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Archive for ottobre 2009

– Lebanon – 2009 – ♥♥♥ e 1\2 –

di

Samuel Maoz

Vince il Leone d’ Oro a Venezia l’ ultimo gioiello cinematografico israeliano e permette ad ogni suo spettatore di interrogarsi sullo scopo della guerra indagando sulle componenti umane all’ interno di essa. E’ un film che preferisce non romanzare troppo su una guerra, quella in Libano del 1982, che è lontana da noi quanto vicino è il conflitto arabo palestinese ancora in corso. Dall’ occhio del puntatore di un carroarmato israeliano mette davanti agli occhi dello spettatore la cruda realtà, sporca e violenta della guerra. E’ decisamente originale l’ ottica del regista israeliano Samuel Maoz che usando come unica location la “pancia” di un carroarmato permette ad ogni spettatore per la prima volta di identificarsi con i carnefici e non  solo con le vittime. Anche se in questo caso si tratta di carnefici insoliti. Sono quattro giovani dalla faccia pulita infatti i protagonisti del claustrofobico Lebanon che vedono i loro visi sporcarsi sempre di più con l’ incedere della loro missione di guerra. Missione della quale sono allo scuro delle ragioni  e obbligati dai loro superiori ad eseguire cruenti e disumani ordini. Una bellissima fotografia ci regala fedelmente le visuali esterne alla “ferraglia” attraverso lunghi movimenti rotatori e improvvise zoomate. Ad infrarossi se è notte e attraverso una lente rotta dopo che il carroarmato avrà subito un attacco. I personaggi all’ esterno li vediamo, ma non si può che essere spettatori di tutto ciò che accade fuori. Come due differenti mondi ma collegati tra loro dalla botola di ferro della macchina da guerra. I giovani soldati all’ interno sono ben definiti nelle loro paure personali. Quando il carrista narra un episodio della sua infanzia, mescolando attrazione sessuale e morte nel giorno in cui perse il proprio padre si ha un raro spaccato di umanità che sicuramente da solo fa valere il prezzo del biglietto. La visione del film, nonostante la sua breve durata (90 minuti), non è di certo semplice e spesso ci si ritrova storditi dai rumori assordanti di ferraglia e  dalle riprese tremolanti che seguono costantemente i visi dei quattro protagonisti grazie a ferrati primi piani resi ancora più claustrofobici dal poco spazio a disposizione. Lebanon finisce quindi per dilatare il suo tempo cinematografico, trascinando lo spettatore in una dimensione di orrore e sensorializzazione dello schermo che però alla lunga finisce per risultare quasi una tecnica da videogame. Criticato duramente nel suo paese d’ origine (Israele), colpevole di aver fatto interpretare il ruolo di soldati a 4 giovani che non hanno prestato il servizio militare obbligatorio, Lebanon si lascia più guardare per il suo aspetto emotivo e di coinvolgimento scioccante che per l’ originalità del suo intreccio. Plot forse un pò scontato nel quale all’ esterno del carroarmato tutto è ostile e nemico e all’ interno quasi come un liquido amniotico si è innocenti, giovani e puri.

( Una delle sequenze più agghiaccianti: 
Una madre è l' unica civile sopravvissuta dopo un attacco)

( Primi piani dei giovani soldati a confronto)

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– Lo Spazio Bianco – 2009 – ♥♥ –

