Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for giugno 2009

– Ca$h – 2009 – ♥♥ –

di

Eric Besnard

La truffa è un’ arte. Farne un intrigo cinematografico dai ritmi serrati e gradevoli può allo stesso modo essere un’ abilità creativa che però se fin troppo poco originale e estremamente ingarbugliata può risultare banale. La trama abbastanza semplice del doppio o triplo gioco di un truffatore di professione che per vendicare il fratello decide di colpire il suo obiettivo prescelto senza l’uso della violenza è sicuramente un gradevole spunto sul quale il regista francese Besnard decide di lavorare. Besnard inoltre palesemente sceglie di seguire la via già ricalcata da Soderbergh in Ocean’s Eleven scegliendo scenografie lussuose come quelle della Costa Azzurra o movimenti di macchina che ricordano quelli del ben più celebre film. Anche gli stessi attori sembrano muoversi come i loro colleghi hollywoodiani e il protagonista Ca$h (Jean Dujardin) sembra essere nei modi di fare la copia più giovane del personaggio interpretato da Clooney. Valeria Golino ricalca un pò le vesti della Zeta Jones che si innamorarava del bel criminale, ma manca decisamente del portamento risultando appena professionale nel suo ruolo di poliziotta innamorata. E Jean Reno che vorrebbe insegnare a tutti come si fà il criminale questa volta resta ben lontano dal suo personaggio criminalesco colmo di sfaccettature alla Lèon e si limita a sfoderare un volto e un’ espressione da duro. Eccessivo però è l’uso degli split screen e del montaggio colmo di immagini “freezate” che vorrebbero coinvolgere maggiormente lo spettatore nelle sequenze d’azione ma finiscono solamente per rendere le atmosfere del film più ludiche e false. False come tutte le coincidenze che sono protagoniste del film francofono e che portano ad un epilogo inaspettato come ben ci si aspetta da un film di questo genere. Ogni personaggio all’ apparenza è costruito per sembrare  un bluff, ma alla fine solamente un paio risulteranno esserlo. E uno vincerà mentre l’altro sarà destinato alla disperazione della sconfitta. Ca$h è in definitiva un film leggero senza nessun tocco di classe o straordinarie interpretazioni. Godibile magari in una sera d’estate quando il caldo e troppo e si desidera  solamente di volar via in un posto di mare magari pieni di una barca di soldi facili. Scivola via davanti i nostri occhi accompagnato da una colonna sonora jazz. Sul momento può strapparci una risata o un sorprendente colpo di scena , ma ben presto si acquisisce la consapevolezza che non se ne serberà a lungo un vivido ricordo nella nostra memoria cinematografica.

( Sono lontani i tempi di Lèon per Jean Reno)

(Facciamo che io sono Clooney e tu la Roberts)

Read Full Post »

