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Archive for marzo 2009

– Il caso dell’ infedele Klara – 2009 – ♥ e 1\2 –

di

Roberto Faenza

Faenza non è la prima volta che si ispira alla letteratura estera per un suo film e sicuramente deve molto di ciò che traduce poi sullo schermo ai romanzi stessi che alla sua originalità come regista. Il caso dell’infedele Klara ( tratto dal romanzo del ceco Michal Viewag ) sembra infatti un film molto didascalico e che spesso tentenna a tradurre in linguaggio cinematografico avvenimenti che descritti saranno sicuramente stati più di sicuro impatto emotivo. Per la prima mezz’ora il film sembra partire bene, forse anche sorretto da un Claudio Santamaria sempre molto naturale ed espressivo, introducendoci in una Praga (splendida location) nella quale si consuma la gelosia di un giovane musicista (interpretato appunto da Santamaria) nei confronti della sua fidanzata Klara (Laura Chiatti). Gelosia che lo spinge a contattare un’ agenzia investigativa, diretta da Denis (Iain Glen), un ceco che crede di aver confinato il sentimento della gelosia lontano da sè nascosto dietro una relazione aperta e dichiaratamente infedele con la moglie. E’ un peccato che un film con solide basi narrative (alla base c’è un romanzo di sicuro interesse) non sia riuscito in pieno a creare quell’ armonia che vi deve essere quando un film trae spunto da un’ opera narrativa. I dialoghi (sopratutto quelli del litigio tra i due protagonisti) risultano artefatti e talora è inevitabile non ridere per l’inverosimilità proprio di questi. Il caso dell’ infedele Klara è un film che sicuramente vuole essere molto passionale (la gelosia è un sentimento che nasce proprio dalla passionalità) , ma che spesso finisce per essere solamente sfoggio delle nudità della Chiatti  (che ormai si sa non ha alcun pudore a mostrarle!) e di inquadrature molto strette di particolari del corpo femminile o maschile ritratte durante l’atto della copulazione ( e ve ne sono tanti considerato che il film parla di tradimenti). Ma se per un attimo ci si sentirà smarriti e si penserà di vedere un film di Tinto Brass e non uno introspettivo e che dovrebbe far riflettere sulla gelosia, l’ossessione e il loro connubio con le moderne tecnologie, sarà l’abilità recitativa di Santamaria e di Glen a ripagarci quantomeno il prezzo del biglietto al cinema. Perchè tutto il resto è sicuramente insufficiente. Anche la fotografia non è all’altezza e mai riesce a sfruttare a pieno la scelta sicuramente naturalmente affascinante di una città come Praga. E raccontare la gelosia degli uomini attraverso l’ utilizzo smodato delle videocamere e dei videocellulari finisce per essere così finto da non invitare a pensare che certe cose nella realtà potrebbero davvero verificarsi. La scelta poi di doppiare il film (peraltro male) e far recitare i due attori italiani non nella loro lingua originale distrae non poco dal cogliere le emozioni reali dei personaggi. Santamaria come può cerca di compensare con la sua espressività tutte queste errate scelte ed è l’unico a uscire indenne da questa baruffa di gelosie un pò artefatta (se non altro anche con la bella interpretazione di Don’t leave me cold). D’altra parte si sa: la gelosia quando è eccessiva rischia di rovinare tutto quello che di buono c’era alle basi.

( Sono o non sono la più bella del reame? Ammirate le mie nudità!)
( Riuscirò a salvarmi almeno io dalla gelosia e uscire indenne
da questo film?)

Pubblicato su Cineocchio

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– La Verità è che non gli piaci abbastanza – 2009 – ♥ –

di

Ken Kwapis

Quando si parla d’amore il rischio sono proprio i luoghi comuni. E quando un film ne tratta così tanti allora si è proprio portati a pensare di come non ci sia proprio bisogno di un film del genere quando già ne sono stati fatti a tonnellate. E se poi si aggiunge che dopo la prima mezz’ ora si intuisce già l’ “happy ending” allora ecco si è già detto tutto su questo filmetto in salsa hollywoodiana che sfoggia un cast fatto di attori ormai più o meno esperti del genere. Ed ecco allora che chiacchiere si intrecciano tra sposati, single e non  in un atmosfera frizzante quanto scontata e prolissa. Attraverso 129 lunghissimi  minuti (quasi quanto la lunghezza del titolo italiano) una sceneggiatura, già più volte trattata in “must” del genere come lo show tv Sex and the city, ci tartassa con le angosce, le paure e le attese di alcune donne tutte in diversi modi bisognose d’amore. C’è chi è single e in preda alle paranoie dei significati delle chiamate o non dei mille uomini  con cui esce ( per poi finire con l’amico consigliere d’amore) o chi (Jennifer Aniston) è così determinata a farsi sposare dall’ uomo con il quale è stata sette anni ( Ben Affleck) che è disposta anche a lasciarlo per poi come è inevitabile ricevere le suppliche di quest’ultimo che ritornerà da lei proprio per condurla all’altare. Ma non finisce qui perchè c’è anche la moglie tradita dal marito ( Jennifer Connelly) che scappa con la bellissima Scarlett Johansson e che prima fa la vittima e alla fine la donna emancipata. Insomma una serie di storie già sentite e tutte al femminile che tendono a mostrare un’ immagine diversa e insolita delle donne ma finiscono per regalarne una forse troppo in voga nelle donne (forse più quelle americane) di  oggi. Il film è suddiviso in sottoparagrafi che tendono a voler spiegare le ragioni che ci sono dietro ad un comportamento di un uomo nei confronti di una donna, ma che finiscono per inscatolare queste risposte in soluzioni spicciole e scontate. Unica nota positiva del film è il cast che come ho anche detto prima, essendo avvezzo a ruoli del genere, non si trova in difficoltà a condurre lo spettatore attraverso le paranoie delle donne. Forse fin troppe. Come se ci fosse solo il pensiero fisso di aver bisogno di un uomo nella loro testa. Per fortuna non è così e le donne in realtà sono molto più forti di quello che questo film vuole farci vedere anche nascosto dietro un lieto fine che vuole parlarci d’amore.

( Ti prego sposami, sposami o.... ecco ti mollo!!!)
( Sai che ti dico?? Io tradisco la mi moglie con la biondona!! Tiè!)

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Stagno incantato tratto da:

 

La Tigre e la Neve  Italia  (2005)

Cast
Roberto Benigni, Nicoletta Braschi, Jean Reno, Gianfranco Varetto, Tom Waits, Emilia Fox
Sceneggiatura
Roberto Benigni, Vincenzo Cerami
Durata
‘118
Genere
Drammatico
Regia
Roberto Benigni
Musica 
Gabor Lesko 

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– Cenci in Cina – 2009 – ♥♥ e 1\2 –

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Marco Limberti

Esce stasera nelle sale italiane il film di cui hanno parlato addirittura in prima pagina quotidiani come Il Sole 24ore, che non è proprio specializzato in cinema. Si parla di crisi economica, di Cina, di Prato. Tutti argomenti molto più attuali oggi che dicembre 2007, ossia quando vennero ultimate le riprese. Prodotto dalla Bellosguardo, casa di produzione made in Prato, composta dai più influenti rappresentanti dell’Unione Industriali, cerca di ridare lustro ai successi di Francesco Nuti (pratese doc, o meglio di Narnali), che negli anni 80 dettero un certo risalto a questa cittadina che ancora era in provincia di Firenze. Un film totalmente toscano dalla produzione alla distribuzione sempre a spese della Bellosguardo, anche se inizialmente doveva essere curata dalla DNC, poi fallita come capita a tutto o quasi il cinema non-romano-milanese post Cecchi Gori- Rita Rusic. Regia affidata a Marco Limberti, pratese, alla primo lungometraggio dopo un’esperienza ventennale come aiuto-regia a Nuti (“Caruso Pascoski di padre polacco”), Pieraccioni (“Il Ciclone”) e Ceccherini tra gli altri, e regista delle prime due stagioni di “Love Bugs”. Una delle troupe più giovani con una media di 30anni. Per molti un’occasione di debuttare sul grande schermo in un progetto davvero interessante e coinvolgente. Due imprenditori tessili pratesi Giachetti (Francesco Ciampi, prima volta da protagonista) e Pelagatti (Alessandro Paci), caratterialmente diversi tra loro, risentono della crisi del loro settore e rischiano il fallimento. Cercheranno nel loro passato le risorse per risollevarsi, ma le troveranno nel presente da un’imprenditrice cinese molto abile Maggie Li (Man Lo, in Italia conosciuta nel Grande Fratello di qualche anno fa, ma come regista in madrepatria). Adesso arrivano le dolenti note di cui per non vederle dovremmo avere 90 strati di prosciutto negli occhi: il film soffre inevitabilmente di buchi di sceneggiatura non proprio trascurabili (perchè la Signora Li da imprenditrice senza scrupoli passa in poche scene a geisha, sarà per il potere della bistecca alla fiorentina?) e di sketch palesemente televisivi scollegati con il plot della commedia, ma rispetto alla media nazionale direi che i competitor del momento Oldoini & C., sono ampiamente battuti. Tra pellicola, steadycam e spese vive è costato intorno al milione di euro, direi che il paragone con gli altri non regge proprio. Ottime le scene in costume, curate dall’eclettico Franco Casaglieri, anche attore. Da segnalare Emanuela Mascherini, che interpreta un piccolo ruolo, ma di cui sentiremo presto parlare. Per i non toscani i cenci sono gli stracci per pulire o anche le pezze di stoffa. Di sicuro non un capolavoro, ma a questi livelli si può parlare di miracolo produttivo. ( Si ringrazia lo studio fotografico MoggieTani di Prato per le foto a seguire)

Emanuela Mascherini

(Emanuela Mascherini un'attrice di cui sentiremo presto parlare!!!)
Paci-Ceccherini
(La coppia storica Paci- Ceccherini si ricompone 
con l'innesto di Francesco Ciampi, l'uomo nuovo)

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– The International – 2009 – ♥ –

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Tom Tykwer

Cosa si rischia quando si riempie un film di numerose location, di un intrigo internationale e di troppi inseguimenti e sparatorie? Un flop assicurato. E’ quello che succede a The international. L’ultimo film dell’ abile regista Tom Tykwer che sicuramente in passato ha dato prova di saper fare di meglio. Il film che ha come protagonista un Clive Owen agente dell’ Interpol con l’istinto da supereroe vorrebbe imitare i ritmi d’azione di film come quelli della saga di Bourne ma finisce solamente per offrirci quattro location (Berlino, Milano, New York e Istanbul) e un plot prevedibile con lo scopo però non riuscito di essere intricato. Il personaggio interpretato da Owen si lascia dietro morti in ogni metropoli dove mette piede, tentando di sventare i loschi piani di affari di una Banca del Lussemburgo che sembra avere le mani in pasta dappertutto e sopratutto essere onnipresente. The International presenta inoltre un immagine italiana pessima nella quale i nostri carabinieri se non sono corrotti non godono di un ottima “intelligence” di sicurezza. Un Italia che ha un imprenditore italiano ( Luca Barbareschi) che ricorda Berlusconi e che si candida a presidente del Consiglio ma che viene misteriosamente assassinato in stile John Fitzgerald Kennedy. Quasi comica ed eccessivamente prolissa la scena girata al Guggenheim di New York praticamente distrutto da una sparatoria infinita che miete vittime solo nelle file degli avversari di Owen (perchè ovviamente Clive  è il nostro eroe immortale!!). Peccato perchè la regia di Tykwer ha dato spesso esempi di straordinarie capacità e vederla relegata da una sceneggiatura così ridicola ci fa rimpiangere film come La principessa + il guerriero o Lola Corre sicuramente più riusciti. Sprecata anche l’interpretazione di Naomi Watts, relegata a fare la compagna di avventure di Owen, e  congedata da lui stesso non appena i pericoli diventano numerosi e  “roba per duri supereroi”. Mi dispiace Naomi ma questo film è di Clive e tu devi uscire di scena. Che peccato!

( Io Owen supereroe salvero il mondo dai bimbominkia e dai corrotti)
( Fai il ganzo sbirro tanto muori tu mica io?? Io sò Clive!!)

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– Religiolus – 2009 – ♥♥♥♥ –

di

Larry Charles

La religione passando per i suoi numerosi credi finisce per avere come unico intento quello di instillare false credenze che portano l’uomo all’autosuggestione e spesso a credere a ridicoli avvenimenti che con l’uso della ragione non avrebbero ragion d’ essere. E’ un pò quello che Bill Maher, noto comico americano, sembra voler sintetizzare in questo interessante documentario sulle religioni. O forse sarebbe meglio dire sulle patologie neurologiche che le religioni nel mondo provocano nei loro seguaci. Ed è proprio il titolo del film (crasi tra religion e ridicolous) a voler subito farci capire l’intento del film. Attraverso interviste di esponenti del mondo religioso (cristiano, ebraico e musulmano) ci guida attraverso i paradossi delle credenze religiose. Maher attraverso un’ ironia esilarante mette in difficoltà ognuno di loro (e ci riesce!) strappando un sorriso a qualunque spettatore, che sia egli ateo come lo showman o credente ma con ancora un briciolo di materia grigia in testa. Passando da vere e proprie sette come Scientology o i Mormoni arriva anche in Vaticano a Roma dove viene sbattuto fuori in maniera poco ortodossa. Si accontenta di intervistare un prete inglese in visita a s. Pietro che egli stesso espone la propria incredulità in merito agli sfarzi e ai lussi che il vaticano espone e che sono ben in contraddizione con quanto scritto nella Bibbia. Ed è agghiacciante venire a conoscenza della superstizione religiosa in Italia attraverso un sondaggioche mette solo al sesto posto le preghiere rivolte a Gesù ( fondatore della religione cristiana) in paragone a quelle rivolte ai vari santi o idoli. Aiutato da un collage di film che fanno da intermezzi di montaggio alle varie interviste o riflessioni di Maher Religiolus con gusto riesce a far riflettere e ridere al tempo stesso. Un film che mette in discussione le credenze religiose fin dalle loro fondamenta, portando a far pensare sulla anche scarsa originalità della vita dei fondatori delle varie religioni (porta ad esempio la storia di Gesù e le sue indubbie somiglianze con uno degli dei degli antichi egizi). Tutto fino al più preoccupante argomento conclusivo finale dell’apocalisse, era nella quale secondo i credenti dovrebbe avvenire la fine del mondo, e che come conseguenza porta appunto quest’ultimi a non curarsi di questa stessa terra (magari inquinandola o deturpandola) in prospettiva dell’ “assurda” credenza apocalittica. Religiolus non si preoccupa degli incassi (utilizza una fotografia sporca e realistica) ma vuole soltanto invitare a far riflettere coloro i quali non sono ancora “ammalati” di religione alla sua potenziale pericolosità espressa che fa del “non pensiero” una virtù e che lo illude ad avere risposte che non ha. Tutto questo sfruttando le debolezze  dell’essere umano inconsapevole dei grossi poteri che la mente e l’autosuggestione ha su tutti noi. Da non perdere per ogni agnostico o ateo che vuole solo farsi quattro risate. Da non perdere per ogni credente che vuole riflettere e comprendere che è il dubbio la nostra unica salvezza.

( Bill Maher cacciato da S. Pietro 
si accontenta di restare nel suo piazzale)
(Maher espone anche le contraddizione in atto a Gerusalemme)

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– La Signora della Porta Accanto – 1981 – ♥♥♥♥ –

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François Truffaut

Non c’è limite all’infelicità umana di quando un amore non permette di vivere nè con la persona amata nè senza di essa. E quando sono due persone apparentemente semplici a farci riflettere sulla potenza dell’amore e sulla sua possibilità a diventare facilmente ossessione, tutto potrebbe finire in tragedia.  E la casualità di un incontro può essere fatale. Bernard (Gerard Depardieu) e Mathilde (Fanny Ardant) dopo essersi amati da giovani in maniera turbolenta, per caso si ritrovano a condividere il vicinato a Grenoble quando lui è sposato con un altra e ha già un bambino. E se all’inizio tentano di evitarsi la loro fiamma che sembrava essere spenta sotto la cenere degli anni prende nuovamente vita in maniera passionale costringendo i due ad un rapporto clandestino da amanti in una camera di albergo. L’ infelice ma passionale storia dei due ci viene raccontata dalla voce di una loro amica, proprietaria di un noto circolo di Tennis di Grenoble, che è un pò il punto d’incontro di tutti i cittadini medio borghesi della cittadina francese. La stessa narratrice, come Mathilde, ha sofferto in passato per un amore irrequieto che la ha costretta a gettarsi da un palazzo ma alla quale è miracolosamente sopravvissuta. E tutto questo suona subito come una tragedia annunciata. E lo stesso club di tennis da lei gestito diventa un metaforico sfondo alla relazione di Bernard e Mathilde. Due giocatori che come pallina hanno le loro stesse emozioni che si lanciano contro , quasi a voler spiazzare l’altro, come fosse una lotta a chi riuscisse per primo a liberarsi del pesante fardello dei sentimenti passati. La passione è vista da Truffaut come un’ inevitabile peso che quando esploso è difficile da tenere a freno, quasi come una malattia che affligge l’essere fino a quando in qualche modo non si riesce a liberarsene. Ed è anche vista come quella forza che mette a rischio la normalità borghese di una famiglia. Emblema ne è la scena in cui Bernard non riesce a tenere a freno la sua passione nel bel mezzo di un barbecue con il vicinato e si scaglia, quasi come un cacciatore nei confronti di una preda, verso Mathilda con l’intento di baciarla. E sarà proprio questa “rude” passione  fra i due che sembrerà predominare  alla fine. Sull’uscio di una casa ormai disabitata,  con due colpi sordi di pistola e un fugace e non trattenuto amplesso amoroso come ultimo testamento di due vite dominate dall’istinto della passione.

fanny et gerard

(Bernard e Mathilde durante uno dei loro fugaci incontri)
truffardant
( Truffaut dirige la Ardant)

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