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Archive for settembre 2009

– Pelham 123 – 2009 – ♥ –

di

Tony Scott

Nel 1974 Joseph Sargent dava luce al suo Il colpo della metropolitana che ispirò addirittura in seguito Tarantino e il suo masterpiece Le Iene. Oggi Tony Scott lo riadatta e lo trasporta in una New York post 11 Settembre e in preda al tecnologismo wireless, non tralasciando il suo consueto stile d’ azione ipercinetico e anche un pò fracassone. Reduce da Dejavù si trascina dietro anche per questa sua opera Denzel Washington nel “solito” ruolo da buono che solo per poco tempo da allo spettatore l’illusione che invece possa essere un personaggio con una moralità molto più ambigua. Il ruolo del cattivone spetta invece a John Travolta che rende il suo personaggio più una macchietta isterica in cerca di riscatto da una società che lo ha deluso. L’unico filo trainante del film risiede nel binomio Washington-Travolta: i due attori duettano egregiamente su uno sfondo sceneggiativo abbastanza scontato e politically correct. La regia è per gran parte fatta di campi e controcampi di primi piani di dialoghi dei due protagonisti in due differenti location. Dialoghi intervallati da sequenze iperdinamiche da film d’azione di livello standard. E se la regia semplice ed essenziale di Scott è ciò che sembra far raggiungere la sufficienza al film e rende gradevole la visione allo spettatore, non lo è di certo la sceneggiatura. Il buonismo celato dietro ad ogni personaggio diventa cosa palese e ogni sospetto di ingiustizia da parte di molti personaggi finisce solo per restare tale ( il personaggio interpretato da Washington è un padre di famiglia sospettato di prendere mazzette ma che finisce per fare l’eroe e il sindaco di New York sospettato, come il nostro premier, di relazioni con escort ). Molti dialoghi finiscono nel patetico della retorica americana di stampo conservatore “deliziando” lo spettatore con una stucchevole e quanto mai poco originale morale. Ma come se non fosse già abbastanza le sequenze finali sono forse la parte peggiore di questo thriller metropolitano con un’ escalation di avvenimenti improbabili e coincidenze che hanno dell’ assurdo (come l’auto della polizia che ha un incidente mentre sta per portare i soldi chiesti come riscatto dai rapinatori). Insomma certe cose sembrano succedere solo in America, solo a New York e solo dopo l’11 Settembre.

( Travolta cattivone isterico)

( Sono un addetto allo smistamento ma mi improvviso eroe)

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– Baarìa – 2009 – ♥♥♥ e 1\2 –

di

Giuseppe Tornatore

Tornatore torna in Sicilia a 21 anni dal suo capolavoro, Nuovo Cinema Paradiso, e lo fa intrecciando la storia popolare di una Sicilia di inizio secolo a quella “emozionale” del giovane Peppino (Francesco Scianna) che con i suoi sogni politici vorrebbe cambiare l’ ingiusta realtà isolana. Peccato per la prima mezz’ora. All’ inizio il regista siciliano sembra avere le idee confuse sulle troppe tematiche da trattare e finisce per sommergere in maniera frenetica lo spettatore di personaggi e situazioni apparentemente superflue e che solo dopo questa “lunga” e veloce introduzione riusciamo a comprendere. Il vero “la” musicale del film infatti si ha da quando il nostro protagonista incontra l’amore, perchè è dal legame con i sentimenti che nasce il vero kolossal di Tornatore. Ma Baarìa più che un film con un protagonista è un film corale. Peppino anche se resta il personaggio principale non è reso esclusivo mai da Tornatore ma è attorniato da cento altri personaggi che parallelamente a lui vivono le loro storie. Piccole storie quotidiane che si spiegano strada facendo e che hanno come scopo quello di mostrare l’immutabilità di certe situazioni e realtà della Sicilia. Il regista sembra voler raggruppare un pò tutti i film che in 50 anni sono stati fatti sulla Sicilia, che  siano questi sulla Mafia o sulle lotte politiche, e racchiuderli tutti all’ interno di una sola location popolare: quella di Bagheria, il suo paese natale. Ne viene fuori un film che fin dalle premesse si capisce che punta in alto. Vi sono dietro 3 anni di lavoro 35mila comparse e 122 differenti location, per non contare lo straordinario numero di celebri camei. Ma quello che mi sono domandato, scena dopo scena, è: era necessario tutto questo? Non sarebbero bastati pochi ma buoni attori come lo stesso Salvatore Scianna, che viene dal teatro, per fare un film coinvolgente? E’ inevitabile non pensare alle strategie commerciali vedendo attori come Raul Bova, Laura Chiatti o Monica Bellucci relegati a brevi sequenze non parlate. E allora forse vi sono due modi per vedere Baarìa. Il primo è quello che deriva dalla forza delle immagini, e la potenza visiva di alcune scene accompagnate da una perfetta colonna sonora di Ennio Morricone. E l’altro quello attento alla sceneggiatura, a dialoghi forzati e spesso innaturali che sono il vero punto debole di questo film. Nonostante il dialetto siciliano dia forza ed enfasi al contesto narrativo manca del tutto il coinvolgimento. Si finisce per essere spettatori di tante piccole sequenze di storia popolare, molte slegate tra loro, spesso montate anche come se fossero un unico grande trailer. Baarìa non è però esente di ottimi momenti, come ad esempio quello in cui Peppino ritorna al paese dopo aver cercato fortuna a Parigi ed è accolto da un suo compaesano che neanche si era accorto della sua assenza e vedendolo con la valigia pensa addirittura che sia in partenza. Oppure quella dell’ assessore all’ urbanistica cieco che “visiona” i progetti in maniera tattile solo dopo aver intascato la mazzetta. I simbolismi come questo sono frequenti in Baarìa e fanno parte del tipo di cinema al quale ci ha abituati Tornatore, fatto di poeticismi e di sottili metafore del vivere umano e in questo caso siciliano. Ottima è anche la sequenza finale sottile metafora “Gattopardiana” del tutto che muta esteriormente ma che rimane perfettamente immutato nella sostanza. E’ la storia del padre di Giuseppe Tornatore e vi sono molti elementi autobiografici in questo film cari al regista come il mescolamento tra religione e superstizione o quello tra cultura e arte popolare. Ma come sempre a spiccare sono i sentimenti. Aldilà del cast ricercato o delle sue pretese Baarìa è un film che credo debba esser visto solamente con gli occhi del cuore, perchè se si esula da tutto questo rischia di restare ingabbiato in una furba e ben fatta operazione commerciale.

( Alla ricerca di fortuna)

( Effetti collaterali dell' essere Comunista)

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– Whatever works (Basta che funzioni) – 2009 – ♥♥♥ e 1\2

di

Woody Allen

 

Allen fa un film all’anno da regista e sceneggiatore da circa vent’anni, ed è sulla piazza da più di quaranta. È il suo modo di lavorare consolidato e evidentemente per lui funziona e tutti per questo si dovrebbero mettere il cuore in pace, anche perché ormai Woody sembra essersi consacrato come un intoccabile e ciò che pensa la critica o la gente che vede i suoi film non conta. L’importante è che funzioni… Inizio questo pezzo così, perché questa sembra in definitiva la filosofia che Boris, protagonista del film interpretato da Larry David, ci propina parlando numerose volte guardando sornionamente in macchina. “Whatever works!” ossia, qualsiasi cosa può andare, è un frase-titolo in cui echeggia fortissimo il film di qualche anno fa Anything else, in cui Allen era mentore di un giovane scrittore-suo alter ego. In questo film Allen opera a vari salti insieme, prima di tutto eliminando se stesso dalla scena come ha fatto quasi sempre negli ultimi suoi lavori più di sostanza – i vari Melinda e Melinda, Match point, Sogni e delitti e Vicky Cristina Barcelona – e facendo diventare Boris se stesso e il simpatico e misantropo mentore di Melodie, una giovane provinciale in fuga da casa, un po’ tarda, giunta a New York, proprio sotto casa del trasandato Boris (altri echi provenienti da La dea dell’amore e Melinda e Melinda). I due, a modo loro, con tutta la differenza d’età che c’è e non solo, miracolosamente riescono a trovare un perfetto equilibrio e si sposano, ma a guastare la festa arriva l’intera famiglia di Melodie e un giovane attore piacione. Boris, da grande pensatore pessimista e cinico con una ‘visione d’insieme ampia’, accetta tutto quello che gli capita senza subire particolari scosse. Nel corso del film però tenta il suicidio ben due volte gettandosi dalla finestra, ed ogni volta la scampa comicamente per dei fortuiti incontri con oggetti o persone. Il fato che bussa alla porta è il leitmotiv filosofico e musicale di Beethoven con la sua sinfonia n. 5, la quale va a braccetto con la filosofia del Caso di Boris, che comunque non è insensibile quanto lo dia a credere. La fortuna ha un ruolo centrale in tutto il quadro del film, come in Match point, e come il protagonista Chris Wilton, anche Boris lo teorizza una o due volte. A differenza di Match point però non solo i toni drammatici vengono decisamente smorzati, ma in Whatever works – basta che funzioni viene anche sminuita l’importanza di una certa caratterizzazione degli eventi e favorita invece una certa meccanicità vacua, che porta ad un finale delirante. Ma dietro c’è molto di più… Sì, perchè Allen in questo film ci ha voluto frullare tutti gli elementi del suo ultimo e meno ultimo cinema in un poutpourri di macchiette alleniane e, in contrapposizione a tutta la tragicità dei suoi recenti film, si è voluto prendere gioco di tutti noi – come fa Boris nella scena iniziale in cui attacca il pubblico – e riderci in faccia sparandoci un finale alla Frank Capra, non a caso il film La vita è meravigliosa viene indirettamente citato da Boris con sdegno nei confronti degli happy ending forzati. Le battute geniali come al solito non mancano, il ritmo è incalzante e di certo non ci si annoia. Patricia Clarkson (Il miglio verde, Welcome to Collinwood, Lontano dal paradiso, Dogville e Vicky Cristina Barcelona) è una ottima attrice caratterista, insieme a tutti gli altri; Evan Rachel Wood (vista qualche anno fa nell’incisivo Thirteen) nel ruolo di Melodie è frizzante, leggera e metodica, come è stata capace Christina Ricci in Anything else. Viene quasi da dire che Woody, per i giovani attori americani, è una rampa di lancio per il cinema di qualità come Pupi Avati da noi lo è per le celebrità non da grande schermo, che inaspettatamente nei suoi film tirano fuori qualità da non credere. Il riferimento a Pupi Avati non è casuale, infatti lo stesso Avati come Allen fa praticamente un film all’anno. Entrambi sono registi di indubbio gusto e talento e quasi sempre i loro film sono un piacere da vedersi, ma il voler essere troppo prolifici non porta necessariamente al successo e, detto fra noi, anche se il film è un ottimo prodotto, alla fine ci si stanca di dover ridere alla solite battute da newyorchesi ebraici repressi e borghesi coi sensi di colpa- il che può funzionare finchè Woody ci sta in mezzo ai newyorchesi, ma se deve diventare il regista entomologo, mah… – e si preferiscono le tragedie londinesi, che con nuovo piglio stilistico e non solo, almeno costituivano una più bella ed interessante fase creativa nella filmografia di questo regista.

(Woody e Larry sul set di Whatever works - Basta che funzioni)
(Il finale festaiolo e beffardo con ammiccamento di Boris al pubblico)

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– Il Grande Sogno – 2009 – ♥♥  –

di

Michele Placido

Parlare del ’68 cinematograficamente non è di certo una cosa facile. Ma o lo si fa bene oppure si parla di altro. Michele Placido prende spunto dalla sua vita, dal suo passato e costruisce un’ opera autobiografica che pecca forse troppo proprio dell’ elemento passionale dato dall’ autobiografia. Il calderone di avvenimenti storici che avevano luogo durante quegli anni inizialmente sembra che sia argomento principale del film, ma dopo poco ci si accorge che ne è solo il contorno. Tutti quegli anni vengono visti solamente sotto gli occhi degli studenti, dei giovani che sembrano sognare (almeno questo è quello che più sembra evincere guardando il film) più un risveglio sessuale e sentimentale, che uno politico. Tre sono i personaggi principali che hanno il vantaggio di essere sicuramente ben costruiti, anche se talvolta su degli stereotipi: Libero (Luca Argentero) , lo studente attivo politicamente che grazie alla sua abile dialettica fa cadere in brodo di giuggiole tutte le ragazze; Laura (Jasmine Trinca) è una studentessa proveniente da una famiglia cattolica in cerca di nuove verità sia politiche che sentimentali; e infine c’è proprio Nicola (Riccardo Scamarcio) l’alter ego di Placido, ragazzo povero pugliese che cova il sogno di fare l’attore  e si mantiene facendo il poliziotto ma non riconoscendosi in pieno in quell’ uniforme. E Scamarcio tenta di interpretare, per quanto può col suo viso da ragazzo piacione, un giovane Placido impulsivo e sanguigno. Ma gli avvenimenti importanti di quegli anni come la morte di Che Guevara, le lotte contadine in Sicilia o la manifestazione contro Nixon sembrano solo essere accenni risaputi di quegli anni, che peraltro non sembrano incidere più di tanto nelle vite dei tre giovani protagonisti. Vittime di questo trambusto politico e sociale di quegli anni i tre giovani sembrano interessarsi solo del loro intrigo amoroso alla Jules e Jim. Placido tenta, attraverso la sua eleganza e suggestione della macchina da presa, di rievocare atmosfere alla Romanzo Criminale, ma ben presto ci si accorge che in questa sua ultima opera non vi è quel tocco che vi era stato in merito al film sulla nota Banda della Magliana. E forse le colpe vanno principalmente al coinvolgimento emotivo e personale del regista in tutta la storia. Il finale infatti, che ci descrive il futuro dei tre protagonisti, è del tutto forzato e scontato e ci fa pensare su come l’intento vero di Placido sia stato quello di autocompiacersi attraverso un’ opera che parla di sè. Jasmine Trinca spicca sicuramente rispetto ai suoi due compagni di recitazione, complice di una migliore caratterizzazione del personaggio (bella la ricostruzione  della famiglia cattolica in perenne contrasto tra modernismo e conservatorismo clericale). Luca Argentero, al contrario è il vero tasto dolente dell’ ultima fatica placidiana, ma non per colpa sua. Il suo personaggio è costruito in maniera debole e superficiale, quasi marginale e non permette di dar luce ai suoi miglioramenti recitativi avvenuti negli ultimi anni. In definitiva un Placido che sembra non avere fiducia delle sue qualità, che ha ben messo in evidenza nel suo Romanzo Criminale, e che si limita a una fotografia ben fatta , a sequenze confusionarie di lotte tra polizia e studenti fatte tutte con telecamera a spalla e a “finti” bianchi e nero che vorrebbero creare l’effetto immagini di repertorio , utilizzando però i veri attori (metodo peraltro già visto recentemente nel Che di Soderbergh). Il rammarico è tutto nella sceneggiatura telefonata e faticosa che getta nel calderone numerosi personaggi (anche il personaggio dell’ insegnante di recitazione interpretata da Laura Morante sembra solo un pretesto per l’ennesimo amplesso visivo dell’ aitante Scamarcio) ma che ne delinea accuratamente forse solo uno (quello della studentessa interpretata dalla Trinca). Spontanei sono i paragoni alla Meglio Gioventù di Giordana, poichè l’intento del regista sarebbe stato quello di portare al cinema un romanzo popolare sullo sfondo della nostra storia italiana. Ma al contrario dell’ ottimo film di Marco Tullio Giordana , ne Il Grande Sogno questo contesto sembra solo un banale nozionismo senza alcun approfondimento.

( Scelgo l' irresistibile attivista politico...)

( ...o il sanguigno poliziotto dagli occhi di ghiaccio??)

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– Synecdoche New York – 2008 – ♥♥♥♥ e 1\2 –

di

Charlie Kaufman

Il genio sceneggiativo di Charlie Kaufman è ormai  noto a molti cultori cinematografici. Fin dai tempi di Essere John Malkovic o di Eternal Sunshine of Spotless Mind (da noi storpiato con Se mi lasci ti cancello) la sua creatività mista a surrealismo, che lo ha reso un pò il Lynch delle “parole cinematografiche”, è per me garanzia di certezze per ogni suo script. Ma questa volta si avventura dietro la macchina da presa, passando in prima linea e mettendo in scena una vera e propria sineddoche della vita. Una metafora dell’ uomo, colma di cronologie temporali sovvertite. Ma allo stesso tempo vita sineddoche della morte che riguarda tutti noi ( da qui la battuta agghiacciante del protagonista : “tutti voi state morendo” ). Il protagonista Caden Cotard, uno splendido Philip Seymour Hoffman, è un regista teatrale in preda a disturbi psicosomatici e alla solitudine provocata dall’ abbandono da parte della moglie e della piccola figlia. Si ritrova da solo a meditare sul suo prossimo spettacolo (una prolissa e macchinosa messa in scena della sua vita) e proprio sulla certezza del morire e del non senso dell’ esistenza. E il suo meditare è tutt’altro che lineare. Lo spettatore ben presto si trova coinvolto nella vita di Caden, come se tutto questo fosse in una dimensione parallela fatta delle paure della morte, delle malattie o dell’ invecchiare del protagonista. Ma il personaggio di Cotard è tutt’altro che irreale: è un intellettuale con una semplice grande ambizione (forse mista ad un pizzico di arroganza ed egoismo) quella di recitare la sua vita nei minimi dettagli, soprattutto emotivi, rappresentando così un intero genere umano fatto di solitudine e pensieri negativi che spesso tende a mascherare dietro le cosiddette gioie della vita. E’ talora grottesco infatti il film di Kaufmann perchè dà enorme spazio alle contraddizioni della vita, fatte di oscure coincidenze ( il protagonista si sveglia con le pubblicità alla tv di prodotti sulla chemioterapia o sua figlia fa la cacca verde e solo qualche istante dopo scopre di poter avere una malattia mortale), di gioie del sesso ma anche di depressioni mentali. Synecdoche New York ( il titolo è una crasi di Schenectady New York , luogo in cui è ambientato il film, e la sineddoche) è stato presentato al Festival di Cannes nel 2008 e come ogni film surreale ha destato molte critiche negative che lo hanno considerato, a mio avviso in maniera un pò superficiale, solo un film pretenzioso di uno sceneggiatore geniale che vuole autocompiacere la sua creatività. Ma , in mia opinione, Kaufman voleva solo giocare con quelle che sono le angosce dell’ essere umano, con le sue alienazioni mentali, forse spingendosi in maniera estrema verso una dimensione intellettiva, più che onirica, che va vista con l’occhio della mente più che con quello superficiale del nostro senso visivo. Parafrasando le sue stesse parole, lo dice anche lo stesso regista in una sua intervista affermando che il suo intento era “solamente” il voler rappresentare l’esistenza umana che è fatta molto spesso di idee mentali che “volano” dentro e fuori dalla nostra testa continuamente. E Kaufman rappresenta proprio questo inserendo nel suo film anche giochi di parole (che vanno comprese solo se ascoltate in lingua originale americana) che fuorviano lo spettatore dal senso di quello che viene detto, spingendolo a un grado di comprensione più elevato. Tutto in Synecdoche è costruito sul sostituire appunto un concetto con un altro. Lo stesso concetto di identità personale viene sostituito con gli attori che interpretano il ruolo del personaggio di Caden. E Caden stesso si guarda allo specchio, nella recitazione del suo alter ego, con l’intento di capire maggiormente il suo dolore e la sua ipocondria attraverso l’ausilio immaginativo di un’ altra persona. Capire quindi la verità stessa della vita, fatta di solitudine, malattie, vecchiaia, abbandono da parte delle persone care, fino a farsi divorare da tutte queste cose. Il tutto in un eterno Panta Rei che inevitabilmente porta alla morte e all’ incomprensione di tutto questo eterno malessere del vivere. In definitiva un film veramente drammatico ed esistenziale che nella sua surrealtà intende trovare ciò che non è mai stato più reale di così. E ad ogni nuova visione sicuramente sarà impossibile non trovarne la genialità drammaturgica e sceneggiativa fatta di numerose sineddoche e metafore ( due esempi tra tutti: la moglie che lo abbandona che di cognome fa “Lack” che in italiano vuol dire mancanza; e i continui riferimenti alla cacca come rifiuto del corpo umano che sono simboli del disfacimento del corpo umano che inevitabilmente è diretto verso la vecchiaia e la morte).

( Papà la mia cacca è verde.
Non è un problema tesoro, avrai mangiato qualcosa di verde)

( Personaggi reali o Attori??)

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– The Abandoned – 2006 – ♥♥♥ –

di

Nacho Cerdà

E’ ormai d’ uso in Italia distribuire horror che abbiano come target soltanto teenager e che sembrano esser fatti con lo stampino, ignorando opere dello stesso genere ma costruite tecnicamente meglio. The Abandoned, infatti, non è mai arrivato nelle nostre grandi sale nonostante l’ atmosfera sul quale sia costruito è sicuramente di ottima fattura e la recitazione degli attori è convincente fin dalla prima scena. Il film fa leva su un susseguirsi frenetico di interni ed esterni atti a spaventare lo spettatore e a immergerlo in un mood decisamente orrorifico. La fotografia è sempre contraddistinta da toni freddi che vanno dal bluastro al verdastro degli esterni nei boschi. La vera unica pecca del film è forse la sua sceneggiatura circolare ( la protagonista non riesce a uscire fuori dal tunnel di orrore della casa) che inizialmente è sicuramente accattivante ma che finisce per essere eccessivamente ripetitiva. Il montaggio è frenetico e la sequenza iniziale delle scale dentro la casa è un raro gioiello che fa rammentare le ambientazioni polverose del noto film sulla strega di Blair (The Blair Witch Project). A tratti sembra di essere catapultati in un episodio a fumetti di Dylan Dog per la lentezza dei dialoghi e le visioni intuitive e spaventose (due fra tutte la prima apparizione del doppelganger della protagonista e la sequenza finale con i maiali). Efficace è la scelta di Cerdà di fare sussurrare sempre i suoi attori e dare pochissimo spazio (quasi nessuno) alle urla, preferenza di gran lunga spesso privilegiata negli horror. La costruzione dei personaggi pecca però di un’ adeguata costruzione e se ci si chiede il perchè la protagonista abbia deciso improvvisamente di andare alla ricerca del cadavere della madre si rischierà di cadere nei vuoti logici.  Prolisse risultano le scene interne nella casa che nonostante abbiano sempre un’ impronta visiva decisamente convincente avrebbero potuto essere “potate” di parecchi minuti. La mia impressione è stata quella che Cerdà si sia trovato difronte ad un’ idea sceneggiativa che avrebbe potuto essere sviluppata anchè con un mediometraggio, ma che abbia voluto osare in un lungometraggio di 90 minuti, nel quale però molte scene sembrano ripetersi. Forza delle immagini quella di The Abandoned. Il consiglio è quello di guardarlo a luci spente, attenti al minimo scricchiolio (anche la scelta degli effetti sonori e l’audio sono efficaci nel film), pronti non a saltar dalla poltrona magari ma a covare il terrore internamente. In maniera costante.

the-abandoned doppelganger
(Doppelganger!!)
Abandoned
( E' meglio essere abbandonati???)

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– Ember il mistero della città di luce (City of Ember) – 2008 – ♥♥♥ –

di

Gil Kenan

Poco importa se il trailer di questo film che lo vende come la nuova fatica dello studio che ha realizzato il film de Le cronache di Narnia ce lo battezza come un fantasy per ragazzi. Pur la storia si concentri su di un’avventura-puzzle intrapresa da tre giovanissimi alla scoperta di ciò che si cela dietro i tanti misteri della cadente città sotterranea di Ember, alimentata artificialmente e messa al sicuro dall’estinzione umana (da cosa venga causata non si sa), la quale è ignara dell’esistenza del mondo, il piacere di vedere questo film risiede in una dedica particolarmente accurata alle luci e i colori, ad una scenografia mozzafiato realizzata da Martin Laing a Belfast nel set più grande del mondo (quello in cui è stato costruito il Titanic di Cameron, per intendersi), alla buona caratterizzazione e scelta di volti per i personaggi narrati originariamente nel romanzo della francese Jeanne Duprau. City of Ember trasuda di fantastici attori di grande esperienza (Martin Landau, Tim Robbins, Bill Murray) e di richiami estetici e non solo a 1984 (sia il romanzo Orwelliano che il film), Brazil di Gilliam, La città dei bambini perduti e Delicatessen di Jenuet e Caro… Per non parlare del più lampante richiamo al mito platonico della caverna. Si inciampa un po’ nell’evitabile creazione di qualche creatura digitale, ma sorvolata questa parentesi e la solita colonna sonora ridondante, la sostanza del film è di natura nobile. Il film non è puro intrattenimento e arrivederci, contiene soprattutto l’essenza della nostra vita, che spesso è conflittuale, in crisi e addormentata da mille comodità e vizi come Ember… I giovani protagonisti, interpretati da Saoirse Ronan e Harry Treadaway, sono convincenti e sembrano usciti appunto da un film di Jeneut. Il regista è Gil Kenan, un ragazzo londinese – ma con ovvie origini mediorientali – coraggioso, che dopo il debutto cinematografici in Monster’s house datosi nelle mani del produttore Tom Hanks e dei colossi d’attori sopra menzionanti, ha portato avanti un progetto discreto e originale.

(Beffardo infingardo sindaco di Ember, interpretato da un sempre ottimo Bill Murray)

(I due giovani protagonisti del film, Lina e Doon, interpreati dalla Ronan e Treadaway)

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