– Viaggio al centro della terra (3D) – 2009 – ♦ –

di

Eric Brevig

La storia è semplice e già dal titolo si autoconfessa Verniana. Purtroppo il film di Brevig, uno specializzato supervisore agli effetti speciali, non ha alcuna profondità al di là di quella data dalla visione tridimensionale ottenuta realizzando le scene con doppia cinepresa e proiettandole in sale predisposte a questo nuovo sistema che sembra debba risollevare il cinema dalla sua crisi odierna. Un professore universitario giovane e prestante – Brendan Fraser, già visto nella trilogia blockbuster La Mummia e nel più impegnato Crash – teorizza , senza essere ascoltato, che la deriva dei continenti porterà alla riformazione di uno solo, la famosa Pangea. Ma ciò non ha importanza, perchè neanche mezzora dopo dall’inizio del film egli si ritroverà risucchiato in un mondo fantastico all’interno della Terra, più precisamente all’interno di un vulcano, insieme ad una avvenente guida di montagna e al nipote timido e inesperto col quale ristabilirà un rapporto dato che il fratello Max è scomparso anni addietro lasciandolo solo e senza guida paterna. Questo padre assente è molto discusso nel film, infatti i nostri eroi grazie all’omonimo libro di Verne scoprono che Max, un verniano convinto che prendeva il libro ‘Viaggio al centro della terra’ come fosse una Bibbia, era raggiunto effettivamente in tale luogo scoprendone le meraviglie preistoriche che scoprono anche i nostri eroi. Insomma, la struttura narrativa creata attorno al romanzo di fantascienza di Jules Verne è speculare e autoreferenziale, ma in fondo non vuole arrivare a nessuna sostanza perchè la sostanza del film attorno alla quale si deve concentrare sono le attrazioni 3D, facendo a meno di tutto il resto. Cosa si salva dunque di questa pellicola che pare nata a priori per essere consumata come un videogame tridimensionale? Innanzitutto per coloro che amano il genere avventuroso il film sarà godibile e qui vorrei ricordare che esiste una versione precedente dignitosissima e diversissima del 1959, , con protagonista James Mason. Si salva per forza la visione in 3D, dove non manca lo spunto per riflettere sulla metamorfosi piuttosto sostanziosa che  l’uso della tradizionalissima dissolvenza subisce. Inoltre la sensazione durante la visione di tutto il film – che comunque si può vedere anche normalmente – è quella di affacciarsi su delle inquadrature stratificate, in basso rilievo. Chiaramente le  scene cruciali comportano il coinvolgimento di creazioni digitali che hanno unica ragion d’essere nel venire incontro allo spettatore, come un pugno – oltre all’aspetto direzionale d’impatto, c’è da considerarne l’imprevidibilità. Torniamo dunque alle origini, alla preistoria per così dire, con questo film non solo per via del soggetto (le creature più realistiche che compaiono sono tutte indubbiamente preistoriche), ma anche per analogia con il famoso esempio del treno in stazione dei Lumière. Allora, prim’ancora di Griffith e Ejzenstein, il cinema era spettacolo da baraccone, la meraviglia illusoria. Al momento attuale il 3D, che in realtà è sperimentato sin dagli anni 20, oggi viene riportato in auge definitivamente e con più convinzione, tanto che maestri del cinema-spettacolo come Spielberg e Cameron stanno lavorando ai loro progetti sfruttando anche il 3D. Dunque come va preso? Seriamente o va trattato come semplice giocattolo? Direi che per il momento non si classifica, anzi si merita una sospensione di giudizio, almeno non fino a quando più registi non avranno preso confidenza con questo mezzo e avranno capito la sua qualità sublime di potenziatore e, in molti casi, alteratore della realtà.

( L'inquadratura mozzafiato in cui i tre eroi 
giungono al centro della Terra)

(La stessa inquadratura, ma in versione stereografica. 
Per una visione corretta vi servono gli occhialini verde/magenta...
 Li potete trovare anche in edicola o fabbricarveli in casa)

Read Full Post »

– Riunione di Famiglia – 2009 – ♥♥♥ –

di

Thomas Vinterberg

Il tema delle feste e delle difficili relazioni familiari, già proposto da Vinterberg nel suo famoso Festen, ritorna in questo suo ultimo lavoro seppur mancante di molte delle norme della scuola Dogma 95. Eccetto l’uso della macchina da presa a mano che tallona anche questa volta abilmente le vicende e i litigi dei componenti di questa “famiglia” che si incontra e si riconosce come tale per la prima volta. Per il 750° anniversario di una cittadina danese un famoso cantante lirico arriva per rendere omaggio a questa festività. L’ apprendista cuoco Sebastian ( il giovane attore Oliver Mueller Knauer ) affronta  il ricordo menzognero del padre suicida che lo ha abbandonato con non poche traumatiche conseguenze, come la balbuzia, ed è alle prese con il rapporto confittuale con Claudia e Maria, la prima che dovrebbe sposarsi a giorni e l’altra, una vecchia fiamma perduta, che per l’occasione si ripresenta riattivando voglie erotiche e emozioni sepolte. Il tutto viene condito da Vinterberg con il solito rapporto conflittuale padre\figlio. Questo perchè il cantante lirico (Thomas Bo Larsen che in Festen interpretava il figlio e ora il padre) si rivelerà essere il suo vero padre, un po “viveur” , che da una parte vorrà recuperarne la relazione affettiva mentre dall’altra ne tradirà la fiducia. E’ evidente in questo Vinterberg un approccio edipico conflittuale e la rassegnazione nei confronti del fallimento dei rapporti familiari, destinati comunque ad essere litigiosi e non armoniosi. Come una sorta di pessimismo pervade il regista danese scena dopo scena presentandoci dei personaggi che inermi non possono che esser preda dei loro stati d’animo rabbiosi e vittimistici. C’è di certo il rammarico per l’atmosfera un pò troppo patinata che però si respira in questo Riunione di Famiglia. Tutto sembra meno realistico rispetto a Festen e complice ne è sopratutto la scelta del protagonista che sembrerebbe uscito da una rivista di moda per donne. Oltre ai conflitti familiari si evince anche la voglia da parte di Vinterberg di porre in contrasto le atmosfere rurali della campagna con quelle della città, contrasto che rappresenta in definitiva il fulcro della vena ironica del film. Ciò che comunque salta più all’ occhio è il desiderio di portare sullo schermo degli scorci di relazioni , un pò sfilacciati tra loro e non uniti da una trama narrativa ben articolata, ma che nel complesso risultano essere molto gradevoli. Un pò una sagra degli equivoci ( lo stesso sottotitolo italiano lo definisce il lato comico di Festen proprio perchè più inverosimile) nella quale però alla fine tutti i nodi vengono al pettine e l’inevitabile dovrà essere affrontato. Meno crudo e provocatore di Festen in definitiva. Più equilibrato e godibile forse per un pubblico più vasto però.

