Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for aprile 2009

– Aria – 2009 – ♥ –

di

Valerio D’ Annunzio

La diversità sembra in questi ultimi tempi essere un tema abbastanza in voga al cinema e nel dramma vissuto dal protagonista di Aria vorrebbe addirittura essere rappresentato in maniera poetica ed allo stesso tempo leggera. Ma a mio giudizio finisce soltanto per risultare noioso questo volere a tutti i costi esprimere una sofferenza repressa, un’ identità femminile cancellata con questo occhio quasi psicoanalitico nel quale vengono a galla sullo schermo cinematografico i ricordi rimossi o i sogni del protagonista Giovanni (Roberto Herlitzka). Se poi si aggiungono le insistenti e ossessive musiche del noto pianista Giovanni Allevi che vengono per tutta la durata del film continuamente proposte si finisce per perdere del tutto quello che sarebbe dovuto essere il film e cioè questo insostenibile desiderio di un anima femminile che si trova rinchiusa in un corpo maschile. Questo è il personaggio interpretato da un bravo Herlitzka, che cerca come può di cucirsi addosso la sofferenza data dal suo dramma, anche se spesso non può che finire per suscitare un sorriso dello spettatore l’errata scelta che lo vede inverosimilmente interpretare il ruolo di marito di una Galatea Ranzi invecchiata ma decisamente esteticamente poco credibile come sua coetanea. Tutto questo viene maggiormente evidenziato sopratutto quando scopriamo che la madre dello stesso Giovanni in realtà potrebbe essere perfettamente lei una coetanea del settantenne Herlitzka.  Aria ha una complessa trama che si snoda in due differenti piani di narrazione, una presente e una passata anche se a tratti mnemonica e quasi onirica. E’ il dramma di Giovanni, maestro di pianoforte in una Trieste borghese ma triste, che si nasconde per anni dietro una famiglia costruita per paura di far riemergere una tragedia familiare della quale inconsciamente si sente del tutto colpevole. Improvvisamente dovrà però fare i conti con la sua vera personalità che è quella di Anna imprigionata da sempre nel corpo di Giovanni. D’ Annunzio ha il pregio di voler utilizzare una elegante strada cinematografica fatta di immagini quasi fotografiche e di bianchi e nero a volte ben sfruttati, ma presta ben poca attenzione alle emozioni degli attori e alla complessità che una trama del genere dovrebbe dare alle sensazioni dei personaggi. In diversi punti infatti il film risulta essere grottesco e inverosimile e finisce per portare lo spettatore a una risata che decisamente vorrebbe essere non voluta. E la stessa problematicità del tema trattato finisce per essere altamente incongruente con quella che oggi è la realtà. La non accettazione totale, unita alla disperazione, dell’ intera famiglia di Giovanni al momento della rivelazione della sua verà identità sessuale (sopratutto pensando al contesto artistico borghese triestino nella quale è inserita) è piuttosto inverosimile e finisce quasi per offendere l’intelligenza dello spettatore privo di pregiudizi che si accosta a vagliare il tema trattato dal film. A mio avviso in questo film c’è troppa voglia di trattare il tema dell’ omosessualità in maniera poetica da far perdere per aria le vere emozioni , appesantendo poi il tutto con un finale eccessivo e spinto fin troppo oltre il limite del drammatico. Nel 2009 si spera che non vi sia più tutta questa drammaticità ossessiva (come le musiche di Allevi nel film) nel vivere la diversità sessuale.