di

Francesca Comencini

Merito va alla Comencini di averci svelato una Margherita Buy decisamente ben lontana dal suo stereotipizzato ruolo di donna isterica, ma colma della profondità di un personaggio femminile molto più intenso e profondo. Una donna che non può che restare a guardare in attesa l’ esito del suo parto prematuro. Ferma in uno spazio bianco che è quasi un bivio tra ciò che potrà essere o non essere e nel quale si è impotenti. Si può solo aspettare e volendo ricominciare. Ma tutto è triste e lento nell’ approccio sceneggiativo della Comencini. Sorretto dalle emozioni controverse di paura e amore del personaggio interpretato dalla Buy il film incespica più volta su alcuni atteggiamenti decisamente eccessivi e poco credibili della protagonista (eccessivi scatti d’ira o preoccupazioni che per esempio le altre mamme nella sua stessa condizione non hanno). Lo sfondo di personaggi che circondano la protagonista risultano forzati e non approfonditi. Un infruttuoso pretesto di voler trattare problematiche sociali della realtà Napoletana o femminili ma che in questa chiave fanno più sorridere che istigare la riflessione. Forzata è la relazione che appare voluta ad ogni costo tra la nostra protagonista e la sua vicina di casa, un magistrato donna da poco trasferitasi a Napoli per “vendicare” a suon di giustizia l’ uccisione di un suo collega. La Comencini decide di dare per scontati troppi elementi che però risultano non fluidificare la normale scorrevolezza del film rendendolo a tratti noioso e colmo di sequenze di dubbia importanza. Come ad esempio le sequenze surreali del ballo delle madri in sala reparto o lo sguardo in camera di uno degli allievi della professoressa interpretata dalla Buy durante una mostra di arte contemporanea.  Al contrario invece il film pecca di approfondimenti necessari come l’ inspiegabile fuga del padre della futura bambina di Maria (Margherita Buy). Forse solo un pretesto per renderci nota la squallida verità che nel nostro BelPaese i bimbi che non sono riconosciuti dal padre vengono ancora registrati come “figli illegittimi”. Buona è invece la fotografia dai toni grigi che ben sottolinea il limbo emotivo della protagonista che attende impotente il lento scorrere degli ultimi 3 mesi che separano l’ incubatrice dalla “seconda nascita” della figlia prematura. Un film che decisamente si vorrebbe porre in ottica femminile. Anche la colonna sonora  (Nina Simone, Blondie, Cat Power e Ella Fitzgerald) avvolge l’ intero film di tonalità rosa. Una femminilità decisamente solitaria e debole, quella di Maria (Margherita Buy), che vede nel futuro avvento della nascitura una speranza contro l’ indifferenza, la volgarità e la superficialità della quotidianità nella quale la protagonista è inserita. Un film, a mio avviso però controverso che non rende sufficiente onore alla straordinaria forza delle donne e pone tutto più in un ottica triste e debole che di speranza e di forza. Forse è quello che avrebbe voluto far intravedere nella sua storia la regista, ma di fatto è l’ esatto contrario che appare più evidente. Tutto infatti è sobrio e mai eccessivo, anche le reazioni dell’ attrice protagonista sono contenute laddove magari vogliono esprimere esagerazione. Un lento viaggio verso l’ indipendenza, l’amore e la ricerca di sè di una donna che vede i suoi anni giovanili sfiorire sotto i colpi incessanti delle lancette del tempo.

( Uno dei momenti fotografici grigi e freddi che ben contestualizzano i fatti)

( Ti metto incinta e sparisco)

