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Archive for luglio 2009

– Niente Velo per Jasira – 2009 – ♥♥♥ e 1\2-

di

Alan Ball

Alan Ball è una certezza nel mondo della sceneggiatura. Vanta un premio Oscar per lo shockante American Beauty e il fatto di essere il creatore di due ben fatte quanto famose serie televisive come Six Feet Under e True Blood. Ma questa volta si cimenta dietro la macchina da presa traendo la sua sceneggiatura dalle pagine del romanzo di Alicia Erian “Beduina” creando un film per molti aspetti paragonabile al celebre film di Sam Mendes (American Beauty) ma con l’intento più profondo si indagare le radici di una cultura americana che nasconde dietro al puritanesimo una sessualità che dall’ altra parte ostenta. La protagonista è la tredicenne Jasira che viene mandata a vivere dal padre-padrone libanese, perchè la madre americana non riesce a gestire lo sguardo interessato del suo compagno verso la giovane ragazza che è nel bel mezzo del suo sviluppo sessuale. Jasira non saprà gestire in maniera corretta le pulsioni espresse dal suo corpo perchè circondata da un mondo di adulti ambigui e potenzialmente pericolosi che invece sanno perfettamente come trarre vantaggi da lei. Ball partendo dal forte valore che gli Stati Uniti danno alla bellezza punta il dito con coraggio verso le contraddizioni della sua stessa nazione sia in campo sessuale, che in campo politico (il periodo è quello della controversa Guerra del Golfo per stanare Saddam Hussein). E non solo. Anche la discriminazione razziale celata dietro un “velo” di perbenismo o protezione sembra essere ancora uno dei grandi problemi della società americana secondo il regista.E le emozioni dello spettatore durante la visione di questo film anch’esse sono pervase da un senso di ambiguità che portano a domandarsi quali siano i reali confini di una società dominata dal sesso e dall’ apparire ma che non sa gestire con adeguati metodi educativi questa esigenza esterna imposta. La fotografia di Towelhead (questo è il titolo originale del film che tradotto letteralmente sta a significare una delle offese lanciate ai mediorientali: “teste di turbante”) è interamente pervasa da tonalità calde giallo-arancioni che rendono le atmosfere del film ancora più avvolgenti e immergendo lo spettatore in un disagio continuo. Soprattutto durante le scene di molestie messe in atto dall’ ambiguo riservista dell’ esercito americano, nonchè vicino di casa di Jasira, Mr. Vuoso (Aaron Eckhart). Il personaggio di Jasira vorrebbe rappresentare secondo Ball una metafora perfetta dell’ ipocrisia della società statunitense in continuo dilemma tra la sua apparente realtà fatta di prati perfettamente curati e villette a schiera e la sua indole multi-culturale e razzista. L’ esordiente protagonista Summer Bishil, facendosi forza del suo naturale sguardo intenso da mediorientale, gioca bene a far la lolita confusa ma consapevole e dà luce a una prova soddisfacente seppur a tratti un pò monocorde. Un finale catartico e pervaso dal senso di rinascita dalle proprie ceneri e dalla confessione delle violenze pedofile sembra tuttavia apparire molto surreale. Ma quando ci si ricorda che a dipingere il tutto è un regista grottesco e ironico come Alan Ball in grado di parlare del puritanesimo statunitense anche utilizzando i vampiri (True Blood) si comprende il senso della scelta speranzosa.

( Mia figlia è casta e pura..guai a chi la tocca)

( Perdità della verginità)

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Locandina Waking Life

– Waking Life – 2001 – ♥♥♥ e 1\2 –

di

Richard Linklater

Un film può nel suo essere sperimentale riuscire a concedere interessanti spunti per riflettere e lo spettatore intelligente può nelle imperfezioni confuse che questo detiene trovare concetti, pensieri o nuove trovate visive sicuramente interessanti. E’ il caso di Waking Life di Richard Linklater. Reduce da Prima dell’ Alba Linklater si pone con questo suo film un obiettivo non di certo facile, non dimenticando di tenere sempre i dialoghi alla base della struttura portante del suo lavoro. Ma osa di più. Utilizza la tecnologia Rotoscope per portarlo a compimento. Dopo aver girato il film con i veri attori lo anima ridipingendo i vari frame impressi sulla pellicola e rendendo l’intero film un’ animazione tutt’ altro che statica e priva di punti fissi. Tutto si muove, scorre e cambia in Waking Life, quasi come un fluido Panta Rei di un’ ora e trenta. Il film di Linklater non ha una vera e propria trama ma è un continuo risvegliarsi e ascoltare dialoghi di giornalisti, filosofi e personaggi bizzarri del giovane Wiley Wiggins che per tutto il film avrà  il dubbio di stare sognando. Ma il sogno del giovane invece sarà propio la realtà e l’intero percorso narrativo del film così da far dimenticare sia a noi spettatori che al protagonista stesso che si tratti di un sogno. In definitiva è importante sognare per vivere, ma non solo per il nostro apparato psicologico o emotivo, ma anche per il nostro processo di vita. Il nostro cammino esistenziale. E da questo concetto che il film si propone come una vera realtà nella realtà e il sogno ne è solo una sua metafora. Questo concetto spesso è riconducibile e fa pensare all’ antecedente Matrix nel quale il protagonista Neo (Keanu Reeves) scopriva di vivere appunto una realtà dietro la quale se ne celava un’ altra. E all’ interno di questa realtà c’è un incontrarsi di vari personaggi che discutono (in maniera caotica e non di certo facilmente comprensibile) di filosofia esistenzialista, di cinema di neurobiologia ma soprattutto di vita. Le idee e i dialoghi sono ispirati ad autori e pensatori del presente e del passato che spaziano da Andrè Bazin a Kierkegaard, da Nietzsche a Jean Paul Sartre. Ma soprattutto c’è tanto di Philip K. Dick e del suo romanzo nel quale si sostiene che la realtà temporale nella quale noi tutti “fluttuiamo” sia un’ illusione di una potenza malvagia che ha l’intento di impedire ai comuni mortali di accettare Dio. Credo che la pecca del film risieda proprio nella sua difficoltà di comprensione (è proprio ciò che lo fa definire un film sperimentale e non un film capolavoro come avrebbe potuto essere), che potrebbe far allontanare lo spettatore più impaziente e viceversa portare a rivederlo sicuramente più di una volta quello più attento. Waking Life però si fa sicuramente forza dell’ eleganza “pittorica” della sua animazione e dei volti noti di attori come Ethan Hawke, Julie Delphy o Steven Soderbergh per attirare l’attenzione dello spettatore che nella visione di  questo film si troverà sbalzato in una realtà artistica e filosofica anche se fin troppo spesso il rischio è quello di perdersi in questa miriade di concetti a volte un pò pretenziosi. Certo però è che se si rifletterà o si avrà l’occasione di rivedere questo film più di una volta ci si accorgerà di alcuni aspetti della vita forse oggi sopiti o dimenticati ai quali però ogni tanto bisognerebbe “risvegliarsi”. Un consiglio: vedetelo con penna e taccuino a portata di mano.

( Ethan Hawke e Julie Delphy discorrono sulla reincarnazione)

( Wiley Wiggins nella sua realtà Sogno ritrova anche una ragazza 
che ha semplicemente guardato un pò troppo su un autobus)

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–  Juno – 2008 – ♥♥♥ e 1\2 –

di

Jason Reitman

La cosa che salta subito all’ occhio, fin dalle prime scene è che la sedicenne Juno è diversa. O almeno viene vista come una diversa dalle persone della piccola realtà urbana nella quale vive. Non ama le cose scontate e preferisce sperimentare, scoprire e fare tutto ingenuamente per gioco. Ma da questo gioco la realtà fa irrimediabilmente capolino e la costringe a una gravidanza inaspettata e non voluta. Ma soprattutto una gravidanza alla quale non è pronta. Ma  con spirito decisamente adulto decide responsabilmente di trovare una famiglia che adotti il futuro nascituro. Ed è da qui che il mondo di Juno si scontrerà con tutto il resto. Si scontrerà con il perbenismo e le formalità che lei tanto odia, ma riuscirà a farsi amare (forse proprio per il suoi modi decisamente irruenti e privi di ogni velo sociale) da tutti. E’ sicuramente un personaggio ben costruito quello di Juno. Una sedicenne atipica e sfacciatamente a suo modo adulta e intelligente, che ama dire le cose in faccia e si disinteressa totalmente di cosa possa apparire giusto o sbagliato. Merito di questa forza nel personaggio della protagonista va alla sceneggiatura sicuramente ben costruita di  Diablo Cody (che gli è fruttata l’Oscar nel 2008), in grado inoltre di far riflettere lo spettatore su una tematica come quella delle gravidanze inaspettate in maniera ironica e leggera senza mai per un attimo cadere nella pesantezza. Juno si porta dietro il fardello di avere un nome (quello della Dea Giunone) di una donna spesso tradita dal marito Zeus ma che non si arrende mai. Ed è proprio così che la piccola Juno affronta le sue situazioni quotidiane con tenacia  instancabile, con una lingua sempre pronta alla risposta più irriverente e quell’ irrefrenabile voglia di non essere condizionata da nessuno. Complice ne è il visino ingenuo ma allo stesso tempo deciso della giovane attrice Ellen Page che cresce (pur non abbandonando la sua ingenuità di fondo) insieme al suo pancione. Il regista Jason Reitman utilizza una colorazione decisamente accesa ed estremamente satura come a voler sottolineare ancora maggiormente il mondo fuori dalle righe nel quale vive la protagonista. Juno è un film divertente in grado di parlare di tanti argomenti attuali che vanno dalle famiglie allargate alle adozioni, dalle gravidanze inaspettate agli aborti. E centro di tutto è anche questo indesiderato “fagiolino” che la stessa protagonista non sa come definire. L’evoluzione dei personaggi è anche quella estremamente ben architettata così da far apparire i personaggi che all’ inizio sembrano più simpatici o maturi come quelli decisamente paurosi e immaturi alla fine e viceversa ( esempio perfetto ne sono la coppia Loring che si assume la responsabilità di adottare il futuro bambino). E la giovane sedicenne Juno anch’essa evolverà, fino a capire alla fine che nonostante il suo processo evolutivo è stato al contrario (“Lo so, bisognerebbe innamorarsi prima di riprodursi” è quello che afferma alla fine Juno) l’importante è trovare un proprio guscio perfetto nel quale vivere, ritagliandosi una fetta di felicità un pò “giunonica” in questo controverso pianeta del quale tutti siamo protagonisti.

( Volete voi il mio fagiolo?)

( Riprodursi e dopo innamorarsi?)

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– Amore & Altri Crimini – 2009 – ♥♥♥  –

di

Stefan Arsenijevic

Amarsi a Belgrado non è facile. Soprattutto poi diventa ancora più difficile se questo sentimento viene rivelato solo quando resta soltanto un giorno prima del suo forzato epilogo. Amori & altri Crimini narra dell’ ultimo giorno di Anica (Anica Dobra)  in una grigia e cupa Belgrado post Milosevic. E’ ormai stanca di non essere amata dal boss Milutin che pur non avendole mai fatto mancar nulla non la ha mai ricambiata come si dovrebbe. E’ inoltre turbata dall’ autismo della sua figlioccia che costantemente è a rischio di suicidio. L’ultima boccata d’aria potrebbe arrivare dalla confessione dell’ amore taciuto per anni del giovane “picciotto” del boss (Vuc Kostic), ma nemmeno questa rivelazione risulterà essere semplice. Il regista serbo Arsenijevic avendo un intero giorno come target temporale del film muove la sua macchina da presa tra le strade del quartiere di Belgrado gestito dal boss Milutin tentando di mostrare una realtà popolare molto drammatica di una città occidentalizzata ma triste. Troppi sono forse però i personaggi che il regista decide di trattare in questa “giornata”, molti dei quali finiscono per non essere approfonditi come dovrebbero e per lasciare soltanto una nota di malinconia superficiale che va soltanto a colorare ancora di più le incertezze dei protagonisti. L’idea però di rendere l’inquietudine di Anica così melodrammatica e contestualizzarla in una Belgrado molto simile a lei (desiderosa di chiudere con il proprio passato) è sicuramente il punto forte del film. Costanti sono i parallelismi che si evidenziano tra il grigiore dei luoghi e gli stati d’animo dei protagonisti. Anche la colonna sonora dominata dall’ insistente Besame Mucho (praticamente eseguita e cantata in tutte le salse) aiuta ancor più a rendere le atmosfere del film cupe e ripetitive, così  tanto da poter risultare anche ridondanti per lo spettatore meno paziente. Si perchè la pazienza è di certo una necessaria virtù nella visione di questo film serbo presentato al festival di Berlino. Se si possiede l’occhio costante e attento di seguire i movimenti della telecamera che accarezzano e seguono i personaggi nei cortili e nelle vie di Belgrado. Se si ha orecchio paziente nell’ ascoltare dialoghi che forse spesso potrebbero risultare ripetitivi, alla fine si sarà premiati con un finale decisamente forte, surreale e ottimamente gestito. Un amore forse impossibile quello narrato da Arsenijevic che ha come unica possibilità la fuga. La stessa che molti giovani hanno realmente progettato da una Belgrado fatta di violenze  di quartiere e di un’ imminente globalizzazione dominata dall’ ascesa degli ipermercati.

( Amor Mio viene bruciato...
sarà una triste profezia di un infelice epilogo?)

(Troppo tardi per una confessione d'amore?)

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– Turistas – 2006 – ♥ e 1\2 –

di

John Stockwell

Un gruppo di giovani turisti americani in Brasile fa una gita pazza in corriera. L’autista della rapidao fa giustamente finire il tram giù per un dirupo, quasi provvidenzialmente, ma miracolosamente tutti quanti riescono a salvarsi. Questa scena iniziale, insieme alle ultime e claustrofobiche e subacque, direi che è la migliore del film. Il problema sorge immediatamente quando tutti scoprono che non c’è nessun’altra corriera, perciò si mettono alla ricerca di qualche altra soluzione per andarsene, ma dopo una notte passata a folleggiare in una bellissima spiaggia con tanto di bar e ballerine/prostitute brasiliane, i nativi del posto si mettono d’accordo con un dottore per drogare gli stupidi americani, sedurli, derubarli di tutto e imprigionarli nella sua casa sperduta nelle montagne, dove il dottore pianifica di asportare i loro organi per poi donarli. L’uomo, pur essendo perfido e preciso nel suo lavoro, è decisamente maldestro e finirà per rimanere ucciso da uno dei suoi servi durante l’inseguimento di alcuni superstiti fuggiti nelle grotte. Il film per certi versi ricorda Hostel, ma a differenza di quello, che oltre all’elemento splatter, in Turistas decisamente meno forte ma comunque disturbante, era spietato in quanto praticamente nessuno dei protagonisti alla fine si salvava (beh uno sì, ma considerando il numero di turisti iniziali). Il coraggio di Turistas è quello di mostrare – a  discapito delle prevedibili lamentele da parte del governo brasiliano che di certo non passa come un paradiso dopo questo film e a discapito del finale più o meno lieto per i due fratelli che si salvano – una poetica ambigua sugli americani, la cui stoltezza viene messa sì in evidenza, ma al contempo viene esaltata la loro presunta capacità di sapersi difendere e salvare quando vengono calati in situazioni estreme ed impossibili e messi a confronto con lo straniero. Tema interessante e affrontato ampiamente in vari film, da Cane di Paglia con Dustin Hoffmann ai più recenti The Beach e Bangkok senza ritorno. Il film se perde punti per la sua non eccessiva originalità, ne guadagna per essersi permesso di utilizzare,ad eccezione del divo e modello Josh Duhamel, attori poco conosciuti ma allo stesso tempo adeguati. L’australiana Pru è interpretata da Melissa George, già vista anche se in un ruolo minore non prominente nel capolavoro di Lynch Mulholland Drive. Il dottore splatter è Miguel Lunardi, bravissimo e misconosciuto attore brasiliano. Il regista è John Stockwell, attore in declino che cominciò bene negli anni 80 a fianco di Tom Cruise in film come Un week-end da leoni, Top Gun e l’horror kingiano Christine la macchina infernale. Il film nel complesso si fa vedere perchè è meno sadico e guardone di Hostel e gioca di più sul creare tensione, fastidio e antipatia nei confronti di tutti i personaggi. Inutile dire che fa definitivamente passare la voglia di andare ad avventurarsi in giri non organizzati negli entroterra dei paesi belli, esotici, ma poveri dunque selvaggi e spietati. Se film di questo genere si fanno ancora oggi con discreti risultati e successo, tutto lo si deve al maestro Deodato e al suo cultore Tarantino.

(Melissa George in una delle ultime scene claustrofobiche 
e subacquee nelle grotte)

(Ve lo diamo noi il Brasile, stupidi Yankee!)

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– Alibi e Sospetti – 2009 – ♥ e 1\2 –

di

Pascal Bonitzer

Per tutti i registi di film gialli da tempo immemore i libri di Agatha Christie son stati fonte di ispirazione. In questo caso il francese Bonitzer , sceneggiatore di altri film francesi, si ispira al libro Poirot e la Salma della celebre scrittrice di gialli e ne produce un film dalle atmosfere più  teatrali che cinematografiche, nel quale i prestigiosi attori però si limitano a recitare sommariamente il loro compitino senza però trasmettere minimamente il mood di tensione richiesto da un film di questo genere. I dialoghi cercano di essere sempre cinici e di mantenere alto il mistero di un delitto passionale che sembra fin dall’ inizio avere la sua risposta. Ma ci si accorge invece presto che un pò tutti sono coinvolti passionalmente con Pierre Collier (Lambert Wilson), psicologo di fama e marito fedigrafo che viene sorpreso assassinato nella villa di un senatore borghese collezionista di pistole. L’indagine messa in atto dal commissario incaricato del caso non risulta mai essere attenta ai dettagli ma resta anch’ essa invischiata nelle dinamiche sceneggiative dei frequenti dialoghi fin troppo teatrali dell’ ensemble di attori. Ciò che risaltà più all’ occhio sono di certo le appetibili location lussuose che sicuramente rendono il film più gradevole agli occhi. Veramente poco resta in definitiva delle atmosfere alla Christie e alla Poirot e tutto sembra essere più trasportato in un mondo più attuale nel quale una borghesia sempre più insoddisfatta ripiega questa loro mancanza nell’ intrigo del delitto. Insomma una sceneggiatura presa un pò sottogamba da tutti. In primo luogo dagli attori che in maniera palese recitano con aria di sufficienza. E conseguentemente anche dalle case di distribuzione che pur avendo investito su questo film hanno poi deciso di distribuirlo in ben poche sale.

( Attento analista farfallone!! La fine è alle porte!!)

(Non sono stata io!!! Ma chi ci crede?)

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– La Guerra dei mondi – 2005 – ♥♥♥ e 1\2

di

Steven Spielberg

La guerra dei mondi è un film ingannevole perché sì, è un film che parla di invasioni aliene, ma la loro rappresentazione è dosata in solo alcuni momenti della pellicola ed è decisamente inusuale, diversa dai canoni extraterrestri di Spielberg eppure realizzato con il suo inconfondibile stile per le masse. Il mecenate del cinema-spettacolo hollywoodiano che sembra potere tutto stavolta ha operato non facendo un remake del precedente del 1953, ma ispirandosi molto fedelmente e al contempo liberamente al celebre omonimo romanzo di H. G. Wells. Un padre divorziato, Ray Ferrier (Tom Cruise), riceve in custodia per il weekend i due figli dalla ex moglie (Miranda Otto) che va a casa dei genitori a Boston insieme al nuovo compagno. Prima ancora di riuscire a ristabilire un contatto coi figli e riesumare antichi affetti sepolti dall’odio che loro provano verso lui per essere stato distratto e negligente, gli alieni invadono e distruggono senza avvertimenti mediatici e senza pietà spuntando con dei tripodi fuori dalla terra dopo una misteriosa tempesta di fulmini. Così la famiglia Ferrier tenta di salvare se stessa mentre i militari cercano inutilmente di abbattere i Tripodi assassini. Il miracolo finale è doppio: il figlio, che sente il bisogno di staccarsi dal padre e dalla sorella nel bel mezzo della loro fuga e di unirsi ai militari, viene ritrovato sano e salvo a casa dei nonni – interpretati dagli ormai vecchi protagonisti del primo adattamento cinematografico – insieme all’ex-moglie di Ray, e i Tripodi cadono come d’autunno le foglie per una banale contaminazione batterica. Quindi il film è molto semplicemente ed efficacemente un dramma familiare a cui l’avventura spettacolare e orrorifica degli invasori alieni fa solo da sfondo. Ho ragione di credere che l’ispirazione di questo film sia stata grossamente trasmessa ai signori che hanno realizzato tre anni dopo Cloverfield, riportando in auge il genere alieno e allo stesso tempo reinventandolo. I personaggi sono tutti vittime ignoranti della tipica isteria americana suburbana, anche non volendolo, la loro natura che spinge alla sopravvivenza – come suggerisce la voce narrante di Morgan Freeman – li rende violenti e infidi. La paura e il nemico del film è incarnata dagli alieni, proprio come in quei film degli anni ’50, ma echeggia neanche troppo velatamente la paura dello straniero terrorista. Lo si nota nella prima metà del primo atto catastrofico e cinereo che ricorda l’episodio reale dell’11 settembre 2001, ma qui viene ambientato in una anonima città della costa Est di cui ora non ricordo il nome (naturalmente ricreata in teatro di posa)… Le scene che funzionano, di lì in poi, sono parecchie, devo ammetterlo, e non mi riferisco affatto agli effetti speciali, che sappiamo bene sono il pane quotidiano degli americani e in particolare di Steven Spielberg. A fare funzionare questo film è il sempreverde stile lineare del road movie. Tom Cruise, che mi sta molto antipatico, si conferma anche lui capace, infatti il personaggio che gli è stato cucito addosso è agli antipodi del suo usuale eroe americano tutto azione e charme, il Ray Ferrier di Cruise infatti ha molta paura, è un vigliacco, è rozzo, lavora come scaricatore di porto e sogna le auto, non sa come prendersi cura dei figli e durante il suo viaggio se ne renderà amaramente conto, sbattendo la testa più volte, piangendo, rabbrividendo. La figlia è un genietto saccente e giudizioso interpretato dalla strillatrice Dakota Fanning, bravina e con una espressività del tutto naturale. Pure Justin Chatwin, che interpreta il figlio, porta benissimo i panni del teenager medio tormentato e vittima psicologica di un divorzio particolamente brutto. Ma la vera star del film è il colossale Tim Robbins, in un breve ma incisivo capitolo ritagliato apposta per lui, in cui fa Ogilvy, di chiara origine europeo-ebraica, guidatore d’ambulanze luttuoso nascostosi in uno scantinato e che a forza di ordire piani vendicativi assurdi nei confronti degli alieni ha cominciato a perdere l’uso della favella. Quell’episodio così centrale e noir del film, sembra a prima vista un’insensatezza gratuita, eppure non lo è perchè coinvolge e comunica tensione mentre contemporaneamente lancia un riferimento diretto alla scena nella cucina coi velociraptor in Jurassic Park, che a sua volta si rifaceva all’inseguimento di Danny da parte di Jack (J. Nicholson) in Shining del divino Kubrick. Per una volta le musiche di John Williams non sono pompose o melassose, ma piuttosto cupe e tese. La parte dedicata alla meccanica, alla sonorità in particolare, all’andamento e l’aspetto dei Tripodi è davvero di una perfezione da brividi. Inutile ripetere che un film così solo un americano particolare come Spielberg poteva farlo e lo ringrazio, perché non si può vedere tutti i giorni Bergman e Rossellini. Lasciamoglieli fare questi film qua e perdoniamogli la troppa voglia di autocompiacersi, tanto prima o poi, anzi che dico, si sono già accorti da soli di non essere soli all’universo… o per lo meno in questo piccolo mondo malato in cui una influenza può finire per ucciderti.

(Dakota Fanning e Tom Cruise in una delle prime scene del film,
 in cui osservano straniti il mondo fuori casa)
(Tom Cruise fronteggia per strada il primo Tripode,
ma fugge con la coda fra le zampe)

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