( Herlitzka suona fintamente le musiche di Allevi)
( Una coppia Inverosimile)

Pubblicato su Cineocchio

Read Full Post »

– Aspettando il Sole – 2009 – ♥♥ e 1\2 –

di

Ago Panini

Viene da un curriculum di spot pubblicitari e videoclip Ago Panini e di certo l’impronta di quel genere in Aspettando il Sole c’è tutta. Ha portato sugli schermi cinematografici italiani un film insolito, come pochi e decisamente originale. Sfruttando l’idea di un unica location, quella di un hotel sperduto di provincia, tenta un intreccio di storie e di personaggi che molto hanno dell’ immaginario surreale. Sposta gli avvenimenti in un 1982 che lo stesso regista definisce un anno strano e nel quale ancora si godeva dell’ opportunità di potersi perdere durante una notte, perchè non c’erano telefonini e ancor meno la ormai odierna necessità di essere sempre connessi, ovunque ci si trovi. E in qualche modo ogni personaggio di questo film si è perso, chi dopo una rapina, chi per girare un film hard, chi nei suoi stessi segreti o addirittura nei labirinti della sua stessa mente. Aiutato da un cast con sicuramente ottimi potenziali come Claudio Santamaria, Raoul Bova o Vanessa Incontrada, Ago Panini chiede a ognuno di loro di portare sullo schermo cinematografico dei personaggi ben lontani dalla rosa di ruoli che finora li hanno quasi sempre contraddistinti.In un’ atmosfera cupa e che ha del pulp Panini mescola dialoghi, monologhi ed emozioni di diversi personaggi in un crescendo drammaturgico che però alla fine fa restare con in bocca la sensazione di qualcosa di inespresso. In definitiva i presupposti per un film “diverso” da quelli a cui il cinema italiano ci ha oggi abituato, quelli dove la riflessione sociologica è sempre presente, ci sono tutti, comprese le ottime riprese e la sicuramente notevole fotografia, ma rimane il rammarico di non aver meglio costruito una sceneggiatura che sopratutto nel finale sembra far acqua in molti punti. Non tutti bravissimi gli attori alcuni dei quali (Gerini, Santamaria e Incontrada già molto capaci in maniera naturale) non fanno alcuna fatica a calarsi molto bene in personaggi molto diversi dai loro standard, mentre altri (Garko e Bova) restano invischiati nella finzione dei loro personaggi dandone un impronta, che sembra non voluta, di artificio. Un film comunque coraggioso che ha più il sapore di un esperimento non del tutto riuscito ma il quale sicuramente si spera che possa essere il precursore di un tipo di fare cinema insolito ma sicuramente promettente e innovativo per noi italiani. Molto ben sfruttata la metafora delle termiti custodite dal portiere notturno (Giuseppe Cederna) , esempio tipico di un animale al quale si fa poca attenzione ma che proprio per questo potrebbe potenzialmente rappresentare la nostra rovina. Metafora stessa del comportamento generazionale dell’ essere umano che tende a non dare alcun significato o poco valore a tutto ciò che è lontano da noi, come se non ci riguardasse e come se ci fosse estraneo. Ma che alla fine finiscono per provocare disastrose conseguenze che ci riguardano anche da vicino. E i molti personaggi di questo film sono appunto così: vivono chiusi nelle piccole “stanze” le loro storie personali inconsapevoli di ciò che potrebbe ben presto coinvolgere tutti.

(Due sbandati perdono la loro notte decidendo di importunare
 il portiere di un hotel)
(Mentre in una stanza qualcun' altro che ha un segreto
muore accidentalmente)

Read Full Post »