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– Brüno – 2009 – ♥ e 1\2 –

di

Larry Charles

Si fa di tutto pur di riconquistare la fama e il successo. Anche cambiare orientamento sessuale se si è gay. Soprattutto poi se ci si trova negli Stati Uniti: la patria del successo slegato però da ogni sua caratteristica artistica e maggiormente incentrato nell’ apparire e nell’ essere politically correct. Questo è l’ intento di Larry Charles e del talento ironico di Sacha Baron Cohen che dopo aver decisamente sorpreso con l’ esilarante Borat ritorna nei panni di un gay austriaco modaiolo, licenziato dai media del suo paese, e deciso ad emigrare negli States alla ricerca di gloria. Ma guardando questo film viene più da pensare che il successo di Borat sia stato soprattutto sfruttato e copiato che valorizzato e rimodellato ai fini di un’ altra causa. Anche in questo caso è sempre il sistema americano ad essere sotto accusa. Il suo showbiz incentrato sul falso perbenismo, le discriminazioni nei confronti degli omosessuali e le ancora presenti discriminazioni razziali di colore presenti anche nei programmi televisivi. Ma che senso aveva trattare tutto questo in 80 lunghissimi minuti colmi di scene di pseudosesso omosessuale inconsueto o di comportamenti eccentrici, irriverenti del suo protagonista? In questo caso il plot è decisamente slegato e fatto di scene fini a se stesse, più televisive in stile real tv che cinematografiche. La forza di Borat stava tutta nel contrasto tra mondo occidentale e mondo sottosviluppato dell’ est. Qui il confine era molto più sottile trattandosi Bruno di un personaggio estremamente occidentalizzato, anche se all’ ennesima potenza e privo di ogni inibizione. E per fare questo non basta copiare le linee drammaturgiche di Borat (anche Bruno viaggia in America con il suo assistente, solo che questa volta se ne innamora anzichè lottar con lui sul letto nudo). Non basta enfatizzare al massimo scene di sesso scabroso per scandalizzare o inquadrare tutto come approccio cinematografico modernista. La settima arte cinematografica credo abbia molto più bisogno di sofisticatezza e di cura nei dettagli sceneggiativi  che di grossolane esibizioni di irriverenza sessuale. Brüno pretende di essere un mockumentary ma non risulta assolutamente credibile come tale, poichè è inverosimile che la stessa scena venga ripresa da più di una telecamera. E non bastano nemmeno le lodi tessute a Sacha Baron Cohen da parte del re della commedia demenziale Mel Brooks per salvare il giovane attore trasformista dalla sua prestazione in questo suo ultimo film. Perchè un comico bisogna anche che si rinnovi ed evolva. Non basta limitarsi a scopiazzare sempre personaggi simili irriverenti e libertini sessualmente per essere definito un comico completo. Serve un talento artistico ben più complesso. Speriamo che Baron Cohen possa capirlo.

(Uno dei tentativi di Bruno di arrivare al successo: 
Abbassarsi i pantaloni davanti ad un senatore repubblicano)

(Ennesimo tentativo: Adottare un bambino africano come ha fatto Angelina Jolie)

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– Parnassus – 2009 – ♥♥♥ –

di

Terry Gilliam

La relazione dell’ uomo con l’ immaginario e i mondi di fantasia sono da sempre stati dei temi cari al naturalizzato britannico Gilliam. Fin dai tempi di Brazil si evinceva la sua sicura attinenza al genere e la spiccata capacità del regista nel trasformare le immagini in infinite fantasie senza alcun freno. Ed è è proprio su questa enorme potenza visiva che si incentra l’ ultima “fatica” dello scomparso Heath Ledger. Immagini che creano un mondo di fantasia attraverso uno specchio nel quale è possibile scegliere non solo tra bene e male, ma soprattutto sulla vera qualità dei sogni: se desideri senza confini che porteranno alla rinascita o semplici soddisfazioni temporanee che porteranno a bruciare nel fuoco eterno. Lo sfondo è una Londra odierna avvolta da atmosfere cupe, tetre e ciniche le cui strade sono attraversate dal carrozzone itinerante del Dottor Parnassus che si esibisce accompagnato da un nano, una giovane donna e un ragazzo nel suo Imaginarium. Per anni il dottor Parnassus si è divertito a giocare con il Diavolo celato sotto le vesti di Mr Nick (un perfetto Tom Waits) che però adesso è pronto a riscuotere il suo pegno: Valentina, la tanto ambita sedicenne figlia di Parnassus. Terry Gilliam ha dovuto affrontare non pochi problemi nella produzione del suo film: il principale è stato ovviamente la prematura e tragica scomparsa del suo attore protagonista Heath Ledger che lo ha portato a dover modificare la sceneggiatura inserendo tre nuovi attori (Johnny Depp, Jude Law e Colin Farrel). Quella della relazione tra spettacoli teatrali itineranti e mondo fantastico è stato un tema caro a Gilliam fin dai tempi de Le avventure del barone di Munchausen. Questa volta non si è risparmiato il regista americano naturalizzato britannico, dando sfogo ad un universo fatto di luci e colori maestosi e allo stesso tempo visionari e surreali si vola in universi in bilico tra la realtà e la finzione, tra la vita e la morte. L’ opera rimaneggiata è stata alla fine dedicata allo scomparso Ledger. I tre attori che si sono prestati a compensare la mancanza dell’ attore scomparso hanno devoluto i loro compensi alla figlia del giovane attore defunto. Mischia più volte le carte in tavola Gilliam lasciando allo spettatore la soluzione su quale realmente sia il senso delle visioni surreali del mondo immaginario di Parnassus. Resta il rammarico di non poter mai vedere quale realmente fosse il progetto iniziale di Gilliam di un’ opera che è in maniera decisamente evidente rimaneggiata e che seppur ben “rattoppata” dai “fasti” interpretativi del trio Farrel-Depp-Law ha proprio nella sceneggiatura, a tratti confusionaria, le sue più palesi lacune. Il mio personale dubbio è se questo ricorso ai tre attori sia stato realmente necessario ai fini del plot poichè almeno due tra loro sono protagonisti di bizzarre sottostorie che per quanto belle da vedere non risultano sicuramente necessarie. Decisamente alla fine si esce dalla sala un pò confusi: sia perchè le aspettative erano alte, sia perchè si è consapevoli che la morte di Ledger sarà la principale causa dei grandi incassi di questo film. La domanda è : sarebbe stato lo stesso successo se il premio Oscar per il superbo Joker di Batman fosse ancora tra noi nel nostro mondo reale? O il mondo immaginario del visionario ex Monthy Pyton avrebbe rischiato il dimenticatoio? Forse per i fan più accaniti di Gilliam non sarà così ma sicuramente non è lontano il ricordo del suo Brazil o dell’ ottima sua favola nera Tideland con i quali il genio creativo del regista americano si è forse confrontato in maniera più esaudiente. Insomma ai sicuri numerosi spettatori l’ ardua sentenza.

( Ledger davanti allo specchio dimensionale dell' Imaginarium)

(Parnassus ancora una volta sfidato dal Diavolo)

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– Up – 2009 – ♥♥♥♥♥ –

di

Pete Docter

In 5 minuti scorre la vita di Carl Fredricksen. Con una poesia raramente vista la fugacità ma intensità della vita ci viene raccontata non tralasciando ogni particolare saliente. Il tutto accompagnato da solo una musica come un film muto. Allo scadere dei 5 minuti il nostro protagonista si ritrova da bambino ad anziano vedovo affranto per la dipartita della sua compagna di vita e attaccato a quella casa che da una vita è stato centro di sogni e passioni con lei. Da qui ha inizio l’avventura realistica ma fantasiosa di Carl che per sfuggire alla speculazione edilizia che gli strapperà via la sua amata casa, trasforma quest’ ultima in un’ artigianale mongolfiera sollevata da centinaia di palloncini ad elio per raggiungere le Paradise Falls (meta per anni ambita da lui e la defunta moglie Ellie). Riesce a stupire Up se si pensa che il protagonista è un vecchietto che cammina con un artigianale deambulatore costruito  su 4 palline da tennis. In un epoca nella quale l’ anzianità sta sempre di più perdendo quel valore di saggezza che aveva un tempo e sembra essere materia solamente di ospizi e case di riposo è attraverso un classico genere per bambini e ragazzi (l’animazione) che ritrova la sua spinta vitale. Pete Docter ( già regista di Monsters e Co) firma con il suo Up uno straordinario capolavoro d’animazione che rincorre in quanto a poesia il precedente Wall-e arricchendo la tematica dell’ amore con quella del confronto generazionale anziani-bambini o argomenti scomodi come la morte, la solitudine e la malattia. Li rivitalizza ricordando agli anziani (ma non soltanto quelli fisici ma soprattutto quelli vecchi dentro) che la giovinezza si riscopre nei sogni, nell’ amore e nel coraggio di andare oltre i propri limiti. L’approccio al 3D non è quello fracassone visto recentemente in altri film che vogliono far uscire fuori dallo schermo i protagonisti del film, ma è più sobrio ed elegante e vuole portare lo spettatore dentro al film, renderlo partecipe senza abusare troppo della tecnica tridimensionale. Secondo Walt Disney (maestro dell’ animazione) per ogni risata ci sarebbe dovuta essere una lacrima. Ed è proprio così infatti che Up riesce a conquistare ogni suo spettatore, di ogni età: facendo di questa insolita alchimia una realtà. E mentre il protagonista Carl andando avanti nella sua avventura scoprirà l’ importanza dei rapporti umani e dell’ amicizia (valori da lui trascurati perchè annebbiati dal dolore dell’ amore scomparso), noi spettatori non potremmo essere compartecipi di tali emozioni che tanto sono protagoniste della vita di ogni essere umano. Non mancano i personaggi bizzarri che come ogni buon lavoro d’animazione esige devon esserci: “lo struzzo in technicolor” (come lo chiama Carl) e il divertente cane parlante Doug sono divertentissimi e riescono ad estorcere una risata anche allo spettatore più serio. Up è infine un esempio di come anche nell’ animazione si possano creare personaggi con un forte spessore psicologico, non limitandosi ad essere delle pure “macchiette d’ animazione”. Carl infatti nel suo essere burbero ma simpatico è un misto tra Walter Matthau e Spencer Tracy (come hanno ben voluto sottolineare gli autori) tuttavia non si limita a questa caratterizzazione ma viene arricchito da emozioni proprie che lo fanno un personaggio unico. Con un realismo difficile oggi da trovare anche in opere a pellicola, così tanto da farci dimenticare guardandolo che sia soltanto un cartoon. Con l’ illusione e il sogno costante che l’ entusiasmo della gioventù sia ciò che ognuno debba sempre ritrovare quotidianamente per non perdere mai neanche da “nonnetti” la voglia di vivere “volando”.

( Scorre in 5 minuti la romantica vita di Carl ed Ellie)

( Scoiattolo!!!)

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– La Doppia Ora – 2009 – ♥♥♥ e 1\2 –

di

Giuseppe Capotondi

Torino è suggestiva, notturna e ambigua nel film presentato a Venezia dall’ esordiente Capotondi. Fa da sfondo ad un noir dai ritmi tutt’ altro che italiani ma che rende onore al nostro cinema facendoci scoprire orizzonti finora esplorati solo da altre nazioni cinematografiche. La protagonista Sonia (Ksenia Rappoport) dopo un incontro fulmineo  ad uno speed date con un Filippo Timi sempre più perfetto come attore  resta da sola nella sua enigmatica solitudine fatta di visioni e pensieri in conseguenza di un misterioso atto di violenza. La doppia ora narra di due solitudini che si incontrano cercandosi di specchiare velocemente l’ uno con l’ altra. Ma è allo stesso tempo un noir ad orologeria nel quale i colpi di scena sembrano essere costruiti alla Hitchcock e nel quale le dinamiche dei pensieri e delle psicologie dei protagonisti ricordano spesso lo stile di David Lynch. C’è un punto  segnato da uno sparo nel film di Capotondi che improvvisamente sdoppia la realtà e confonde la sequenza narrativa dei fatti svelando ogni tanto indizi confusi e talvolta surreali che tengono incollato lo spettatore alla poltrona. Il tutto fino ad un epilogo che è quasi un risveglio da un ambiguo sogno-realtà che incanta nella sua minacciosa tortuosità. Peccato per qualche dinamica del film forse fin troppo telefonata e che suona di già visto, anche se la costruzione psicologica dei due protagonisti, il loro chiaroscuro mnemonico e la fotografia delle location sempre cupa fanno da giusto contrappeso a queste piccole lacune. Certo se si mette il film di Capotondi all’ interno di un contesto cinematografico, quello italiano, carente di intrecci originali che invitino lo spettatore a porsi domande su quello che accade anzichè semplicemente sfogare la propria attenzione in sterili risate se ne può comprendere quanto film come questo siano importanti per il nostro Paese. I collegamenti alla Lynch tra stato di coma e stato di realtà sono invece le trovate forse meno originali del film (ma solamente perchè già viste dal cinefilo più semplice). Sicuro dubbio vi è invece sulla morte del personaggio interpretato da Filippo Timi solo dopo appena mezz’ ora di film, poichè lo spettatore si aspetta con assoluta certezza che il noto attore debba ben presto ricomparire poichè non ci troviamo davanti ad un kolossal di cartapesta come Baarìa nel quale attori famosi si prestano a piccoli ruoli di pochi minuti. Siamo al contrario davanti ad un’ opera prima di un quarantenne regista esordiente italiano che in complesso funziona e che porta sugli schermi un film sicuramente col sapore internazionale ma al quale forse non siamo proprio pronti ad apprezzare. Peccato perchè per quanto riguarda passione cinematografica e fondi di produzione ci troviamo davanti ad un’ opera rappresentativa del cinema italiano, quello vero. Non mancano nemmeno sequenze di ottima fattezza registica (come quella della sepoltura) che non fanno invidia al cinema horror americano o francese. In definitiva film che non andrebbe per nulla sottovalutato ma soltanto valorizzato.

( A pochi attimi dal trauma...)

( La solitudine della Rappoport)

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– Il Mio Vicino Totoro – 2009 -♥♥♥♥ –

di

Hayao Miyazaki

Era il lontano 1988 e già il genio dell’ animazione giapponese Hayao Miyazaki regalava al mondo una grande favola di semplicità. Nel 2009 arriva anche in Italia ma non si confonde assolutamente con l’ animazione moderna ma, al contrario ne esce come sempre vincitore. Ciò che maggiormente spicca guardando questo piccolo gioiello d’animazione è l’ attenzione che il regista da sempre riserva alla natura, ai bambini e al mito di una società quasi passata nella quale tutti sono più gentili e ben predisposti verso il prossimo. Nelle due bambine protagoniste ( le sorelline Mei e Satsuki, rispettivamente di  4 e 11 anni) sembra non esserci assolutamente nessun istinto di paura nella scoperta. Dapprima quando inspiegabili esseri pelosi di fuliggine infestano la loro nuova casa che si dice sia infestata dagli spiriti e in seguito quando la piccola Mei incontra il gigantesco Totoro ( che tradotto dal giapponese e storpiato dalla pronuncia di una bambina di 4 anni vuol dire folletto) che invece di destare sentimenti di paura nella piccola ne fa manifestare altri più euforici. Ed è da qui che Totoro diviene metafora della fanciullezza molto spesso perduta dagli adulti. Quel ritorno alla semplicità di un piccolo gesto o di una bocca che si spalanca in un secondo in un grande e rassicurante sorriso. E’ questo che fa il gigantesco folletto. Nei momenti di tristezza o di smarrimento delle due piccole protagoniste Totoro è in grado di sorridere e con semplicità donare immensa dolcezza e rassicurazione quasi come una mamma delle fiabe. I tratti dell’ animazione del maestro Miyazaki sono come sempre molto acquarellistici e mostrano il loro splendore nei cambiamenti di colore che contraddistinguono il mutare del clima e delle ore del giorno. Ed è sempre il mondo della natura a fare da sfondo inconfondibile nei film di Miyazaki. Una madre Natura nella quale ci si sente sicuri e a casa e della quale non bisogna aver paura. Il mio vicino Totoro è anche un film sulla famiglia e su una concezione elevata di quest’ ultima. Gli adulti (il padre e la madre delle due sorelline in questo caso) non esitano mai a credere al mondo fantastico delle due bambine anzi colorandolo ancora di più di quella coerenza necessaria a tramutare una fantasia in realtà. Tecnicamente è sbalorditivo il realismo nelle espressioni dei personaggi e soprattutto quello dei cambi di espressione della piccola Mei quando dal sorriso passa al pianto o viceversa. Le sequenze poetiche del film d’animazione sono svariate ma una tra tutte è quella sotto la pioggia alla fermata del bus che con semplicità e senza l’ ausilio di parole è in grado di esprimere tutta la purezza e la dolcezza che il mondo dei bambini porta con se. Un universo dove la malattia o il concetto di perdita sono visti sicuramente come elementi che fanno soffrire ma che comunque fanno parte dell’ incessante scorrere della vita\natura. Sembra tutto inverosimile, tutto un sogno nella favola di Miyazaki ma così non è se ci si ferma a pensare e vivere con occhi da bambino una meravigliosa realtà che non andrebbe smarrita neanche con l’avanzare della crescita.

(La poetica e quasi muta sequenza sotto la pioggia di Totoro)

(Scoperta di un Totoro senza paura)

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