( Un "nuovo" amore per Sebastien)

(...e l'inevitabile epilogo)

Read Full Post »

– La Sconosciuta – 2006 – ♥♥♥ e 1\2 –

di

Giuseppe Tornatore

Tornatore ormai si sa: è abile con le emozioni e a saper fare di una storia drammatica una trama pervasa da un’ atmosfera di speranza e di dolori passati. Il passato è sempre una caratteristica importante del cinema di Tornatore e lo ha contraddistinto in film come Nuovo Cinema Paradiso o L’ Uomo delle stelle. Lo rivive attraverso i continui flashback vissuti dalla protagonista ucraina e “sconosciuta” (Xenia Rappoport) della quale come un mosaico noi spettatori assistiamo passo dopo passo alla lenta ricostruzione del suo trascorso doloroso. Ed è proprio il contrasto tra un passato violento e un presente colmo di speranza e determinazione che Tornatore attraverso la sua solita regia essenziale ed asciutta tende a voler sottolineare. La fotografia si alterna dai toni molto luminosi della felicità a quelli più cupi e notturni che contraddistinguono le scene violente del film. La sconosciuta si fa inoltre forza  di attori già consolidati come Pierfrancesco Favino, Claudia Gerini, Alessandro Haber o Piera degli Esposti che ne apportano sicuramente un valore aggiunto. Il regista siciliano inoltre ancora una volta risulta abile nel dirigere i bambini regalandoci un’ interpretazione spontanea e semplice della piccola Clara Dossena. E’ una storia di un crimine su una donna e sull’ infanzia ma non vuole essere un film di denuncia quanto più un thriller che confina lo spettatore a continui colpi di scena su quali siano i reali intenti della protagonista extracomunitaria. Questa sconosciuta si infiltra in pratica nella vita familiare degli orafi Adacher e più di una volta sembra, per lo spettatore, che voglia sconvolgere negativamente la vita dei coniugi, rubando l’affetto della piccola bambina di casa. Ma lentamente si fa strada nel personaggio della giovane ucraina la bontà e la speranza (grazie sopratutto agli esplicativi flashback) che lentamente trascinano il film verso un finale tragico ma allo stesso tempo sentimentale e colmo di aspettative future. Anche Michele Placido regala una straordinaria interpretazione portando in scena un cattivo viscido e glabro che altro non deve fare se non instillare nelle menti del pubblico la sensazione di repulsione. Ma più di tutti è la Rappoport, attrice russa nota nel mondo teatrale, a dar di sè un’ ottima impressione essendo efficacemente in grado di far evolvere il suo personaggio attraverso i differenti piani temporali messi in scena da Tornatore. Molti hanno paragonato lo stile di Tornatore ne La Sconosciuta ai film di Hitchcock ma ci si rende ben presto conto che infondo manca un elemento fondamentale che contraddistingueva quei gialli: la distanza emotiva tra spettatore, regista e protagonisti. Ne La Sconosciuta c’è la compassione e il coinvolgimento che sono tipici del regista siciliano aiutati inoltre da un maestro del mood musicale come Ennio Morricone. Ci sono quegli elementi nostalgici che già si sono ben visti nel suo capolavoro (Nuovo Cinema Paradiso). Ma questa volta sono colmi di sangue e violenza.