– Generazione 1000 Euro – 2009 – ♥♥♥ –

di

Massimo Venier

L’ ansia della precarietà e l’incertezza sul futuro sono solo due delle più importanti caratteristiche che contraddistinguono i trentenni italiani (e non solo) di oggi. E per chi non vuole arrendersi a fare il “mammone” a vita non rimane che arrendersi alla cruda realtà dei fatti : cioè quella che la società di oggi non dispone dei mezzi adeguati per soddisfare le aspettative e la piena realizzazione dei giovani.Certamente il film di Massimo Venier si limita però ad esporre i tormenti sentimentali, economici e lavorativi di Matteo (Alessandro Tiberi) un giovane laureato in matematica che a 31 anni fa un lavorio precario in un azienda di marketing che non gli piace e viene lasciato dalla fidanzata (Francesca Inaudi) a causa di motivi non precisati. L’ansia di Matteo è quella di chi vive col dubbio di non riuscire mai a realizzare il suo grande sogno che non è tanto la realizzazione lavorativa ma quanto in definitiva svegliarsi in una casa propria (da non dividere con coinquilini) , con la sua musica e destato da un bacio della sua amata. E anche se gode comunque di importanti figure intorno a lui come quella dell’anziano professore universitario (Paolo Villaggio) o quella dell’ amico e coinquilino cinefilo (Francesco Mandelli) rischierà proprio di mettere in discussione la semplicità di questi suoi affetti per inseguire una di quelle proposte lavorative alle quali oggi difficilmente si può rifiutare. E si sa che se c’è una cosa che può mettere in discussione la vita di un uomo già in dubbio quella cosa sono proprio le donne. Sopratutto poi quando queste arrivano senza preavviso. E’ quello che succede a Matteo che si ritrova a dover gestire l’irruzione nella sua vita di una “botticelliana” Beatrice ( una bravissima e sensualissima Valentina Lodovini) , anche lei precaria come insegnate e sua nuova coinquilina, e la bionda  Angelica (Carolina Crescentini) , sua capo all’ ufficio marketing e che mette la carriera lavorativa al di sopra di tutto il resto.  E sarà proprio Angelica ad offrire a Matteo un trasferimento e un lavoro più stabile e redditizio nella bellissima Barcellona, ma che lo costringerà però a lasciare la sua Milano. A livello narrativo Venier riesce abilmente a dare un senso di leggerezza ad una commedia che mette sul piatto non poche problematiche attuali ma che da alla fine poco spazio  per l’ approfondimento sociale. Aiutato da un cast in sintonia perfetta ( uno tra tutti un Paolo Villaggio in grado di tirar fuori tutta la sua saggezza senile) scodella dei credibili personaggi, esempi di giovani trentenni , anche se non approfonditi in maniera adeguata e spesso vittime di un qualunquismo oggi imperante. Generazione 1000 euro tocca sicuramente argomenti già precedentemente affrontati in film come quello di Virzì (Tutta la vita davanti), ma personalmente mi ha maggiormente rammentato il Santa Maradona di Marco Ponti, seppur quest’ultimo voleva maggiormente essere incentrato sul valore dell’amicizia e della coerenza d’essere. Ed è proprio la stessa strada che ad un certo punto, a pochi passi dal finale che alcuni  hanno definito troppo utopistico (Movieplayer : “Siamo certi che sia ancora tempo per la favola di ‘due cuori e una capanna’?”), il film di Venier sembra voler imboccare. Ma alla fine decide di dar spazio all’amore e al vero sogno che infondo hanno una buona parte di giovani , eredi di quei vecchi valori che un tempo erano più facili da mettere in atto proprio grazie ad una società meno problematica. E cosa c’è di male nel credere ancora che tutto questo possa realizzarsi? Non dovrebbero essere proprio i sogni a trasmettere quella linfa vitale del vivere che ha contraddistinto molte delle precedenti generazioni? Infondo senza la dignità e le leggi del cuore cosa resterebbe dell’uomo? Alcuni risponderebbero la realizzazione lavorativa. Io personalmente preferisco continuare a credere che siano le prime due a contare maggiormente. Forse perchè anche io appartengo a quella generazione.

(Matteo sceglierà la precaria Beatrice?...)
( ...o l' intraprendente Angelica?)

Read Full Post »

– RockNRolla – 2009 – ♥♥♥ e 1\2 –

di

Guy Ritchie

Siamo a Londra e qui il vero business è quello dell’ edilizia e anche la malavita vuole entrare in questo immenso gioco. Lenny Cole (Tom Wilkinson) è l’imprenditore senza scrupoli che pur di ottenere il massimo da quell’ ambito mercato sfrutta qualsiasi aiuto, se è necessario anche di politici.  One Two (Gerard Butler) è uno dei tanti che sono appunto stati fregati dall’ astuto Lenny e hanno poche settimane per saldare il loro conto. La prima ora del film si dirama tra frenetiche situazioni nelle quali tutti si rincorrono tra di loro e si ha l’apparenza di un plot decisamente complicato. Anche perchè in questa malavita londinese vi sono troppi personaggi in ballo e ben troppe cose da risolvere. Ci sono anche i russi che si loro inseguono e sono inseguiti da tutti ma sopratutto c’è il figlioccio di Lenny, Johnny Quid, un ex rockstar tossicodipendente al quale capita tra le mani un costoso quadro portafortuna per il patrigno e che ambisce a diventare un vero RockNRolla. E in mezzo a questo intrecciarsi di personaggi diventerà proprio Johnny il vero fulcro del gioco e colui che ambisce a vivere una vera “bella” vita fatta non solo di fama o di sesso, di droga o di soldi. Ma dell’intero pacchetto. Come un vero RockNRolla. Guy Ritchie dopo il fallimento di Travolti dal destino (remake del noto film della Wertmuller), che gli ha fruttato una nomination al Razzie Awards come peggior film drammatico degli ultimi 25 anni, risorge ottimamente anche se con uno stile già collaudato precedentemente dai suoi ben più fortunati Snatch e Lock and Stock. Utilizzando sempre la malavita come sfondo di una sua regia frenetica e ben architettata, aiutata inoltre da un ottima fotografia e notevoli quanto frequenti cambi di fuoco, Ritchie sembra voler apportare miglioramenti ai suoi due precedenti film sui malaffari londinesi donandogli più genialità. E la stessa costellazione di personaggi di Ritchie sono una brillante rappresentazione dell’uomo odierno che vorrebbe utilizzare sempre strade facili per condurre una vita da simil-RockNRolla. Difficile quindi non giudicare questo RockNRolla il miglior film dell’ ex marito di Madonna, avvezzo di certo al genere a lui più congeniale. Il dubbio rimane però quello di chiedersi se la sua genialità come regista risieda solamente in questo genere di film o anche lui sia in grado di evolversi e far si che nuovi lidi possano per lui essere altrettanto avvincenti e soddisfacenti. Bisognerà attendere il suo Sherlock Holmes , già in cantiere,  per svelarci questo arcano. Di certo le carte in regola il britannico Guy le possiede, come anche l’ ottimo cast a disposizione per il suo prossimo film ( Robert Downey Jr. e Jude Law).

( Johnny Quid riuscirà ad avere una vita da vero RockNRolla?)

( E One Two riuscirà a scamparla in questo susseguirsi di inseguimenti?)

Read Full Post »

– Roma Città Aperta – 1945 – ♥♥♥♥♥ –

di

Roberto Rossellini 

Sono rari i film italiani storici che possono realmente definirsi nostri, come vissuto, come protagonisti, come realtà. Il neorealismo cinematografico ci ha regalato in questo film di Rossellini un film che è saldamente legato al nostro passato di guerra. In una Roma schiacciata dai rastrellamenti effettuati dalle SS naziste , soffocata dalla scarsità di cibo si diramano le tragiche e dolorose storie di una popolana ( Anna Magnani ) che aspetta il suo giorno di nozze, di un ingegnere comunista e di un sacerdote ( Aldo Fabrizi) che in nome della libertà aiuta un partigiano. Rossellini attraverso una regia pienamente neorealista, volta a riprendere con fedeltà il dramma del momento regala un capolavoro che ci permette di serbare a memoria un tragico momento storico della nostra Italia. In anni come quelli di adesso, nei quali spesso sembra si sia smarrita la memoria per quei tragici fatti e per la tirannia mussoliniana, questo film ci permette in qualsiasi momento di assaggiarne la crudeltà. Definito molte volte eccessivamente lirico o semplicistico, a mio giudizio, Roma Città Aperta restituisce, guardandolo, quel senso emozionale e semplice di guardare le cose, quel senso di immedesimazione che molto spesso  uno spettatore, guardando un film, dovrebbe percepire. Perchè è semplicemente la cruda realtà di fatti, senza compromessi o senza inutili fronzoli simbolici. Rossellini infatti utilizza una regia essenziale e location vere fatte di vere case, di persone reali e persino di una sceneggiatura estremamente fedele al linguaggio del tempo. Parecchie sono le sequenze memorabili di questo film da quella storica nella quale Anna Magnani rincorre il suo uomo in procinto di essere arrestato, andando incontro tragicamente solo alla sua morte, alla scena finale interpretata da Aldo Fabrizi che muore fucilato all’alba salutando con un fischio i suoi bambini dell’ oratorio della chiesa. Scene che possono solo regalare brividi freddi lungo la schiena tipici delle emozioni vere. Roma Città Aperta è anche questo: un ponte perfetto tra la realtà e le emozioni. Il personaggio del sacerdote interpretato magistralmente da Aldo Fabrizi è il vero fulcro dell’ epopea. E’ un sacerdote che nutre un’ immensa fede in Dio e per il quale l’aiuto verso i bisognosi è posto innanzi a ogni tipo di ricatto o compromesso offertogli dai nazisti. E’ il simbolo di quella fede religiosa, oggi rara, oggi perduta o spesso travisata in noi figli del “Dio è Morto” di Guccini. Quello stesso Dio che il Don Pietro di Fabrizi impreca e maledice ad alta voce dopo aver assistito impotente a quanto un uomo possa manifestare la sua crudeltà nei confronti dei suoi simili. E se oggi, è vero, certe cose ci possono sembrare distanti, almeno nella nostra Italia, e forse apparentemente, credo vada ogni tanto lasciato spazio al ricordo di una ferita lacerante di cui la nostra storia si è macchiata e della quale questo capolavoro di Rossellini ce ne regala un lucido  affresco.

Anna Magnani

( La  memorabile tragica corsa  di Anna Magnani)
Bambini
( L' estremo saluto dei bambini dell' oratorio a don Pietro)

Read Full Post »

– Le Avventure del Topino Despereaux – 2009 – ♥♥♥ e 1\2 –

di

Sam Fell & Robert Stevenhagen

C’era una volta il tempo in cui anche la Universal entrò a far parte dell’ ormai competitivo mondo dell’ animazione. Ma in maniera diversa e originale sia rispetto alla Dreamworks che alla Pixar. Accantonando ogni comicità alla Dreamworks o le storie incantevoli della Pixar il primo lavoro d’animazione targato Universal propone uno stile intellettuale che pur avendo sempre come target i bambini, risulta però di non semplice intuizione. Il film si contraddistingue per un’ atmosfera fiabesca e per un’ animazione decisamente in stile pittorico e narra di due mondi diversi : Mouseworld, il mondo popolato da topolini, e Ratworld, quello dei Ratti. I topi crescono educando i propri figli alla paura, degli uomini , dei gatti e di qualsiasi situazione potenzialmente pericolosa. I Ratti invece vivono relegati nelle fogne approfittando dei resti altrui e rubando quando possono il cibo agli umani. Il piccolo Despereaux viene quindi visto in maniera ribelle e decisamente fuorilegge dall’ intera comunità dei topi perchè coraggioso e perchè privo di quella paura che invece contraddistingue tutti i suoi simili. Ma la sua è semplicemente curiosità e voglia di andare oltre le cieche regole imposte dalla società “mousesca”. Ciò si evince dalla sua volontà di interagire con gli umani anzichè fuggire o da quella di leggere i libri anzichè limitarsi a rosicchiarli ( e in questo fa rammentare il dotto topino Firmino del noto libro di Sam Savage). Ed è appunto dai libri che il piccolo topino inizia a sognare di essere anche lui un “gentiluomo” che deve salvare una principessa. Ogni personaggio è costruito in maniera attenta dal punto di vista psicologico non lasciando tanto spazio alle rigide categorizzazioni ( buono\cattivo o bello\brutto) alle quali spesso le animazioni ci hanno abituato fino ad oggi. Infatti anche il personaggio di Roscuro, un ratto che aspira ad essere un gentiluomo, risulta ad essere un personaggio estremamente complesso e combattuto tra il suo desiderio di migliorarsi e quello di combattere la sua natura malvagia di ratto. Anche per questa ragione, questa, è un animazione che sicuramente è destinata anche ad un pubblico più adulto che sappia maggiormente decifrare certi messaggi come anche quello finale che vuole essere il perdono, però visto differentemente dall’ accezione tipicamente cattolica. Un perdono visto come conseguenza di un rimorso per azioni sbagliate commesse in passato. Sofisticato, epico ed intellettuale a suo modo Le avventure del topino Despereaux entra sicuramente a far parte di un soddisfacente esperimento di animazione moderno.

( Il piccolo Despereaux audacemente affronta le trappole per topi)
( E colloquia con le principesse da salvare)

Read Full Post »

– Dove Sognano le Formiche Verdi – 1984 – ♥♥♥♥ –

di

Werner Herzog

Esprimere un concetto filosofico attraverso la semplicità delle immagini e qualcosa a cui il regista tedesco Werner Herzog ci ha spesso abituati. Questa volta la tematica è prettamente ecologista e aiuta a riflettere  su come il mondo civilizzato occidentale abbia iniziato ( proprio durante gli anni ’80) a sfruttare le risorse di luoghi della terra incontaminati e ricchi di risorse, usurpandone i diritti e le tradizioni dei legittimi proprietari di quelle terre. Nel caso di questo favolistico dramma di Herzog c’è l’ Australia, ben lontana dai toni sfarzosi di Luhrmann, e i suoi aborigeni che si oppongono alla volontà di una compagnia mineraria occidentale che vorrebbe stabilire un giacimento di uranio in una zona considerata quasi sacra dai loro abitanti. Quel luogo è come il titolo preannuncia il posto dove le formiche verdi continuano a sognare e se smetteranno di farlo con i loro sogni cesserà di esistere anche l’umanità. Un argomento quello del rispetto delle credenze altrui che oggi ci appare estremamente lontano. A più di vent’ anni di distanza da quando è stato prodotto questo film tutto ci appare quasi surreale poichè adesso viviamo in un’ epoca nella quale l’uomo ha già “rubato” ai legittimi proprietari quasi tutto ciò che c’era da prendere in termini di risorse anche, quando necessario, calpestando credenze, diritti o vite umane. Forse l’unico difetto risiede nel fatto che spesso Herzog sembra voler cadere nel demagogico esprimendo le sue terorie un pò come se cadessero dall’alto senza delle vere e proprie profonde spiegazioni. Lunghi piani sequenza contraddistinguono questo film che mette da una parte i silenzi e le espressioni degli aborigeni  e dall’ altra il chiasso dei macchinari della compagnia mineraria fino a una scena finale che ha del poetico con il protagonista che si addentra nel paesaggio australiano con solo l’eco della dinamite, usata per stanare i giacimenti, intorno a lui. Un film a metà tra il documentario e la finzione che chiaramente analizza la società contemporanea fatta di materialismo e di capitalismo e che lascia poco spazio ai sogni degli uomini. La scena sicuramente più esplicativa del cinismo della nostra società è ben espressa da Herzog quando mostra un gruppo di aborigeni che prega in un supermercato , proprio dove un tempo sorgeva un albero che per gli uomini di quella cultura era considerato sacro. Per il proprietario del supermercato la loro concentrazione in quel punto sarà solo uno squallido pretesto per riempire di prodotti tendenzialmente appetibili per gli aborigeni gli scaffali adiecenti. Oggi è estremamente difficile e quasi utopistico rinunciare ai beni materiali ma forse questo film può aiutare tutti a riflettere prendendo magari per una volta come esempio civiltà che sono state relegate da noi al ruolo di meno civilizzate, ma dalle quali invece avremmo molto da apprendere in merito al loro legame con la natura e con la terra.

Macchine vs Aborigeni

( Il silenzio e l'impassibilità degli aborigeni difronte
 all' irruenza delle macchine)

Scena finale

( Scena finale che ha del poetico)

Read Full Post »

Older Posts »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: