuma questi doppi connotati di eroe e criminale. Contrapponendolo all’ altrettanto ben delineato personaggio di Melvin Purvis (Christian Bale), il cacciatore di criminali che ben rappresenta la nemesi di Dillinger. Mezzo perfetto per trasformare queste parole in opera filmica è l’ utilizzo del digitale che dona costante autenticità, nonostante le sue imperfezioni. Frequenti sono i tallonamenti della macchina da presa ai volti dei suoi protagonisti e i riverberi di luce che si infrangono sull’ obiettivo sottolineando minuto dopo minuto il tempo reale delle azioni. Peccato ancora una volta per i titolisti italiani che hanno deciso di tradurre il plurale americano Public Enemies nell’ italiano Nemico Pubblico che dà quindi la sua massima importanza a Johnny Depp alias John Dillinger, relegando così in sordina Melvis Purvis che invece è considerato anche lui un “Nemico Pubblico”, seppur dall’ altra faccia della medaglia. Se il primo (Dillinger) rappresentà la libertà di colui che non conosce freni e che non appartiene a nessun sistema o schema, il secondo (Purvis) è la sua risposta che vuole bloccarlo e isolarlo facendo di ogni uccisione da lui effettuata un tentativo di arginare Dillinger relegandolo prima o poi a restar solo e allontanandolo da ogni suo complice, amore o amico. Vi sono estremi parallelismi tra l’ opera di Mann e il cinema gangster degli anni ’30 americano che vedeva in Clark Gable o Gary Cooper l’ estrema manifestazione del criminale di bell’ aspetto romantico e comunque di buone maniere. Ed è come se Mann usufruendo del mezzo digitale voglia segnare una nuova era del cinema gangster, non offuscando la precedente fatta di pellicola e di Black and White ma al contrario inglobandola, come metaforicamente si evince nella sequenza nella quale Hoover (Billy Crudup) decora i giovani G-men che viene fagocitata dallo schermo cinematografico. E’ un vero melodramma Nemico Pubblico nel quale i suoi due protagonisti sono entrambi alla fine costretti a lasciare qualcosa: Dillinger la sua amata ” blackbird” Billie (Marion Cotillard), alla quale sono dedicate le sue ultime parole, e Purvis si lascerà dietro la sconfitta di aver decisamente saputo troppo poco del suo obiettivo (Dillinger), escluso anche dalla conoscenza delle sue ultime parole-testamento. La società di quegli anni è perfettamente specchiata nell’ ambivalenza dei personaggi dell’ opera “Manniana”. Un’ epoca nella quale i mass-media iniziavano a schierarsi sempre dalla parte dei vincitori, preoccupandosi solamente di mettere più carne sul fuoco, e nella quale i soliti potenti dell’ economia avevano causato la Grande Depressione. E la morte finale di Dillinger come una star segna proprio la vittoria di tale economia. Una morte nella quale al centro dello schermo vi è il cadavere del difensore di quel senso disfattista che rappresenta l’ ambivalenza del bene e del male e ai bordi dello schermo pian piano scompare la sagoma di Melvis Purvis, comunque sconfitto da non essere stato il vero protagonista della sua uccisione.

( Dillinger il criminale dal cuore debole)

( E Melvis Purvis sua fredda nemesi)

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– Good Morning Aman – 2009 – ♥♥ e 1\2 –

di

Claudio Noce

Roma, Piazza Vittorio. E’ ormai diventata il fulcro romano della multietnicità e dell’ immigrazione ed è anche la location principale del film dell’ esordiente Claudio Noce. Una location realistica che ci mostra un quartiere popolato da diverse etnie e che si confronta con differenti realtà che vanno dalla povertà al frenetico e incessante  muoversi di persone che si muovono per lavoro o per altre mille ragioni. I due protagonisti sono entrambi caratterizzati dalla solitudine e dalla loro ricerca di un’ identità. Aman (Said Sabrie), giovane ventenne somalo che vive a Roma dall’ età di quattro anni e che vanta un dialetto romanesco perfetto, cerca il suo posto nel mondo in un’ Italia retoricamente caotica e che ha uno scarsa predisposizione all’ integrazione razziale. Teodoro (Valerio Mastandrea) è invece un ex pugile che si è segregato in casa vittima dei suoi sensi di colpa e i suoi errori passati e con in testa l’ indecisione se scegliere la strada del suicidio o continuare quella della depressione e degli psicofarmaci antidepressivi. L’ amicizia apparrà essere per loro l’ unico appiglio possibile in un mondo difficile che li mette all’ angolo. Noce sfodera una regia misurata e colma di realismo e giocando spesso con il fuoco della macchina da presa mette in luce i contrasti e i punti in comune tra i due personaggi. E’ essenziale e decisamente pragmatico il suo punto di vista che immerge lo spettatore in una realtà ai margini dando sfogo sicuramente a punti di grande originalità visiva e di montaggio. Le musiche spesso troncate e i tagli di montaggio netti sono una fulgida prova di quanto sia importante per il regista mostrare soprattutto il lato emotivo reale dei personaggi piuttosto che perdersi in inutili fronzoli musicali che spesso vengono usati nel cinema nostrano per estirpare dai nostri cuori qualsiasi surrogato di emozione. Il regista si lascia anche andare in un finale che ha dell’ onirico, diviso tra passato e presente e immaginazione e realtà che anche se confonde un pò lo spettatore si sposa benissimo con le atmosfere che caratterizzano l’ intero film. Mastandrea tra tutti gli attori è sicuramente il più convincente e riesce a dare al suo personaggio quel senso di ambiguità e angoscia che vive. Al contrario è forse fin troppo enfatizzato e poco chiaro il dialetto di Said Sabrie che lo porta a mangiarsi spesso le parole e a non far capire bene ciò che dice. In compenso forse per la prima volta vediamo una Roma non macchiettistica o da cartolina ma colma di una realtà che spesso nei film non viene mostrata: quella multiculturale. Sicuro pregio del film è quello di mostrarci questo mondo “sommerso”, spesso ignorato, anche se Claudio Noce decide di non osare troppo restando sempre invischiato nel politically correct, che in talune sequenze risulta essere anche banale, e senza mai giudicare i comportamenti dei suoi personaggi. Si limita quasi a volerli documentare e lascia ai suoi spettatori il merito su cosa sia giusto o sbagliato e su quale sia il corretto modo di trovare un proprio posto in questa infida società fatta più di sciacalli chiusi nei loro ruoli sociali da “venditori di automobili” che di semplici persone ancora predisposte ad aprirsi alla sincerità di un’ amicizia.

(Abbracci che sembrano più un appiglio per i due protagonisti)

(Innamorarsi di una prostituta sarà una scelta rischiosa)

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– 2012 – 2009 – ♥♥♥ e 1\2

di

Roland Emmerich

Il film nuovo di Emmerich, il regista tedesco naturalizzato in America che ha trovato il successo con film della portata di Independence Day e L’alba del giorno dopo, promette come dice lo stesso autore che dopo questa fatica apocalittica sarà impossibile fare di meglio nel genere catastrofico. Il motivo si intuisce immediatamente in quanto il film è venuto a costare 260 milioni di dollari e molti di quei soldi sono stati spesi nella produzione degli infiniti effetti speciali di 2012. La storia, tanto per mettere in chiaro, parte da una serie di premesse scientificamente infondate quali irradiazioni solari capaci di innescare nella Terra un istinto tellurico così potente da far crollare tutto ciò che l’uomo vi ha costruito sopra, dunque città, monumenti, simboli di potere e i loro rispettivi regni. I governi però, in vista di qualcosa che si sperava non accadesse, hanno dato anni addietro l’OK all’idea di un consorzio globale segreto per costruire in Tibet delle navi gigantesche che offriranno alla popolazione mondiale che “vale” un salvataggio sicuro (ma poi vedremo che niente è sicuro) in caso di diluvio universale, cosa che accadrà a causa di giganteschi tsunami. Il tutto è raccontato dal punto di vista della famiglia di Jackson Curtis (John Cusack), scrittore di un romanzo di fantascienza politica venduto in pochissime copie, disgregata, separata fisicamente anche dalla terra che trema sotto i loro piedi mentre tentano la fuga. Scappano dal pericolo e dalla morte, come è negli ingranaggi canonici del genere, svariate volte e trovano il tempo, insieme ad altri personaggi secondari come quello di Danny Glover che interpreta il presidente nero Wilson (evidente richiamo ad Obama, anche se più vecchio), di scegliere di morire da eroi oppure di affondare letteralmente insieme alla propria metaforica nave che è il proprio governo… Vedere anche la terribile ma anche appagante scena del crollo del Vaticano mentre il premier italiano insieme ai fedeli della Chiesa pregano invano un Dio che evidentemente li ignora o semplicemente non esiste. I ritmi di 2012, stimando le dovute pause, sono inverosimilmente travolgenti e da tachicardia. Le distruzioni infernali e imponenti, l’azione da mozzare il fiato. Tutti elementi da film che sbanca di certo al botteghino ci sono e anche amalgamati con ammirevole bravura – al di là degli incassi già enormi, il film quasi più da noi e nel resto dell’Europa che in America sta letteralmente creando scene di ressa e situazioni di insufficienza di posto nelle sale -, ma c’è al di là di questo trionfo spettacolarizzante che fa parte delle origini del cinema una qualche sostanza e poesia? Se in The Day After Tomorrow la catastrofe era il maltempo e la glaciazione e gli attori e i personaggi avevano più tempo per essere approfonditi ed emergere e aprire i loro cuori magari anche al più freddo degli spettatori, in 2012 se si prova a vedere con occhio diverso tutto l’atto finale che fra le tante cita alla stragrande Titanic, troviamo il pensiero che è stato capace di rendere tutto questo assurdo incubo una qualcosa di filosoficamente valido. Quando una civiltà si appoggia su dei principi insozzati alla base dai soldi, dal potere e dalla cecità che questi portano, allora tanto vale fare tabula rasa, e a ciò non ci pensano certo i Maya (che semplicemente nel 2012 segnavano la fine del calendario detto Lungo computo) o altre divinità o alieni… Ci pensa la natura che è cattiva e che, ironia della sorte, alla fine, con la inquadratura finale, mostra i continenti riunitisi come erano originariamente in era primitiva nella cosiddetta Pangea e offre agli uomini una possibilità che probabilmente – ma questa è un’altra storia che rimane da immaginarsi o forse realizzare in una serie alla Lost?, così vociferano – sapranno giocarsi malamente come è semplicemente loro natura. Come dice il personaggio del folle Charlie Frost – interpretato da un geniale e comico Woody Harrelson – Emmerich sa farci divertire e allo stesso tempo ci dà da pensare.

(La scena comica in cui Charlie il pazzo profeta Woody Harrelson 
illustra le sue idee sull'apocalisse alquanto confuse)

(La scena in cui l'oceano nella sua devastazione trascina con sè il cargo 
aereomilitare John F. Kennedy che schiaccia provvidenzialmente la Casa Bianca)

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