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Archive for febbraio 2009

– Un Matrimonio all’ Inglese – 2009 – ♥♥♥ e 1\2 – 

di

Stephan Elliot

Vi siete stufati delle solite commedie di lana grossa e logora e nel vostro cinema non proiettano i films dei Monty Python da anni? Allora ecco l’occasione di gustare una english comedy dal retrogusto torbato di whisky australiano come il regista Stephan Elliott. Dopo quasi nove anni dal suo ultimo lungometraggio The Eye complici disgrazie fisiche e flop, il regista di Priscilla, la regina del deserto torna alla ribalta mondiale scrivendo una sceneggiatura a quattro mani con Sheridan Jobbins, da un soggetto di Neil Coward, che aveva già trovato la via del cinema nel 1928 con un film muto Virtù facile diretto da niente meno che da Alfred Hitchcock. Non mi dilungherò sul confronto perché difficilmente si trovano film così differenti. Siamo nell’Inghilterra del primo dopoguerra che voleva tornare a sorridere dell’effimero e ad innamorarsi senza se e senza ma. Due ragazzi s’incontrano e si sposano in un batter di ciglia, ma non hanno fatto i conti con la famiglia di lui, ormai governata da un plumbeo matriarcato vista la depressione postbellica del padre, un Colin Firth votato al manierismo di se stesso. Il confronto tra la bigotta risacca di una nobiltà in declino della madre e la spavalda ignoranza yankee fatta di orgoglio e buoni sentimenti della ragazza sarà il tormentone del film, oliato alla perfezione da dialoghi ficcanti e sottilmente spassosi. Le figure maschili sono relegate a timidi sparring partner, seppur viene concessa nel finale un’ininfluente reazione d’orgoglio. Questo è uno dei motivi che mi hanno spinto al paragone con Johnny Guitar di Nicholas Ray anno di grazia 1954. Per primo disse al mondo che anche le donne potevano essere protagoniste di un western, un genere inflazionato dalla presenza maschile. Allora Joan Crawford aderì magistralmente al ruolo di Vienna, una donna pronta a tutto pur di difendere il suo saloon, come avrebbe fatto né più né meno un esperto cowboy. Nessuna delle due mattatrici di Easy Virtue (storpiato dai distributori italiani con Matrimonio all’inglese, credendo forse di resuscitare De Sica) imbraccia fucili con toni stentorei, ma si spartiscono equamente le caratteristiche di Vienna/Joan Crawford. Interpretata da una Kristin Scott Thomas scafata e nella piena maturità professionale, la madre senza fronzoli estetici e morali e poderosa nelle invettive. Dall’altro lato della barricata , l’outsider Jessica Biel, finalmente senza le vesti di figlia ribelle di reverendo o di vittima ginnica, dà corpo alla vedova/sposa che si fa forte della sua conturbante femminilità e sfodera il coraggio e la generosità recitativa di una veterana. Scandalosamente (ma oramai ci abbiamo fatto il callo), l’Academy Awards non lo ha degnato neanche di una nomination per le parti tecniche, quali scenografia e costumi in grado di catapultare con merito lo spettatore nel contesto storico di un’Inghilterra a metà tra curiosità artistica (vedi le diverse ale tematiche del castello dei Whittaker) e restaurazione stilistica (vedi la stanza da letto dei novelli sposi). L’unico difetto, ma tra qualche anno verrà tramutato in pregio, l’inserimento di scene d’azione come la tradizionale caccia alla volpe, rivisitata con Jessica Biel in motocicletta al ritmo di Sex bomb di Tom Jones. Nell’economia del film direi che possa considerarsi un peccatuccio veniale, dato che potrebbe celarsi dietro mentite spoglie una parodia queer dei costumi britannici. Consigliato a tutte le ore del giorno, soprattutto quando la lancetta delle vostre energie indica la riserva da qualche giorno.

( La vecchia Inghilterra avvista il nemico)
(...la nuova eccentrica yankee ricambia il saluto)
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– L’ Onda – 2009 – ♥♥♥♥ –

di

Dennis Gansel

Tutto parte da una semplicissima domanda a volte, lanciata quasi come fosse una sfida e da quel momento in poi tornare indietro diviene difficile, quasi impossibile perchè “il dado è tratto”.  L’ Onda nasce dalla domanda se sia possibile una dittatura in Germania anche ai nostri tempi, posta ai suoi allievi dal professore Reiner Wenger. La risposta da parte dei suoi alunni è perentoria e nega che questo sia possibile a causa delle conseguenze storiche che in passato la Germania ha dimostrato con il Terzo Reich. Ma il professore non ne sarà così sicuro, così proporrà un’ esperimento ai giovani e cioè quello di fingersi Kaiser per tutta la durata del suo corso sull’autocrazia e obbligare prima di parlare ogni alunno ad alzarsi in piedi. Ma da questo momento in poi la situazione progressivamente degenererà nei ragazzi, che presi dall’entusiasmo ben presto faranno dell’esperimento un vero e proprio movimento chiamato Onda. L’Onda offre interessantissimi spunti di riflessione sull’influenza nei giovani dell’istruzione scolastica e sul valore educativo, ma in costante rischio manipolativo, che la figura del professore potenzialmente abbia sui propri allievi.  Inoltre è uno specchio della superficialità che investe la società moderna fatta di consumismo, false promesse o aspettative sul futuro. Ed è proprio quello che i giovani aderenti all’ Onda vivono nel loro privato, questa estrema insoddisfazione verso la società e nei confronti del loro ambiente familiare costituito  da figure genitoriali che si contraddistinguono per i loro eccessi di permissivismo o al contrario di opposizione. Ed è questo senso di frustrazione che si fa strada, prima nello stesso professor Wenger, che si è visto strapparsi il corso di anarchia a cui tanto teneva da un suo collega,  e in seguito dai ragazzi dalle camicie bianche ( è questa l’uniforme che contraddistinguerà gli appartenenti al Movimento dell’Onda). Fattore determinante e attrattivo del movimento sarà quello che vedrà i giovani protagonisti del film, insoddisfatti dai valori democratici ma superficiali , sentirsi rassicurati dal senso di identità che il gruppo rappresenterà per loro. Quello stesso senso di appartenenza che ben presto li porterà a omologarsi e a far della disciplina un vessillo che potrà autorizzarli anche a perseguitare i nemici del loro sistema. Molto spesso utili le riprese a mano di cui Gansel si avvale per far entrare lo spettatore nel senso di inquietudine che contraddistingue i protagonisti che sotto l’apparente maschera di unità e forza nascondono profonde insoddisfazioni che li porteranno ben presto alla tragedia. Sette giorni dicono che ci siano voluti per costruire la nostra terra. Altrettanti sette sembra, secondo questo film, ce ne vogliano per distruggerlo attraverso la manipolazione e la forza che il totalitarismo dell’autocrazia può provocare nelle menti di molta della popolazione insoddisfatta dei nostri tempi.

( Wenger introduce l'esperimento sull' autocrazia)
( ...ma il tutto volgerà verso un tragico epilogo)

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– Eagle Eye – 2009 – ♥ –

di

D. J. Caruso

Questo film è stato commissionato da Shia LaBeouf per farsi pubblicità con schiere di ragazzine in preda a crisi ormonali o non può essere altrimenti! A volte mi chiedo come il massimo dell’imprevedibilità di un certo tipo di cinema americano possa ridursi all’incertezza su quando avverrà la prossima esplosione o la prossima scena di scontri tra auto. D. J. Caruso prendendo ispirazione dalla situazione ad alto rischio terroristico mondiale e dalla sempre più attiva presenza della tecnologia nella nostra società crea questo thriller fantascientifico che ben poco ha di originale e spesso cade in una sceneggiatura che rasenta l’inverosimile. Come protagonista sfrutta l’idolo delle teenager Shia LeBeouf. Facendolo cadere vittima di una macchina altamente tecnologica usata dal governo americano per controllare e difendersi da ogni eventuale attacco (ARIA), lo coinvolge in esplosioni degne del migliore dei film della saga di Die hard e gli mette accanto un’ altra malcapitata, reclutata anch’essa dalla macchina che risponderà al nome di “femmina” (è così testualmente che ARIA la chiamerà). Per la prima mezz’ora del film, sarà perchè ben poco si sa di quello che sta accadendo ai due sfortunati prescelti o sopratutto perchè il tutto si mantiene in un contesto credibile anche se misterioso, il film riesce a tenere incollati allo schermo. Ma ecco che non appena si inizia a capire e quando le prime esplosioni o assurdità iniziano a compiersi il film diventa solamente un puro sfogo del regista nello sbizzarrirsi di effetti speciali e azione senza però un preciso scopo. Non poche da quel momento in poi sono le scene e le morti che hanno dell’assurdo e anche del ridicolo (una tra tutte la morte di un povero iraniano che correndo viene colpito in pieno da due fili ad alta tensione che fortuitamente si staccano da altrettanti due tralicci di corrente). Il tutto poi capitola definitivamente quando vediamo correre  tra uno stuolo di auto nel traffico, ai fini di sventare un’ esplosione, il protagonista LeBeouf fermandosi a chiedere informazioni sulla biblioteca del congresso. E come se tutto questo non bastasse a convincerci ad alzarci dalla poltrona ed abbandonare la visione di questo film, il regista ci delude ancora una volta nel finale regalandoci una conclusione colma di eroismo tipicamente americano mista anche a un assurdo “happy ending”. Mi chiedo come possa essere possibile che questo film sia inizialmente stato un progetto di Steven Spielberg (rimasto poi soltanto il produttore) che un tempo era così abile a creare dei piccoli gioielli cinematografici. Insomma Eagle Eye solo un susseguirsi di incidenti e effetti speciali, di una trama che ha del già visto e di un LeBeouf che si atteggia a ometto con una barba incolta e preoccupandosi a fare il rubacuori con “la femmina” quando tutto intorno a lui sta esplodendo.

(...Scusi La Biblioteca del congresso)
(Secondo il manuale degli effetti speciali 
tu devi farti esplodere laggiù...)

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– Il Matrimonio di Lorna – 2008 – ♥♥♥♥♥ –

di

Jean-Pierre & Luc Dardenne

Raramente un film riesce a fondere così bene argomenti di attualità, sentimenti e moralità con quello che dovrebbe essere prerogativa di ogni essere umano: la voglia di vivere. Lorna, la protagonista del capolavoro dei fratelli Dardenne, è una giovane albanese che per ottenere la cittadinanza belga si è fidata di un tassista di origini italiane che le ha combinato un matrimonio con un giovane belga tossicodipendente, Claudy. Quello che Claudy non sa è che l’astuto tassista sta tramando alle sue spalle per farlo uccidere,simulando un overdose, ai fini di far risposare Lorna con un russo, anch’egli in cerca di cittadinanza belga. E’ proprio dal piano di Fabio,il tassista, che non è condiviso in pieno da Lorna che inizia la scoperta dei sentimenti della giovane albanese. Attraverso delle riprese a mano , che sempre hanno contraddistinto il cinema dei due fratelli registi francesi ma che in questo film sono saggiamente intervallate con riprese più larghe che includono più personaggi, seguiamo gli stati d’animo della protagonista quasi come a inseguirla in maniera costante come in una sua personale via Crucis di dolore.  E al centro di tutti questi scambi è costantemente presente il potere rappresentativo che in quel mondo di malavita rappresentano i soldi. Quasi come se i soldi potessero pagare non solo la vita ma anche i sentimenti delle persone, ci vengono sempre sbattuti in questo film davanti gli occhi e ne diventano l’efficace contrasto ai sentimenti di Lorna, che ne diventa invece pian piano sempre meno succube. Strepitoso è il realismo che spicca nella manifestazione dei conflitti interiori di Lorna e dei suoi sensi di colpa nei confronti della morte di Claudy. Come  superba è l’interpretazione della giovane attrice Arta Dobroshi nel mostrare la sua privatissima guerra “fredda” contro tutti e nella difesa di quell’ istante d’amore che solo Claudy ha saputo donarle. E allora, quasi come una sua redenzione personale, nell’iniziale insensibilità e avidità di Lorna si troverà sempre di più la speranza del cambiamento che la condurrà ad un finale concreto ma questa volta spinto da un desiderio di umanità. Un percorso, quello di Lorna , quasi spirituale (anche se laico) che la porterà alla pace con se stessa , all’assoluzione personale delle sue colpe e alla nascita di un seme di speranza nella sua vita. Vince la migliore sceneggiatura a Cannes perchè oltre che alla ben nota perfetta regia questo film gode di ottimi dialoghi e di una storia ben dosata in ogni sua sfaccettatura. 

(La iniziale insensibilità di Lorna nei confronti
dei problemi di astinenza di Claudy)
( Il russo contratta per lei con il tassista Fabio)

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– Venerdì 13 – 2009 – ♥♥ –

di

Marcus Nispel

Dopo il fortuito remake di Non aprite quella porta Marcus Nispel si affaccia nuovamente al cinema con un altro remake. Il risultato è un Venerdì 13 in chiave moderna con qualche nuova chicca ma in definitiva non il teen horror di culto che aveva contraddistinto il vecchio film del 1980. E come richiesto dalla migliore delle trame dei teen movie gli ingredienti sono dei ragazzi un pò sprovveduti e sesso-dipendenti e delle ingenue ma procaci ragazze sicuramente tirate fuori da qualche raduno di pon pon girls liceali. Il peccato è che per i veri fan di Jason poteva sicuramente andar bene questa rivisitazione in chiave tecnologico-moderna del film ma non a tal punto da stravolgere anche i modi di uccidere le proprie vittime designate. Si perchè vederlo tirare con l’arco e centrare la testa di un malcapitato ragazzotto in preda alle convulsioni ormonali quasi come fosse il migliore dei Robin Hood della storia del cinema è abbastanza ridicolo. Anche gli stessi ragazzotti che fanno da carne da macello al vecchio Jason sembrano essere interessati solo ad una gara di competizione a chi prima raggiunga l’orgasmo e per nulla a difendersi dal loro persecutore. Per il resto è sufficiente la capacità di Nispel nel saper tenere i ritmi di suspence e horror, come anche è soddisfacenta la ricreazione della location di Cristal lake. E quando sceglie, attraverso l’ausilio di riprese con telecamera a mano, di intrufolarsi nel bosco per inseguire una malcapitata allora visivamente mi ricompensa nell’ aver scelto di vedere questo remake. Tra gli attori non sfigura solamente Jared Padalecki, già avvezzo al genere horror attraverso la serie tv dello stesso genere Supernatural della quale è uno dei due protagonisti. In definitiva ottime le tempistiche del film che quantomeno permettono di definirlo un horror, ma la scelta di rendere Jason, che poi è il vero protagonista della serie culto anni ’80, non uno zombie assassino ma quasi un supereroe onnipresente e infallibile sia fisicamente che strategicamente non mi ha convinto più di tanto. Una risicata sufficienza per il coraggio di risvegliarne il ricordo a tutti gli appassionati del genere, che avrebbe potuto sperare in qualcosa di meglio se avesse lasciato intatta l’immagine retrò del vecchio Jason.

(Jason trascina via con sè una malcapitata come un fagotto)
(Jason tenta di fargliela a Jared)

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– Wall-e – 2008 – ♥♥♥♥♥ –

di

Andrew Stanton

Che cosa succederebbe se la terra fosse sommersa dai rifiuti che noi stessi umani non riusciamo a smaltire? O cosa succederebbe se diventassimo vittime della nostra stessa tecnologia così tanto da perdere il gusto stesso della vita? No non è un pensiero tanto distante dalla realtà che viviamo, ma forse è proprio per questo che ci fa bene rinfrescarci la memoria, e farlo sopratutto con le nuove generazioni, attraverso questo gioiello della Pixar e dello stesso regista del già capolavoro Alla ricerca di Nemo.  Wall-e è la storia di un piccolo robottino spazzino che è stato dimenticato acceso nella terra dopo che quest’ultima è stata completamente abbandonata dagli umani perchè ritenuta invivibile in conseguenza al devastante effetto dei rifiuti e dell’inquinamento che ha costretto gli esseri umani ad esiliare e vivere in una mega nave spaziale nello spazio. In pratica uno scenario apocalittico che porta alla memoria l’attuale presente. Wall-e è costretto nella solitudine della sua routine giornaliera a schiacciare e ammonticchiare i rifiuti terrestri  fino a crearne una vera e propria città fatta di altissimi palazzi spazzatura. Ma Wall-e ha un cuore che durante il suo “lavoro” lo porta a selezionare i rifiuti e a fare tesoro di quelle cose semplici che hanno per secoli contraddistinto le “piccole cose” umane. Così le collezione nella sua sorta di rifugio fino a quando un giorno Eve entrerà nella sua vita. Eve è una robottina ultratecnologica e moderna utilizzata come sonda spaziale dagli umani residenti nello spazio per ricercare la possibilità di nascita di nuove forme di vita sulla terra. Da quel momento, come recita saggiamente il motto della locandina americana, Wall-e smettera di fare quello per cui è stato creato e scoprirà il significato vero della sua esistenza. Ed è appunto racchiusa in questo motto la morale di questo capolavoro della Pixar che vuole essere un inno ad abbandonare la superficialità e il materialismo che il mondo spesso oggi ci obbliga a seguire per riappropiarci della semplicità del vivere e delle bellezze della nostra terra (come le gli alberi,i nostri simili e le piante…ma non quelle di pizza!). Wall-e è anche uno specchio disastroso di quello che potrebbe diventare il futuro del genere umano ormai sempre più preda e vittima del marketing pubblicitario o dalle strategie televisive, che nel film lo hanno lobotomizzato ormai a tal punto da non riuscire più a vedere con i propri occhi (e il proprio cervello) ciò che si trova a 2 cm dai loro occhi, preferendo invece di seguire ciecamente ciò che gli sponsor meccanici propongono. Ed è allora un paradosso straordinariamente poetico quello che esprime  questo film nel mostrarci due robottini capaci di amarsi a tal punto da innescare negli umani il desiderio di ribellarsi a quelle assurde politiche per riconquistare il loro “semplice” diritto a vivere e non semplicemente a sopravvivere. Un inno al coraggio , ai sogni , alla vita e sopratutto all’amore che spesso nel robottino Wall-e mi ha fatto ricordare il Chaplin di Tempi Moderni.

 

( Wall-e innamorato)
(Sullo sfondo una delle macchine che dominano la vita degli
uomini ormai obesi e in primo piano la robottina Eve)

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– Lasciami Entrare – 2009 – ♥♥♥♥ –

di

Tomas Alfredson

Inizierei a parlare di questo film parlando delle uniche due scene che hanno impedito a questo film svedese, sicuramente ben diretto, di non aggiudicarsi il pieno delle mie preferenze. E sono le due scene che a tutti i costi vorrebbero farne, di questo film, un horror “grandguignolesco” che non è. Un’ insopportabile, quanto inspiegabile scena di un’ orda di gattini (peraltro computerizzati) che attacca una donna infettata dal morso vampiresco è sicuramente il neo principale che infetta la purezza registica e narrativa di questo film. La seconda è la scena finale dentro la piscina , che tra teste e bracci mozzati fa dimenticare quanto di bello prima avevamo visto.  Ma dimenticandomi di tutto questo sono voluto andare oltre e fermarmi a guardare i tanti (e ci sono!) aspetti veramente ottimi di questo film. La prima che sicuramente fa difficoltà a passare inosservata è la location, che aiutata da una fotografia sempre ottima fatta di colori cupi e sfocature, inquieta già solo ad una prima vista. E i palazzoni periferici della cittadina svedese diventano anch’essi protagonisti della solitudine e del disagio che i personaggi di Lasciami entrare vivono, sopratutto al calar del sole. La scelta registica di riprendere tutto ponendo la macchina da presa a volte dieto un ramo o un tronco fa si che lo spettatore sia sempre maggiormente coinvolto nei fatti e in preda anch’egli di quella solitudine che avvolge i protagonisti Oskar ed Eli. Oskar è un dodicenne , appena entrato nella sua personale adolescenza che lo porta a fantasticare e  a dialogare da solo chiudendosi in se stesso, che vive in un anonimo palazzone immerso nella neve. A scuola è vittima del bullismo dei suoi coetanei che lo deridono come fosse una femminuccia e che di conseguenza fanno si che viva una situazione adolescenziale solitaria. Ed è appunto durante una serata solitaria che incontra Eli, all’apparenza una sua coetanea in realtà una asessuata vampira . Eli vive nell’appartamento accanto ad Oskar con quello che agli occhi di tutti sembra essere il padre , ma che risulta essere il suo servo fedele che la notte per lei cerca, anche se vanamente, di procurare il sangue-nutrimento. Tra i due nasce subito un’ amicizia purissima, che in seguito diventa un casto amore fatto di propri linguaggi (codice Morse) e di complicità che conduce man mano Eli e Oskar a sentirsi compagni della loro diversa ma comune solitudine. E il sangue stesso visto come nutrimento per Eli diventa quasi come un rimedio pronto a lavare tutte le piaghe sociali di emarginazione che i due protagonisti vivono. Straordinaria è l’ attenta caratterizzazione psicologica dei due bambini che nei loro sguardi, grazie anche alla regia che tende spesso a mostrarci primi piani, mostrano sempre questa sofferenza sociale data dalla loro costante volontà di voler vivere le loro emozioni con libertà e senza emarginazione. In definitiva Alfredson attraverso la sua macchina da presa ci “lascia entrare” scrupolosamente nel mondo della scoperta adolescenziale, ponendosi contro la violenza gratuita (bullismo) , contro il sesso visto come solo piacere e a favore invece delle diversità e dell’ amicizia. Peccato per quelle due scelte a mio avviso antiestetiche, lo hanno bloccato dalla possibilità di eccellere.

(Bisogna invitare ad entrare un vampiro...)
( La scoperta della sessualità...)

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