la sconosciuta

( La buona e il brutto e cattivo)
Clara Dossena e Xenia Rappoport
( Bisogna anche imparare a cadere bene e a rialzarsi)

Read Full Post »

– Ultimatum alla terra – 2008 – ♥ e 1\2 –

di

Scott Derrickson

Remake del classico di fantascienza diretto da Robert Wise, Ultimatum alla terra (The day the earth stood still – Il giorno che la terra si fermò) è un film su una invasione aliena messianica. Il messia in questo caso non è certo Dio, ma un alieno-uomo di nome Klaatu (Keanu Reeves) giunto sulla Terra a bordo di una sfera intergalattica come rappresentante di un gruppo di popoli alieni che invece di distruggere il nostro pianeta, lo vogliono salvaguardare dalla natura distruttiva radicata nell’uomo che lo sta portando lentamente alla rovina. Il salvataggio che si vuole mettere in atto consiste nel raccogliere tutte le specie animali e vegetali in altre sfere spaziali aliene sparse per il globo, insomma delle arche di Noè, annientare completamente l’uomo, e poi ripopolare la Terra sperando che possa ripartire con migliori possibilità di successo. Se questa premessa sembra originale, siamo messi male. La trama che è caratterizzata da una incoerenza disarmante e da un delinare i pochi personaggi protagonisti in modo assolutamente piatto e scontato, non tiene in piedi il film. L’inerzia che è presente come vocabolo solo nel titolo originale, se deve essere una qualità e un pretesto per raccontare una storia allegorica sull’incapacità dell’uomo di fare qualcosa di buono se non in momenti di disperata crisi, bisogna saperla raccontare con un certo estro e vena poetica. Il film di poetico invece ha ben poco. Se Jennifer Connelly fa di tutto, pur fallendo, per interpretare una madre luttuosa simultaneamente alle prese con un figliastro amareggiato e ostile verso di lei e con l’arduissimo lavoro di “mediazione culturale” con Klaatu, Reeves nei panni dell’alieno è ridicolo e poi sembra una figura estrapolata pari pari dalla trilogia fantascientifica Matrix, che al di là delle sue doti recitative su cui si può discutere l’ha reso tanto popolare e amato dal pubblico, in particolare quello femminile. Se può essere d’interesse a qualcuno, Kathy Bates nel film interpreta un segretario alla sicurezza che fa le veci del presidente: la donna inizialmente sembra molto ostile e non aperta al dialogo con gli alieni, ma alla fine sarà lei stessa a chiedere via telefono al presidente di provare un dialogo. Il figlio di Will Smith, Jaden, in questo film debutta senza avere a fianco la protezione del padre, ma guarda caso il suo personaggio non fa che lamentare l’assenza del padre… L’ormai veterano John Cleese fa una comparsata nel ruolo di un matematico vincitore di un Nobel che si mette a fare una sorta di gara d’intelligenza con l’alieno e che suggerisce la soluzione finale del film ossia che come uomini siamo recuperabili e degni di una seconda possibilità. Il film, pur diventando d’azione solo nel finale, vorrebbe mettere il pubblico nei panni di Klaatu e questi personaggi per farne comprendere la loro infinita bontà umana, ma il risultato è che almeno questo spettatore qua non ha provato alcuna empatia. Gli effetti speciali e certe soluzioni visive, come lo sciame di insetti distruttivo e le sfere intergalattiche, non sono certo da buttare. In fondo se a Hollywood (con l’ingaggio della casa produttrice di effetti Weta Digital, per capirsi quella di Peter Jackson e Il signore degli anelli) sanno fare bene qualcosa, quello è proprio l’illusione, lo spettacolo da baraccone. Tuttavia non basta di certo a rendere questo film godibile neanche dal più scanzonato spettatore avido di fantascienza ed evasione. Anzi, il film questo non sembra volerlo proprio. Il suo più grande difetto risiede nel fatto che Ultimatum alla terra si pone, con grande presunzione, come parabola bella e buona. In un momento di crisi mondiale come questo, anche solo rischiare di indurre il popolo a credere che esistano esseri superiori capaci di salvarci, è di una crudeltà disumana. È un peccato, perchè invece l’originale degli anni 50 (tratto comunque dal romanzo di Harry Bates) diretto dal regista di West side story pur essendo involontariamente comico e indubbiamente meno spettacolare, almeno intratteneva e oggi è considerato un cult fra i più favoriti nel genere fantascientifico, citatissimo in numerosi film.

('Va bene che Klaatu è alieno e senza sentimenti, 
ma trovare un interprete un po' più espressivo no, eh?' 
'Ma amore, lui è Keanu Reeves, quello di Matrix... 
Non ha bisogno di recitare!')

(Per impedirvi di distruggere il pianeta Terra, 
dobbiamo distruggere voi umani!)

Read Full Post »

– Sacro e Profano – 2009 – ♥  –

di

Madonna

Madonna si dà alla regia e avrebbe dovuto prestare più attenzione a questa sua scelta dopo i suoi notevoli flop come attrice. Il film nasce da un’ idea della nota cantante pop di realizzare un cortometraggio su un musicista ucraino (il leader dei Gogol Bordello Eugene Hutz)  che emigra in cerca di fortuna a Londra. Madonna decide di farne un lungometraggio di appena un’ ora e  trenta minuti inserendo altri due personaggi femminili che però hanno molto di qualunquista e scontato. L’ intero film si impernia sulla filosofia ormai trita e ritrita di come gli opposti siano in realtà figli della stessa matrice. Di come Bene e Male, giusto e sbagliato, sporcizia e pulizia ( il titolo originale è Filth and Wisdom letteralmente tradotto come Sporcizia e Saggezza) in realtà sono sinonimi e fanno parte entrambi dello stesso cammino vitale. E se è Madonna a voler sceneggiare un così sciorinato messaggio non c’è certo da stupirsi se lo faccia in modo provocatore e estremo. Il problema che dietro tutta questa ostentazione di saggezza celata dietro la sozzura ci sono solo un  trittico di personaggi bellocci che si atteggiano a superdivi davanti la telecamera e che recitando quasi come in un videoclip vogliono far i filosofi. Ma quanta noia c’ è nel risultato finale! Sopratutto perchè non è ben chiaro alla fine del film quale sia questa saggezza che i personaggi raggiungono attraverso la “sporcizia” dell’ anima. E’ forse solo una mera “saggezza” economica ciò di cui Madonna parla? Perchè nel personaggio della ballerina classica (Holly Weston) che vuole sbarcare il lunario, la sua decisione  di danzare in uno strip club risulta essere alla fine un puro pretesto economico e non un desiderio di saggezza. Così come c’è un oceano di qualunquismo nella ragazza sfigata, che non ha voluto studiare medicina, ma che sogna di partire per la causa Africana in missione. Tutto questo è inoltre ulteriormente fastidito dalla pretesa della regista\cantante pop di voler anche dare un’ immagine nobile alla “cultura di strada” cioè quella lontana dalle accademie o dalle università ma confinata in sobborghi di periferia e magari nel corpo di un povero poeta cieco (e pure gay!!)  che ispira le canzoni dello strampalato A.K. (alias Eugene Hutz dei Gogol Bordello). Ed è proprio il leader dei Gogol Bordello l’unico a salvarsi in questa sagra della mediocrità che come attore (e non solo come musicista) ha carisma da vendere, presenza scenica e un’ espressività degna di nota. Per il resto il film è ampiamente sintetizzato anche nello spot della  Alfa Romeo Sportwagon (peraltro a sua volta tratto dall’ Elogio alla Follia di Erasmo da Rotterdam): “Osservate con quanta previdenza la natura, madre del genere umano, ebbe cura di spargere ovunque un pizzico di follia. Infuse nell’uomo più passione che ragione perché fosse tutto meno triste, difficile, brutto, insipido, fastidioso. Se i mortali si guardassero da qualsiasi rapporto con la saggezza, la vecchiaia neppure ci sarebbe. Se solo fossero più fatui, allegri e dissennati godrebbero felici di un’eterna giovinezza. La vita umana non è altro che un gioco della follia. Il cuore ha sempre ragione.” E di cuore Madonna ne avrebbe dovuto mettere sicuramente di più in questo film. Qui c’è solo apparenza.

( Ballerina classica destinata al Paradiso...)

(...o regina dello strip club confinata all' Inferno?? Ma che noia!!)

Read Full Post »

– Martyrs – 2009 – ♥♥♥ –

di

Pascal Laugier

Come interpretare il punto di arrivo di un horror fuorviante come questo? Probabilmente non è fatto per essere interpretato ma creato solamente per essere subito dallo spettatore in maniera passiva e inerme. Il regista Laugier afferma che nel suo film ha voluto studiare l’ essenza del male. Ma ciò che appare arrivando in fondo a questa sua opera è una sensazione di gratuita mostra grand-guignol senza un suo vero scopo. Se da questa critica però si esclude la tecnica narrativa, che è sicuramente più che encomiabile per un genere cinematografico come l’ Horror, se ne riescono sicuramente a trovare molti punti di forza. Sicuramente uno tra tutti è l’incipit del film che disorienta lo spettatore facendogli credere dopo una buona mezz’ ora che si tratta del solito film con la ragazza fantasma (in stile The Ring o The Grudge). La narrazione è suddivisa in tre parti. In una prima parte lo spettatore rimane quasi interdetto dai ritmi serrati della vendetta di Lucie (Mylène Jampanoï) che con in braccio un fucile a pompa annienta un’ intera famiglia pseudo-felice. Tutta la sequenza della mattanza familiare è compiuta rigorosamente con telecamera a mano quasi a voler coinvolgere lo spettatore all’ interno di quello spettacolo di orrore. Quando tutto questo finisce Laugier ci stravolge il tutto cambiando anche la protagonista che diventa l’amica Anna (Morjana Alaoui). Le angosce e le paure di Anna diventano protagoniste del film e la portano ad indagare su cosa si cela dietro quell’ apparente tranquillità di quella casa. Il tutto finisce in un terzo atto dai ritmi meno frenetici e contraddistinto da riprese fisse ma da differenti angolazioni. Tutte sono però segnate dall’ orrore delle punizioni corporali che vengono inflitte ad Anna fino ad un epilogo che sembra voler spiegare il tutto in maniera mistico-religiosa ma che lascia comunque aperta la porta del dubbio nello spettatore. Come d’altra parte ogni horror si propone di fare. Quel che però è veramente innovativo in questo horror è la sua ideologia. Perchè non appena ci si accorge del vero fulcro narrativo si scopre che è l’ideologia del martire ad essere il vero elemento di terrore in Martyrs. Utilizzando il corpo della donna come mezzo di espressione di sofferenza e di resistenza alle torture Laugier ci narra lucidamente ma terribilmente la filosofia del martirio. L’ ideologia di chi crede attraverso la sofferenza di trovare le risposte all’ aldilà o agli enigmi dell’ uomo. E tutto ciò non può che risultare estremamente contemporaneo in un’ epoca nella quale le torture non sembrano in alcuni paesi essere ancora del tutto debellate come metodo per estorcere un qualsiasi tipo di verità. E la risposta arriva appunto attraverso la creazione di Martiri, dal greco marturos (“testimone”). Esseri umani in grado di andare oltre la dimensione del dolore e della morte e assistere con occhi sempre vivi all’ aldilà grazie alla trasfigurazione. Sicuramente un film audace quello di Laugier che qui in Italia nessuno avrebbe il coraggio di generare, perbenisti e criticoni nei confronti di ogni tipo di violenza gratuita sullo schermo. In compenso poi sfoghiamo tale repressione con i filmati violenti su youtube o internet. Almeno questo di Laugier è cinema.

( Sarà l' ennesimo horror con la ragazza fantasma?)

( O assisteremo impotenti alle torture su Anna??)

Read Full Post »

Older Posts »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: