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Archive for maggio 2009

– Antichrist – 2009 – ♥♥♥♥♥ –

di

Lars Von Trier

L’ irrazionalità alla fine prevale. Il femminino prevale. La natura nella sua più accesa espressione demoniaca prevale e pervade l’uomo, il regista e l’attore in un abbraccio finale e mortale. Lars von Trier già abituato a provocare e a scandalizzare in questo suo ultimo lavoro osa molto di più e tenta la compenetrazione dei suoi precedenti lavori iniziando con uno stile che rifiuta già in maniera palese il suo Dogma 95 (un prologo in bianco e nero e rallentato sulle note di Handel) per evolversi in maniera nettamente più distante da questa scuola cinematografica verso stili molto più complessi che spesso hanno un retrogusto di Lynch o di Bergman. Il film è diviso in capitoli e gode di un prologo in bianco e nero altamente pornografico che diviene il vero fulcro dell’ opera di von Trier e cioè la descrizione del piacere tra uomo e donna che viene permeato dal dolore, dalla follia e dalla disperazione. Antichrist si esplica come una sorta di processo psicoanalitico di guarigione  e metabolizzazione di un lutto. William Dafoe interpreta uno psicoterapeuta che decide di stravolgere il codice deontologico e si assume in prima persona la responsabilità di risolvere il difficilissimo quanto delicato periodo di depressione che avvolge la moglie in conseguenza alla morte accidentale del piccolo figlio. Il film stesso per von Trier è un percorso per uscire dalla depressione, dal dolore, dalla pena e dalla sofferenza per giungere alla consapevolezza che il male o Satana risiedono dappertutto, nella natura e sono in grado di conquistare la mente umana fino a dominarla totalmente e assumere il pieno sopravvento nei confronti del bene o di Dio. Il film è dedicato a colui che viene considerato dal regista un vero dio, Andrei Tarkovskij. Von Trier gioca con un montaggio fatto di immagini che spesso sembrano quadri o installazioni d’ arte contemporanea facendosi aiutare nel costruire un’ atmosfera angosciosa da musiche oniriche e surreali. E non solo. Perchè quando lo spettatore sarà in preda all’ angoscia psicologica nella quale per gran parte del tempo si sentirà avvolto, ecco che il regista svedese ricorda a tutti che il suo film è anche un horror e scatena tutta la sua ferocia repressa in un finale sanguinolento e terribile fatto di inchiodamenti alla Misery non deve morire o di strangolamenti con tanto di occhi fuori dalle orbite. Il tutto per regalarci una caccia alle streghe in stile demoniaco, un’ immagine della donna che da vittima diventa carnefice che trionfa. Lo fa senza tener freno alla sua telecamera zoomando sulla vagina porta dell’ inferno della donna. E al pene maschile non resta che sanguinare perdendosi nei suoi zampilli di dolore. Una Charlotte Gainsbourg estrema  e in preda alla follia della disperazione e del dolore si merita del tutto la Palma d’ Oro a Cannes. Antichrist è un film che può non essere visto interamente perchè  in più casi porta istintivamente lo spettatore a coprirsi gli occhi e a non guardare, per il forte shock provocato dalle immagini che culminano come un vortice in un epilogo non del tutto comprensibile, mistico e forse non volutamente rivelato. E’ l’arte visiva e introspettiva che si fonde con il linguaggio del cinema. E’ Lars von Trier.

( Il Passionale Prologo che fa da introduzione al film)

(La natura fa da padrona e domina sull' Uomo)

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– Cube –  1998 – ♥♥♥♥ e 1\2 –

di

Vincenzo Natali

Film horror, claustrofobico, psicologico, fantascientifico, paranoico, enigmatico e inquietante, Cube è una piccolissima ma preziosa produzione canadese di ormai più di un decennio fa che preserva tutt’oggi la sua originalità e bellezza nonostante il set in cui si svolge la storia sia uno solo e nonostante il suo debito cultural-cinematografico con capisaldi dei generi sopra menzionati come Alien o l’ormai leggendario e orwelliano 1984. Sei individui, tutti interpretati da attori poco noti ma giusti nei loro ruoli, si ritrovano intrappolati in una struttura cubica composta da un’infinità di altri cubi che nascondono pericoli mortali, ma anche uno schema di fuga decifrabile solo da un genio della matematica che se non fosse autistico sarebbe decisamente più rispettato e meno sfruttato.
Man mano che i personaggi proseguono nei loro tentativi di fuga, la tensione fra di loro cresce e diminuiscono sempre più, come in un gioco ad eliminazione, ma pagando con la propria vita. Per questo motivo, una dottoressa, un poliziotto, un architetto – interpretato da David Hewlett, il più famoso oggi nel film per aver fatto parte successivamente al cast della serie Stargate – e una studentessa di matematica si interrogano molto sui come e i perchè si trovino imprigionati, arrivando addirittura a sospettare inizialmente un rapimento alieno, spostandosi poi su paranoiche idee di sequestro a scopi sperimentali da parte del governo. L’architetto, in realtà un semplice impiegato, ad un certo punto si scopre che è il responsabile della progettazione dell’involucro esterno e di conseguenza non si aggiudica la simpatia di tutti i suoi compagni di sventura. Man mano che la prigionia avanza nel tempo con i suoi protagonisti stremati e sempre più poco propensi al successo, l’intelligenza e la lucidità logico-matematica avranno paradossalmente la meglio, infatti la studentessa di matematica con l’aiuto dell’architetto e di un autistico- idiota sapiente che si rivela ferratissimo nei calcoli di cifre astronomiche riuscirà a comprendere che il cubo non è statico, ma che si muove mutando in continuazione, dunque non solo devono districarsi in uno spazio labirintico, ma devono anche lottare contro il tempo necessario per raggiungere la porta che conduce verso l’esterno. Il poliziotto di colore, Quentin, sin dall’inizio stabilisce un ruolo da leader all’interno del gruppo e ciò provocherà grossi conflitti fra i vari personaggi. A differenza degli altri, lui sarà quello che perderà più di tutti il lume della ragione ed inizierà a volersi fare strada da solo a costo di eliminare gli altri. Cosa che accadrà effettivamente nel finale, in cui giunti alla meta, l’architetto e la studentessa hanno uno scambio di battute illuminante riguardo il fatto che forse non ne valga poi così la pena di tornare al mondo esterno che li aspetta fuori. A risolvere questo dilemma in modo decisamente sanguinario sarà l’ormai psicotico Quentin, in questo finale che potremmo battezzare ‘mysterious ending’, tornando inaspettatamente dopo una sua breve ma programmata scomparsa ferendo a morte la ragazza e si suppone anche l’architetto dato che lo pugnala svariate volte nello stomaco. L’idiota se ne esce incolume e cammina verso un altrove fatto esclusivamente di luce bianca e abbagliante. La sceneggiatura del film, scenograficamente e visivamente squisito, scritta dal regista italo-canadese Vincenzo Natali, non si perde in spiegazioni e non dà coordinate particolari sulle motivazioni che stanno dietro al cubo. Ciò dona a quest’opera una valenza kafkiana, soprattutto per la supremazia non tanto dell’azione, ma piuttosto della dialettica prettamente psicologica che si instaura fra i vari personaggi, i quali, uno ad uno, rappresentano nella propria maniera l’infinita solitudine e disperazione umana, che però, come dice la studentessa prima di tirare le cuoia, forse bisogna solo imparare ad accettarla e conviverci. Va da sè che la struttura complessa e cubica della prigione contiene molteplici metafore sulla vita. Ma non manca un riferimento più banale e ludico al cubo di Rubik, non mancano suggestioni cinefile che si traducono soprattutto nella scenografia, nei colori e le luci in un astuto gioco citazionista bilanciato fra espressionismo, un po’ di surrealismo e  pop sci-fi alla Spielberg e colleghi. Soprattutto, non dimentichiamolo mai, la forza inquietante del film ha addirittura uno scopo didattico. Cube infatti ci vuole ricordare con l’ironia dell’architetto prigioniero di una struttura a cui progettualmente lui stesso ha contribuito, che tutti noi siamo un po’ prigionieri di un’idea del mondo che, tramite i mezzi della comunicazione e non solo, ci ha resi i nostri stessi carnefici. Se il film si fosse avvalso di un attore più bravo ed espressivo per il ruolo di Quentin e se si fosse sporcato di più le mani in merito al problema della sopravvivenza senza acqua e cibo (magari trattando il tema del cannibalismo), lo avrei definito un capolavoro. Da vedere assolutamente, mentre invece è da dimenticare il seguito Cube 2 – Hypercube, che non è altro che il solito remake hollywoodiano pieno di astruse soluzioni avveniristiche e da marketing.

(L'inquadratura di inizio film)

(Fra il cubo e l'involucro...)

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– Vincere – 2009 – ♥♥ e 1\2 –

di

Marco Bellocchio

Un film Italiano. Un film che si fa forza e si sorregge sul personaggio di Benito Mussolini ma che alla fine non ci è del tutto chiaro dove veramente voglia portare lo spettatore. Marco Bellocchio ci parla nel suo Vincere di una pagina della storia italiana caduta nel dimenticatoio. Narra della storia d’amore avvenuta durante i primi del novecento tra un giovane Benito Mussolini (Filippo Timi) , direttore del quotidiano Avanti!, e la passionale Ida Dalser (Giovanna Mezzogiorno), che ha dato luce al giovane Benito Albino Mussolini inizialmente riconosciuto dal futuro duce ma in seguito abbandonato ad un tragico destino. Vincere è un film che mi ha lasciato pienamente non convinto perchè se osservato andando oltre la sua ottima fotografia, attenta ai chiaroscuri e colma di fumi che avvolgono lo spettatore in un’ atmosfera decisamente angosciosa, e il suo montaggio ben coordinato tra immagini di repertorio e immagini di fiction, non permette però di decifrare perfettamente il disagio di questa donna nè dove veramente il film voglia andare a finire. Bellocchio in pratica vorrebbe criticare le radici degli idealismi fascisti, che vedono nel suo leader Mussolini un leader carismatico capace di farsi ubbidire e credere dalla maggiorparte degli italiani (storia che si ripete anche oggi ?), oppure vuole parlarci di una sindrome psicologica nella quale il potere e il carisma sono in grado di annebbiare le capacità mentali di una comune persona fino a farla diventare socialmente una devianza? L’  interpretazione è forse lasciata nelle mani  dello spettatore da parte di Bellocchio che utilizza di frequente ellissi temporali anche per giocare con l’intelligenza degli stessi per ricostruire le dinamiche emotive dei personaggi. Giovanna Mezzogiorno appare la solita attricetta italiana non in grado di trasmettere qualcosa se non le sue stereotipate espressioni da isterica che la hanno praticamente sempre contraddistinta fin dai tempi in cui faceva la moglie tradita ne L’ Ultimo bacio, mentre Filippo Timi risulta molto abile nell’ interpretazione di un Duce macchiettistico (con il suo particolare roteare degli occhi o i tic voluti alla bocca) come anche nella parte del figlio imitatore del padre dei cinegiornali. La regia di Marco Bellocchio ( L’ Ora di religione ne è un esempio) ci ha ormai abituato a un tipo di cinema che non conosce freni o limiti, molto sanguigno e sopratutto che non ha paura di critiche moralistiche e ce lo dimostra molto apertamente in Vincere il fatto di regalarci due lunghe scene di sesso, molto passionali e uditive, che hanno lo scopo di farci conoscere il contrasto tra i due differenti tipi di emotività passionale dei due personaggi ma che a mio giudizio risultano essere troppo prolisse e lunghe e quindi finire per non avere un chiaro senso cinematografico. Un ‘ impronta registica sicuramente molto futurista quella di Bellocchio che aiutato da frequenti primi piani pubici della Mezzogiorno dà sfogo alle sue sensazioni cinematografiche prive di freni. Quello che mi chiedo è però se tutto questo abbia un vero senso cinematografico o se rischi di restare una pura ostentazione dell’ estetica. La stessa estetica tanto decantata e amata dagli ideali fascisti e quindi sicuramente in linea con l’argomento del film. Ma non vi è alcuna certezza d’altra parte di questa interpretazione perchè il film non colpisce fino in fondo ma resta profondamente irrisolto. Come quell’ ultimo sguardo in telecamera che Giovanna Mezzogiorno concede allo spettatore quasi come a volerlo richiamare ad una realtà non troppo passata fino a richiamare quel lato profondamente inconscio dell’ essere umano, anche moderno, assoggettato spesso al potere dei media, della televisione o del carisma dei personaggi politici. Vincere è un film colmo di metafore che sono sicuramente le parti più interessanti del film come quella di un popolo assoggettato che se non si piega al volere di chi comanda o finge rischia di arrampicarsi vanamente sulle sbarre di una prigione reale e lanciare al vento e alla neve parole che non saranno mai ascoltate. Un popolo vittima sempre di più (ieri come oggi) della televisione che ha il duplice lavoro di plagiare (attraverso i discorsi politici ieri di Mussolini oggi di Berlusconi e non solo) e di consolare con le immagini o i film ( come la stupenda sequenza tratta dal capolavoro di Chaplin Il monello). Sapremo alla fine vincere noi e non loro?

(Scoppia l' amore tra due personaggi estremamente passionali)

( La prigione di chi non si assoggetta al potere)

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– La Banda Baader Meinhof – 2008 – ♥♥ e 1\2 –

di

Uli Edel

Fine anni 60 e inizio anni 70. In Italia c’erano le Brigate Rosse. In Germania la RAF e in seguito il terrorismo della banda Baader Meinhof. Alla base c’era un comune movimento basato sull’ opposizione al dilagante imperialismo americano di quegli anni. Un imperialismo che permetteva agli USA di governare su ogni azione politica e che assoggettava i paesi europei a un tirannico volere, come le sovvenzioni a Israele o la guerra in Vietnam. Uli Edel si confronta con una parte della storia tedesca scomoda che narra della lotta armata del movimento Rote Armee Fraktion (RAF) seguendo le coordinate del libro Der Baader Meinhof Komplex di Stefan Aust. Il film vuole quindi essere una ricostruzione nella ricostruzione della storia di un movimento terroristico. Si articola in due parti: una prima parte narra della nascita e crescita del movimento fondato dalla giornalista Ulrike Meinhof , da Andreas Baader e Gudrun Enslinn in seguito all’ uccisione di uno studente da parte delle forze di polizia durante una violenta manifestazione contro lo scià di Persia; la seconda invece espone la detenzione dei suoi fondatori e la nascita parallela di una nuova generazione di militanti incauti e che utilizzano il nome dei loro fondatori solo per manifestare violenza su violenza a volte anche travisando gli ideali stessi del movimento e abbandonando al loro triste e tragico destino i capi della vecchia RAF. La grossa pecca del film risiede nella quasi totale mancanza di introspezione dei personaggi. Edel infatti si limita a tradurre in linguaggio cinematografico una cronologia di fatti senza la minima attenzione al perchè i personaggi sono giunti a un tale epilogo o senza approfondire minimamente la strada della violenza imboccata da un’ affermata giornalista come la Meinhof. E anche il consolidato attore Bruno Ganz nel ruolo di uno dei capi della polizia  in realtà “complice” appare anonimo e da poco lustro delle sue doti recitative in passato ben messe in mostra. Inoltre spesso la regia cade in un impronta fin troppo televisiva che trae forza da immagini di repertorio sicuramente importanti ed essenziali quanto però molto da fiction. La Banda Baader Meinhof a tratti ricorda il Romanzo Criminale di Placido anche se molto meno gradevole perchè non arricchito dalla forza introspettiva dei personaggi o dai ritmi più serrati del film nostrano. Uli Edel da vita ad un film poco equilibrato che prende le parti evidenti del movimento rivoluzionario, ma non quelle dei terroristi, in una Germania che è sempre affascinata da personaggi politici pericolosi immemore spesso del suo passato nazista. Un discorso riaperto quello dei tedeschi nei confronti di questo movimento ma sopratutto del processo farsa messo in atto dai capi tedeschi contro i protagonisti arrestati della RAF. Capi fondatori ufficialmente risultanti suicidi ma che ufficiosamente negli archivi storici tedeschi urlano un eco omicida da parte dei loro carcerieri. Sicuramente interessante da vedere per la parte storica che pochi conoscono e che il cinema tedesco ha avuto il coraggio di riportare alla luce e anche per le solide interpretazioni di due tra gli attori emergenti più noti in terra teutonica come Moritz BleibtreuMartina Gedeck. Peccato non convinca fino in fondo, come meriterebbe un film di questo genere.

(Tutto inizia dall' omicidio di uno studente 
durante una manifestazione, da parte della polizia)

( Per finire in un processo farsa )

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– Solo un Padre – 2008 – ♥♥♥ –

di

Luca Lucini

Bisogna dirlo che in Italia spesso funziona così. Se un regista capace inizia la sua carriera con un teen movie (Tre metri sopra il cielo) decisamente non brillante vi è il rischio che rimanga invischiato nelle trame non vantaggiose di quel tipo di cinema e si tenderà quindi facilmente a snobbarlo o sottovalutarlo. La verità invece è che Luca Lucini, attraverso abili sforzi di miglioramento già precedentemente dimostrati nei suoi L’ Uomo Perfetto e Amore, bugie e calcetto, sta cercando di uscire da quella nomea di regista di serie B per ricercare un suo stile, più maturo e maggiormente originale se inserito nel panorama cinematografico italiano. Il suo Solo un padre fa forza su una regia molto alla francese incentrata sui pensieri e i monologhi interiori del protagonista (Luca Argentero) obbligato a convivere con l’assenza della donna da amare nella sua vita ma la responsabilità della consapevolezza di essere un padre che deve confrontarsi con le esigenze e i bisogni (materiali ma sopratutto affettivi) di una piccola figlia di appena un anno. Un film dai ritmi lenti che conduce per mano lo spettatore, grazie al binomio tra dramma e commedia, fin dentro le memorie passate del trentenne dermatologo Carlo. La matrice sceneggiativa non prettamente italiana spicca subito all’ occhio ( Solo un padre è infatti tratto dal romanzo Avventure semiserie di un ragazzo padre di Nick Earls). Infatti il plot da commedia agrodolce è arricchito da un’ attenzione particolare ai dettagli emotivi e intimistici del personaggio principale e mette sicuramente alla prova Luca Argentero di un ruolo non di certo facile, molto introspettivo. Il giovane attore risponde con un impegno ben visibile alla chiamata di un personaggio perennemente in conflitto tra il desiderio di un nuovo amore e il senso di colpa per non aver colmato l’amore e le richieste di una moglie (Claudia Pandolfi) deceduta in conseguenza alle complicazioni da parto. Resta il rammarico però di una velata scelta troppo commerciale nella colonna sonora fatta di brani fin troppo noti e acchiappa-spettatori (come la famosissima Everybody Hurts dei Rem) e la finzione troppo ovattatamente perfetta di un protagonista re della chirurgia estetica che è consociato di una clinica privata alla “Nip and Tuck” . Ancora una volta quindi manca quel tocco di quotidiano del cui spesso è carente il cinema nostrano: quello di portare in scena personaggi più semplici, meno borghesi ma più comuni, con le sue problematiche certamente originali e dure ma che a conti fatti ben riescono a compensare a suon di quattrini. E se la storia d’amore nascente tra i personaggi interpretati da Argentero e la brava Diane Fleri sembra già telefonata fin dal principio del film Lucini riesce comunque a renderla gradevole perchè la rallenta e la riempie di parole non dette, di una lenta conoscenza e complicità tra i due che nasce dai loro dialoghi e dalla fiducia reciproca nell’ occuparsi della piccola “fagiolino” (nomignolo dato dai colleghi di lavoro di Carlo alla piccola figlia Sofia).  Un finale forse un pò troppo drammatico rovina il meglio visto nella prima parte del film, ma si salva nei pensieri finali del protagonista (probabilmente tratti dal romanzo) che confidano sulle speranze di un padre solo che però cova il forte desiderio di amare una figlia che è appena all’ inizio del suo percorso di crescita. Solo un padre in definitiva risulta molto gradevole e colmo di spunti registici che fanno ben sperare per il futuro del quarantunenenne Luca Lucini, il quale se lascia da parte la matrice commerciale e provinciale delle storie dei suoi film può di certo aspirare a un genere di drammacommedia che non scivoli nella banalità.

( La fiducia di conoscersi con un' aggiunta di fagiolino)

( Un padre solo tra le onde di una realtà interiore in tempesta)

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– Terra Madre – 2009 – ♥♥♥ e 1\2 –

di

Ermanno Olmi

Tornare alle origini. Tornare al seme del problema. Capire perché il “biologico” è così importante per tutti e perché va perseguito senza esitazioni. Ma senza per questo perdere i buoni frutti del progresso. Ermanno Olmi usa stesso procedimento con questo film. Torna al documentario, alle proprie origini, quando riprendeva le condizioni del lavoro in fabbrica e le conseguenze sulla società. Ma adesso sono passati diversi decenni e il concetto di Industria si è spostato all’agricoltura e a tutto ciò che è riconducibile al cibo. Stanno scomparendo i contadini che usano le mani e il bastone per arare il proprio campo o i pescatori come i coniugi olandesi che buttano le reti tra i polders e vanno a pestare l’acqua per far muovere i pesci perchè non pescano a largo o gli allevatori che lasciano ampi spazi al proprio bestiame per andare a procacciarsi il foraggio naturale. Questa era una delle maggiori preoccupazioni del WTO di Seattle nel 1999, quando vide la luce il movimento no-global. Ma sicuramente anche di Slow Food Italia e del suo presidente Carlo Petrini, tanto da organizzare un evento di rimando mondiale sull’argomento: Terra Madre, appunto. Si parte da un brano de Le Georgiche di Virgilio interpretate dalla voce narrante di Omero Antonutti, passando dalle interviste e dalla telecamera sul cavalletto per inquadrare i volti, le scarpe e i corpi dei partecipanti al Terra Madre 2006, svoltosi a Torino. Non tralasciando le loro storie. Così che dal ritorno alle origini contadine di una senzatetto in India, si parla della lotta al diritto di “selvaticità” degli Indiani d’America oppure delle peculiarità di alcune colture degli Indios sudamericani. Sorvolando una norvegese isola dell’arcipelago delle Svalbard, Spitsbergen, dove dal 2008 si stanno immagazzinando i semi in una “Banca mondiale del seme” costruita dentro ad un blocco di ghiaccio. Per evitare forse di essere salvati dal wall-e di turno e dunque prevenire l’estinzione certa della vegetazione a causa del riscaldamento globale o di una guerra nucleare. Usa immagini di repertorio, interviste, pochissimi commenti off e molta telecamera ferma. Statica. Lascia che il Documentario cresca e gonfi un’onda capace di travolgere lo spettatore. O quantomeno lo obbliga ad un linguaggio antico come l’odore di legna vera (e non pellet) arsa nel camino. E aspetta che insegni, come etimologia vuole (dal latino Doceo), la dinamica della natura. Per essere più incisivo il regista bergamasco affida il finale ad un pezzo di un film di Franco Piavoli da Pozzolengo (Bs), “Al primo soffio di vento” del 2002. Un contadino interpreta se stesso. Solca il suo orto con un bastone e mette i semi uno ad uno come se mettesse a dormire i propri nipoti. Raccoglie i frutti e li cataloga. Poi si siede in adorazione di questo scambio di coccole, innaffiato con il sudore e la pazienza. Nel frattempo si sono alternati mesi di pioggie, insetti, vento e animali da cortile che si alimentavano. Ed questo il messaggio che sembrano aver raccolto dei quindicenni del Massachussets (USA). Dall’altro capo mondo. Non sono dei ricercatori. Non sono degli agronomi. Non sono contadini. Ma con il loro “Progetto Germoglio” hanno piantato dei semi nel giardino della scuola. Hanno scommesso di poter mangiare un giorno alla settimana quello che coltivavano. La loro mensa adesso ha solo i frutti del loro giardino. E anche le mense di tutti gli altri istituti negli Stati Uniti fino al Senegal (!), che hanno aderito a questo progetto. Per cui la speranza è viva. La Cineteca di Bologna, patria ufficiale di tutti gli studenti di cinema, per la prima volta non finanzia un restauro di un film, ma produce in prima persona un film. Dopo anni di attiva proposizione di eventi in tutto il mondo attraverso il restauro di capolavori della storia del cinema (ricordiamo anche l’esclusivo archivio Chaplin), scende in campo per piantare questo seed-ocumentary. E tutti noi gliene rendiamo merito. Curiosità: esiste anche un altro film dal titolo Terra Madre, targato Alessandro Blasetti del 1931 dove un duca eredita delle terre e le vuole vendere perché abita in città. Verrà convinto a non farlo dalla “bontà” della qualità della vita, ma soprattutto delle sue abitanti. Filmetto di propaganda fascista, che non riuscì a far esprimere al massimo neanche un artista poliedrico come il regista di Quattro passi tra le nuvole.

(I Volti della Terra Madre)

(Diversi mondi a confronto durante il meeting)

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– Elizabethtown – 2005 – ♥♥♥ e 1\2 –

di

Cameron Crowe

Capita molto spesso nei film americani che il concetto greco di commedia ( inizio tragico e finale spensierato , comico o leggero) sia ben messo in mostra, ma di rado capita che abbia un così marcato svolgimento come in Elizabethtown. Un film che inizia da due tristi verità dell’ essere umano ( il tentativo di suicidio originato da fallimenti personali e la morte di un genitore) ma che abilmente attraverso un percorso di consapevolezza interiore è in grado di mutare verso i sorrisi e l’amore. E’ un viaggio quello di Drew (Orlando Bloom) che diviene una parafrasi del sogno americano fallito del successo per riscoprire i valori interiori, le proprie radici e la forza ottimistica necessaria per ricominciare spinto da nuovi obiettivi. E’ abile Crowe a costruire e impostare il tutto su una poetica e sensibilità , che può sicuramente risultare surreale o troppo favolistica, ma che ben sa coordinare la forza delle immagini e delle emozioni con quella di una colonna sonora ricercata e attenta che ben fa sposare le due caratteristiche del suo film. Si rimpiange solamente la scelta del protagonista in Orlando Bloom che a tratti è incapace di tradurre in efficace recitazione tutta questa poesia voluta dal regista ( abilmente interpretata invece da Tom Cruise in Vanilla Sky). Troppe forse le citazioni ad altre commedie americane del passato sicuramente riuscite, come ad esempio Moon River, fanno di questo film un’ opera che è stata largamente criticata sopratutto in seguito alla sua presentazione al festival di Venezia dal quale ne è uscita tagliata di ben venti minuti. ElizabethTown gioca sulla contrapposizione dei due protagonisti: il primo Drew (Orlando Bloom) che deve fronteggiare un fallimento lavorativo in una grande città e che ha un’ atteggiamento fortemente razionale nell’ affrontare le situazioni quotidiane, compresa  quella del fallimento; la seconda Claire (Kirsten Dunst) è una donna realizzata dal punto di vista lavorativo ma sognatrice e inguaribilmente romantica con una sua personalissima concezione di pragmatismo, ben differente da quella di Drew e più basata sulle sensazioni. Intensa e decisamente emozionale la scena del viaggio in auto con le ceneri del padre, accompagnata da un’ efficace colonna sonora e un montaggio opportuno che ben sottolinea l’intenzione di viaggio contraddistinto da tappe di ricordi. Crowe dimostra sempre più di essere molto abile nel far sposare le immagini con la musica anche se da prova della sua inferiore capacità sceneggiativa, spesso prolissa o con elementi decisamente non essenziali ai fini della gradevolezza visiva del film. Molto efficace è anche la costruzione della storia d’amore tra i due protagonisti incentrata da un sottile gioco di seduzione, lento, pensato e sentito, che porta Drew e Claire alle compensazione e alla comprensione dei loro stati d’animo attraverso il dialogo e i loro frequenti giochi delle parti. Meccanismo che per loro sfocerà in maniera del tutto naturale nell’ innamoramento. Il tutto senza mai tralasciare la vena ottimistica che dovrebbe sempre contraddistinguere la vita di ogni essere umano.


Orlando bloom e Kirsten Dunst
(Un lento conoscersi fatto di lunghe chiacchierate nella notte)
elizabethtown
(Cerca una ragazza con un cappello rosso in testa)

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