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Archive for agosto 2009

– Chéri – 2009 – ♥♥♥ ½ –

di

Stephen Frears

Il regista inglese di Le Relazioni pericolose è tornato fra noi riproponendoci la sua cara Michelle Pfeiffer tutta a tiro in salsa Belle Epoque. Il film, tratto da un romanzo di Colette, si concentra sulla relazione impossibile fra una cortigiana, Lea, e il giovane figlio di madame Peloux, altra cortigiana che frequenta da una vita. La vicenda viene narrata sin dal momento in cui l’amore fra questi due debosciati nasce fino al momento in cui si conclude piuttosto drammaticamente. Il problema che affligge i due è naturalmente l’abissale differenza di età che li fa sembrare una madre e un figlio, ma c’è ben altro: la società opprimente così piena di gente eppure vuota di comprensione e amicizia, le convenzioni del matrimonio e del benessere… e la ingombrante, autoritaria, viperesca madame Peloux (una Kathy Bates ottima davvero), madre del giovane Chéri, che vuole nipoti e suocera giovane. Il film viene introdotto da una voce narrante inizialmente fastidiosa, ma che in conclusione serve a riempire i vuoti temporali che si creano con le svariate ellissi presenti nel racconto. Tutto viene retto da una Michelle Pfeiffer migliore rispetto ai suoi ultimi lavori, giustamente senza eccessivi ringiovanimenti, che fa parlare il suo personaggio nei momenti opportuni e con una saggezza d’altri tempi. Grandi espressioni di patimento e tribolazione amorosa, ma anche leggiadri e delicati costumi indossati magnificamente. La cornice piena di sfarzi parigini di inizio Novecento è accurata e fotografata deliziosamente dal franco-iraniano Darius Khondji, ciò non toglie che sia ridondante e un po’ fastidiosa, anche se – ammesso che abbiate un cuore sensibile alle storie d’amore impossibili che non per forza hanno ragione del loro essere nell’essere strappalacrime– vi si sorvola. Lo stile registico è ridodante quanto la sua cornice da film in costume, tuttavia è solido perché Frears è un inglese e fa film così da trent’anni. Lo aiuta molto la bravura di tutto il cast. Il giovane Chéri è il classico dandy dalla particolare bellezza, dunque lo interpreta Rupert Friend, che non potendo mostrare grandissime doti recitative alla pari delle colleghe anziane, e non potendo essere stato scelto per fare il nuovo 007, mostra qui svariate volte il corpo nudo in tutto il suo androgino fascino. Non c’è da chiedersi il perchè visto che il regista è dichiaratamente omosessuale (non mancano dei riferimenti nel film) e anche si capisce come mai Michelle, pur essendo brava, ormai abbia abbandonato mîse che non le si addicono più. La composizione della delicata e ben strutturata colonna musicale è stata affidata ad Alexandre Desplat, uno dei musicisti per film più attivi e interessanti del momento, che ha messo a punto dei leitmotiv accattivanti che se fossero stati accompagnati da scene al ralenti, avrebbe sicuramente ricreato un’atmosfera alla In the mood for love. Il film quindi pur non proponendo niente di nuovo, evita parecchi errori che invece spesso vengono commessi in film di questo genere e nel finale c’è un efficacissimo accavallamento di due tempi narrativi che, intrecciandosi, mettono in evidenza la forza teatrale del cinema di Frears, che per chiudere un film invece di mostrare l’epilogo per filo e per segno come fanno piattamente ad Hollywood, preferisce suggerirlo con il solo ausilio del tradizionale campo-controcampo e di una narrazione proiettata nel futuro.

(La cortigiana di mezzetà dovrebbe educare il giovane Chéri 
alle vie dell'amore senza cadere in tentazione. 
Questa la premessa, i fatti degenerarono in dissolutezze...)

(Madame Peloux - la fantastica Kathy Bates - in una vestaglina che è tutta una risata!)
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– Ex Drummer – 2008 – ♥♥♥ –

di

Koen Mortier

Koen Mortier ha definito il suo film un esperimento musicale. E in effetti in Ex Drummer c’è tanta, forse troppa musica punk belga che ha il pregio però di adattarsi alla violenza straripante delle immagini e al frenetico montaggio. Immerso in una scenografia fatta di atmosfere putride e sporche e di personaggi borderline il film narra dello scrittore borghese Dries (Dries Van Hegen) che mentendo sulle sue capacità di batterista decide di entrar a far parte della scapestrata band punk The Feminist. Formeranno un quartetto di musicisti ognuno con un handicap con il quale convivere senza nessuna possibilità di guarigione. Ex Drummer è basato sul romanzo di Herman Brusselmans e ha come obiettivo finale quello di mostrare allo spettatore come la noia di chi raggiunge il successo e il potere spesso sia usata per manipolare i più disagiati senza i minimi scrupoli. Mortier cura tantissimo la fotografia dei luoghi rendendo le atmosfere brutali e violente ancora più cupe. Senza la minima attenzione verso ciò che è politicamente corretto il regista belga riproduce un susseguirsi di immagini violente e sanguinolente con l’intento di rappresentare un mondo underground (quello dei sobborghi fiamminghi) e la perdizione che la conoscenza del diverso provoca nell’ indole di Drier. Lo stile registico ricorda spesso il Trainspotting di Boyle (invece dell’ Inghilterra però qui siamo in Belgio) con immagini scomposte e inquadrature sperimentali, come quella rovesciata che ritrae di frequente il cantante Koen (Norman Baert), balbuziente e con un irrefrenabile odio violento verso le donne. Le sequenze di violenza invece portano spesso a rammentare i personaggi di Arancia Meccanica e l’irriverenza crudele che non rispetta nessuno, siano essi nazisti, gay, potenti, handicappati, uomini, donne o neri. Fin dai titoli di testa del film si evince subito che Ex Drummer non è un film destinato a tutti ma ad un pubblico abituato a film da festival del cinema o dagli stomaci forti. Il film si apre infatti con una sequenza girata al contrario dei protagonisti e con i titoli incastonati come oggetti negli oggetti di scena. Metodo decisamente originale di apertura che sicuramente invoglia lo spettatore a restare a guardare. Questo stile registico ricercato sembra però spesso finire con essere un’ ostentazione di uno spettacolo fine a se stesso che amplifica le violenze e le brutalità in un grand guignol del quale ci si chiede alla fine il suo vero senso. Forse appunto quello di shockare. O, più semplicemente, quello di dimostrare un micro ambiente tutto fiammingo nel quale le band del luogo sono onorate come le più famose ma finiscono per cadere nel vortice stereotipato di droga, eccessi ed alcol. Un film anarchico, zeppo di musica punk (almeno mezz’ora del film è dedicata alle esecuzioni della strampalata band), e che mostra attraverso le sue visioni un mondo contemporaneo fatto anche, purtroppo, di micro realtà violente.

( La sequenza rovesciata che ritrae il leader balbuziente della band)

(Uno dei frequenti momenti di esibizione musicale dei The Feminist)

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– S. Darko – 2009 – ♥ –

di

Chris Fisher

L’eco lontano, molto lontano del cult movie Donnie Darko aleggia per tutta la durata di questo non autorizzato sequel. Ma si perde completamente nel nulla lasciando lo spettatore avvolto solamente da una coltre di noia. Fin dall’ inizio non si ha fatica a capire che S. Darko calca la stessa strada fatta di viaggi nel tempo e mondi paralleli conditi da ritmi di montaggio in slowmotion e una avvolgente colonna sonora. Ma ciò che non è lo stesso è il risultato. In Donnie Darko stupiva la genialità misteriosa e l’ironia con la quale era trattato l’argomento dei viaggi nel tempo e inoltre gran parte del successo del precedente film era dovuta dalla accurata caratterizzazione dei personaggi e dalla bravura del protagonista Jake Gyllenhaall (non a caso questo film segnò l’ inizio della sua crescente carriera di attore). In S. Darko la protagonista femminile Daveigh Chase oltre a dover sopperire le mancanze di caratterizzazione del suo personaggio, nonchè di sceneggiatura non vanta il carisma dell’ attore che interpretava suo fratello nella finzione cinematografica. Se in Donnie Darko la circolarità della storia decisamente surreale si inseguiva coerentemente in dimensioni parallele, qui in S. Darko tutto sembra ridursi in una sorta di Butterfly Effect nel quale i protagonisti sono giovani e belli e sembrano messi lì per attirare giovani spettatori e soprattutto spettatrici. La presenza del giovane attraente rampollo Ed Westwick, reduce dal successo di Gossip Girl, diviene infatti per le più giovani uno dei motivi di attrazione verso questo film. Chi ha amato il suo precursore non potrà che restare deluso in definitiva da questo suo sequel del quale lo stesso Richard Kelly (regista di Donnie Darko) ha tenuto a precisare la sua totale non collaborazione (pare non abbia nemmeno letto la sceneggiatura). Anche la sceneggiatura non a caso fa acqua un pò da tutte le parti e racchiude al suo interno dialoghi adolescenziali privi di qualsiasi ironia. Fisher crede che per fare un successo del suo film basti una locandina con il mitico coniglio simbolo del precedente film culto o paesaggi onirici da cartolina, ma non è così. Gli stessi viaggi nel tempo appaiono essere privi di senso e ai protagonisti basta soltanto desiderare di volerli intraprendere per realizzarli. Viaggi nel tempo che vorrebbero giustificare un finale privo di ogni riflessione filosofica e tendente solamente a voler salvare la protagonista. E ciò che più si evince, invece del rapporto tra mondo adolescenziale e cultura degli adulti (come Donnie Darko sottolineava abilmente), è che si parla di Dio, di preti pedofili e di invasate religiose in un plot farraginoso che sa più di un gran calderone di elementi a caso che di scelte ben pensate. In definitiva un film che non va assolutamente preso sul serio per non abbattere i bei ricordi lasciati dal primo film ispiratore. Una chicca ridicola del film è la testa di coniglio (che in D. Darko era una maschera): qui viene forzatamente ricostruita in metallo (il perchè di questa scelta è del tutto ignoto!).

( Un momento onirico di S. Darko)

( Una metallica testa di coniglio)

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– Match Point – 2005 – ♥♥♥♥

di

Woody Allen

 

Meglio avere fortuna che talento. Fin dai primi istanti del film la firma di Allen è riconoscibile non da elementi evidenti, ma proprio in questa riflessione cinica su una delle tante banali quanto amare verità della vita moderna. Il protagonista principale della nostra storia non sembrerebbe poi così fortunato, almeno all’inizio. Chris Wilton (Jonathan Rhys-Meyers) è un giovane irlandese trasferitosi a Londra in cerca di successo e di una vita migliore di quella a cui le sue umili origini lo avrebbero relegato. Dopo aver rinunciato alla sua promettente carriera di tennista comincia a fare il maestro di tennis in un club londinese di alto livello, dove conosce Tom Hewitt (Matthew Goode) e sua sorella Chloe (Emily Mortimer), rampolli di una ricca e potente famiglia. Ben presto Chloe si innamora di Chris, che così si assicura facilmente e velocemente un posto di riguardo al più alto livello della società londinese con annessi nuovo lavoro e ottima posizione economica, in pratica tutto ciò che aveva sempre desiderato.  Ma lungo la sua scalata sociale il fortunato Chris si imbatte nella seducente Nola (Scarlett Johansson), aspirante attrice e fidanzata di Tom. Subito Chris intuisce che loro due, in quella famiglia di ricchi privilegiati, sono simili: anche lei parte dal nulla e desidera tutto. Nel breve dialogo e negli sguardi tra i due al loro primissimo incontro c’è già tutta la passione di due futuri amanti  e la tensione di due avversari che si studiano. La fortuna privilegia Chris tra i due, così mentre lui mette su famiglia con Chloe – di cui non è assolutamente innamorato – e migliora sempre di più la propria posizione economica e sociale, Nola viene brutalmente mollata da Tom. Chris non saprà poi scegliere tra la passione che prova per Nola e la rassicurante sicurezza e serenità della vita con Chloe e la sua famiglia, e messo sotto pressione sarà costretto a escogitare una terribile via di fuga da una situazione divenuta insostenibile, il vero delitto perfetto, anche se solo per merito del gioco del destino. Rispetto a Crimini e Misfatti – di cui sembra riprendere le tematiche, seppure con un finale diverso – in questo film appare subito chiaro che c’è stata un’evoluzione, soprattutto in merito alla caratterizzazione dei due coprotagonisti, Chris e Nola. C’è il percorso simmetrico dei due, che vivono in equilibrio tra un’ inestinguibile attrazione per le emozioni forti e il bisogno di sottostare alle convenzioni di un mondo cui non appartengono, e che alla fine prevarrà su tutto il resto. Il fatto che da un po’ di tempo (e di film) Allen non parli – ironizzi – più della sua Manhattan, e che abbia addirittura spostato su Londra la sua attenzione per portare avanti queste indagini sulla natura umana non deve sviare: a mio parere non si tratta di un vero e proprio cambio di stile ma del bisogno – esito comprensibilissimo se non necessario della sua filmografia precedente – di guardare quella stessa realtà – e cos’altro, se non l’uomo occidentale moderno, con le sue paure, i suoi bisogni e le sue nevrosi – da una prospettiva diversa. Di trattare gli stessi temi, rimescolando le carte. Altrove hanno parlato di fruttuosi debiti culturali nei confronti di grandi maestri come Robert Altman, addirittura Ingmar Bergman o Alfred Hitchcock. Senza andare troppo lontano, mi sembra evidente come la solita ironia corrosiva qui lasci il posto a un atteggiamento volutamente distaccato, “altro”; i toni sarcastici della commedia pungente, ma tutto sommato leggera, lasciano il posto a quelli più sofisticati del thriller che poi vira addirittura in dramma. Allen qui si è spostato interamente dietro la macchina da presa (sceneggiatore e regista), impegnato completamente nello sforzo di lasciare che le cose accadano davanti a lui senza interferire. E’ un’introspezione psicologica quasi da studioso, che non lascia spazio a un coinvolgimento da parte di chi sta raccontando la storia, e che mi fa pensare a un qualche tipo di esperimento antropologico o scientifico da parte di chi al microscopio tenta di sezionare la casualità delle vicende umane. Lo spostamento del punto di vista si accompagna a uno spostamento di senso e di sentire: dal jazz/swing si passa alla musica operistica (come la celebre interpretazione di Enrico Caruso dell’aria Una furtiva lagrima, dall’Elisir d’amore di Gaetano Donizetti ); la città che fa da sfondo all’intera vicenda è una Londra descritta da un newyorchese (Allen), così come appare ad altri due stranieri, il fortunato irlandese Chris e l’ americana, meno fortunata, Nola. In questa storia un atteggiamento fatalista e cinico prevale su tutto il resto, e l’attenzione non è più solo sulla natura umana, ma sui giochi del destino, sulla fortuna, e sulle reazioni della natura umana a queste variabili incontrollabili e proprio per questo spaventose. Inoltre l’ironia di Allen, qui divenuta più raffinata e tagliente, si cela tra le pieghe della narrazione e in particolari che certamente non saranno sfuggiti ai più attenti; si noti, ad esempio, come il fatto che a macchiarsi di un “delitto senza castigo” sia proprio un irlandese cattolico, che sfuggendo a una meritata punizione del suo misfatto si è “condannato a vita” da solo (e sarà poi lo stesso Allen a sottolinearlo in un’intervista, parlando di una vera e propria “ comicità cosmica universale”). Ancora, la scena del delitto commesso da Chris parrebbe ricordare quella dell’omicidio di Delitto e Castigo (di Fedor Michailovic Dostoevskij). A questo punto sembrerebbe che il punto vincente, in una partita di tennis come nella vita, sia davvero solo una questione di fortuna. Ma c’è ancora qualche cosa che consola da questa terribile verità, ed è il fatto che anche la fortuna ha un prezzo. Allen ce lo lascia intravedere quasi distrattamente sul finale: Chris gode dei frutti del suo crimine,  ma paga in termini di coscienza e di sensi di colpa, e pagherà per tutta la vita.

David di Donatello 2006 come migliore film europeo.

 match point

(Chris: Di un pò: che cosa ci fa una bella giocatrice americana di ping pong 
in mezzo all'alta società britannica?
Nola: Te l'ha mai detto nessuno che giochi molto pesante?)
matchp
(Chris deve scegliere a chi mentire..a Nola o a Chloe ..)

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Locandina La banda degli Onesti

– La banda degli onesti – 1956 – ♥♥♥ e 1/2 –

di

Camillo Mastrocinque

La banda degli onesti è un film che rivisto oggi pone lo spettatore attento davanti ad un disarmante confronto con la società d’oggi. Gli onesti e squattrinati personaggi del portinaio e del tipografo che si danno alla stampa di soldi falsi interpretati da Peppino e Totò – qui al loro meglio storico – possono essere paragonati ai lavoratori di oggi che vengono spinti alla truffa, alla disonestà, per tirare avanti? La risposta è semplice e ovvia, no. Perché questo splendido filmetto che sembra girato e pensato sommariamente per le masse da Mastrocinque, ha tutto il sapore malinconico di quegli anni, la metà dei 50, quando il benessere doveva esserci, ma si stentava ancora a viverlo pienamente. Le gag comiche di questa farsa sono non poche. Le più divertenti, va detto, sono quelle verbali, ma non è assolutamente da meno anche la fisicità di Peppino e Totò, che si sbizzarriscono persino con travestimenti. Il finale è perfido, anzi perfidissimo, perché i soldi falsi che Totò e compagnia bella non sono riusciti neanche a spacciare per paura, sono la copia di un altro falso, ma in mezzo a tutto questo mare di soldi bruciati, ci finiscono pure i soldi veri dello stipendio, lasciando cadere i personaggi in un baratro peggiore. Tutto il paese è in mano ai falsari e il figlio (Gabriele Tinti) che fa la guardia di finanza, ruffiano quanto basta, salva la situazione al padre che si vorrebbe sacrificare andandosi a costituire per farla finita con la disonestà. La libertà che si prende la sceneggiatura di Age e Scarpelli è quella di andare oltre il plausibile e di creare dei siparietti disperatamente comici, ma al limite del grottesco. Interessante l’introduzione del personaggio della moglie tedesca, con un chiaro rimando alla guerra, un po’ meno la relazione fra i figli rispettivi di Bonocore (Totò) e Lo Turco (Peppino), che sembra forzata all’interno del plot per accontentare i sentimentali dell’epoca e i goderecci per i giovani volti da rotocalco. Siccome non c’è due senza tre, alla coppia consolidata dei due napoletani è stato aggiunto Cardone, un ‘pittore’  goffo e mammone che li aiuterà con la colorazione dei soldi, interpretato da un bravo ma superfluo Giacomo Furia. Si ha la non troppo vaga impressione che questi film di Totò e Peppino, seguiti dagli altri famosi Totò Peppino e la Malafemmina e simili, fossero un po’ il corrispondente degli attuali Ficarra e Picone o De Sica-Boldi. Semplicemente che a livello sia di contenuti che di estetica, ci corre proprio un abisso. L’imbaranataggine ladronesca farà ritorno due anni dopo, nel 58, nel più strutturato e curato, dunque premiato, I soliti ignoti, sempre sceneggiato da Furio Scarpelli e Agenore Incrocci e diretto dal maestro Monicelli.

la-banda-degli-onesti

(Totò nei panni del modesto portiere Antonio Bonocore)
falsari
(I tre onesti falsari danno un'occhiata a un originale in realtà falso,
 ma il pubblico lo scoprirà insieme a loro solo nel finale!)

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– L’ Ultima Donna – 1976 – ♥♥♥♥ –

di

Marco Ferreri

I maschilisti moderni forse desidererebbero che il femminismo fosse terminato negli anni ’70. Ferreri era proprio nel mezzo di quegli accesi anni di lotta politica femminile quando diede alla luce questa sua produzione italo- francese che profetizza sul futuro del femminismo attraverso un crudo apologo sull’ amore fallito tra due persone molto differenti tra loro. E il contrasto tra i due protagonisti è fin da subito evidente. Geràrd (Gerard Depardieu) è il tipico uomo padrone che ostenta ed è consapevole che la sua forza ha origine dal fallo-bastone che possiede e mostra con orgoglio. Ragion per cui passeggia innanzi la macchina da presa continuamente nudo e spesso con l’oggetto del potere tra le mani e cibandosi solamente di alimenti fallici (il salame), abili metafore di questo stesso oggetto del potere. E nel suo personaggio all’ apparenza sicuro di se e deciso a voler dominare sulla donna si cela un forte comportamento esibizionista ed infantile (come nella sequenza ardita della fellatio che mostra l’attore con un ciucciotto in bocca). Valerìe (Ornella Muti) invece all’ inizio dimostra di amare l’ egoista Gerard e non esita ad affezionarsi al piccolo figlio di lui Pierre, ma ben presto si accorgerà del dominio fallocratico esercitato da lui reagendo di conseguenza con l’ unico modo possibile: la frigidità. Al centro della critica di Ferreri c’è il concetto della coppia moderna nella quale una delle due parti lotta per prendere il potere all’ interno di essa. Se ne evince una sua posizione necessariamente più anarchica anche se non si intravede nel film una valida alternativa alla coppia che sappia ben sopperire alle esigenze dei due sessi. Di certo questo quesito è ancor più reso dubbio dalla nostra società occidentale che è schiava del sesso e che traduce in felicità maschile  il desiderio di soddisfare la donna così da essere un abile detentore di fallo, e in felicità femminile quella di riuscire a raggiungere la vetta dell’ orgasmo. E per il regista l’unica, dolorosa via d’uscita sembra essere la castrazione, vista come fine crudele di ogni problema di coppia occidentale. Quindi non una visione nella quale si esclude la volontà e il desiderio di potere da una delle due parti alla ricerca della cooperazione e della comprensione (secondo Ferreri forse impossibile) ma una netta destabilizzazione della coppia. Un’ autocastrazione che è un comune gesto d’amore di negazione che accumuna finalmente le emozioni dei due protagonisti in un pianto condiviso. La freddezza e il distacco con il quale questi scottanti argomenti vengono trattati è sicuramente uno dei punti di forza dell’ intero film e ne fanno da importante contrasto. Un film girato quasi interamente in interni, se si esclude la sequenza iniziale (anch’ essa peraltro fredda) nella quale si intravedono le imponenti fabbriche che sono luogo di lavoro di Geràrd. Anche questa scelta di location dona al film di Ferreri completezza tra argomento, trama e personaggi. Un tocco di surrealismo nella sceneggiatura, per finire, è indispensabile per comprendere in pieno quelli che sono i problemi di una dittatura sessuale che sia essa fallocentrica o femminista. Da non perdere.

L' Ultima Donna

( E' Amore...)
ultima donna2
(...o è Ossessione??)

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– The Horsemen – 2009 – ♥ –

di

Jonas Akerlund

Si sentiva l’esigenza del solito papà eroe Dennis Quaid in questo film. Se ne fiutava la sua presenza e la sua necessità fin dall’ inizio del film e dai primi diverbi e incomprensioni con i figli. Ma questa volta non è solo un papà eroe come lo è stato in precedenti “polpettoni” americani (The Day after Tomorrow), ma è anche un accigliato detective che senza un solo attimo di sosta è chiamato a risolvere un insolito caso di omicidi. Delitti non particolarmente difficili da risolvere (dato che basta un bambino per far capire al bravo Dennis quale strada seguire), ma che forniscono di certo al detective, ma soprattutto a noi spettatori una spettacolare scena del crimine (tutte le vittime vengono ritrovate “appese” mediante l’antica tecnica della “sospensione” corporea). Ma soltanto al primo omicidio. Perchè la regia non fa che riproporci ad ogni delitto la stessa scena lasciando ben presto intuire il suo unico scopo: quello tentare di fuorviare lo spettatore e il detective facendo pensare più a degli omicidi seriali. Tutti attimi che durano poco perchè ben presto scopriamo che c’è una ragazzina cinese adottata (Ziyi Zhang) dietro tutto  anche se non agisce sola. E l’attrice cinese già vista ne La Foresta dei Pugnali volanti enfatizza il suo ambiguo personaggio colmandolo di toni pseudo buoni e complici che vorrebbero ricordare quelli “perfetti” del personaggio di Hannibal Lecter ne il Silenzio degli Innocenti. Ma non è della sola regia la colpa della noia e della prevedibilità di questo ennesimo thriller- horror americano. Colpe ha anche la sceneggiatura che non riesce a definire bene le psicologie dei personaggi non curando i dialoghi e finendo nel patetico-moralistico in conclusione di film. Il plot è quello dei delitti a sfondo religioso che si era già visto in Seven (e non solo) ma vorrebbe anche metter dentro riferimenti sociologici introducendo giovani personaggi insoffisfatti dei loro legami parentali che ripiegano questa loro mancanza architettando dei delitti macchinosi. Come a voler sottointendere che non c’è mai fine agli incubi peggiori, sopratutto quando si celano sopiti all’ interno delle proprie mura domestiche. Quindi ancora una volta il cinema da botteghino americano tenta di parlarci dei traumi adolescenziali, anche in un horror. Ma avevamo proprio il bisogno di questo mix di sociologia, religione, morale in un horror? La mia personale risposta è no. Soprattutto se questi elementi tirati fuori senza la minima cura nei dettagli non servono per nulla ad alzare il livello della drammaticità e della tensione, ma hanno come unico effetto la noia e la ripetitività.

( Dennis Quaid attonito davanti a una spettacolare 
scena del crimine)

( Ti dico io chi è il prossimo cavaliere da stanare)

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