Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for gennaio 2009

– Revolutionary Road – 2009 – ♥♥♥♥♥ –

di

Sam Mendes

Dodici anni fa due giovani Leonardo Di Caprio e Kate Winslet erano per la prima volta insieme nel pluripremiato Titanic. Dieci anni fa Sam Mendes usciva nelle sale con il suo discusso American Beauty che tanto ci parlava delle insoddisfazioni che stanno dietro la società americana. Oggi ci ha regalato Revolutionary road. Un film che ci pone dinnanzi le stesse argomentazioni del precedente film ma arricchito da una straordinaria prova recitativa di due maturi e ormai navigati attori: Di Caprio e Winslet. E se come ho scritto in un precedente post il mio personale Oscar 2009 femminile lo dò a Anne Hathaway, quello maschile non posso che darlo a lui , a Leonardo Di Caprio. Per la sua maturità recitativa con il quale è riuscito, ormai del tutto, a uscire dal suo ruolo di eterno bello di Hollywood per diventare un attore ormai pronto a qualsiasi interpretazione. In Revolutionary Road è Frank Wheeler un giovane anticonformista della middle class che sposa April (Kate Winslet) rinunciando pian piano a tutti i suoi sogni personali per il sogno “americano” (anche se ormai non solo appartenente a quella nazione) di una famiglia benestante, felice e colta che risiede in una tipica villetta americana situata in un qualsiasi sobborgo di una grande città (in questo caso di New York). I Wheeler ben presto diventano una coppia stimata da tutto il vicinato e ne offrono un perfetto quadro di quella che era l’America negli anni ’50, piena di praticelli curati e sorridenti famiglie. Ma tutto questo è solo l’apparenza, un’apparenza sociale. In realtà Frank è insoddisfatto del suo lavoro d’ufficio nonchè della sua scontata quanto noiosa vita di coppia che lo costringe a fugaci tradimenti con colleghe di lavoro. Mentre April si ritrova orfana dei propri sogni di attrice , depredata di tutte quelle passioni che nel tempo non è mai riuscita a vedere soddisfatte come avrebbe sperato. Riguardando delle vecchie foto le si illumina come una lampadina e nello sguardo felice di Frank in una di quelle fotografie a Parigi intravede una possibilità di nuova speranza per lei , per suo marito Frank e per tutta la famiglia. La fuga a Parigi, la possibilità di una nuova vita e di sperare in un nuovo futuro che permetta ad entrambi di seguire i propri sogni lasciati sopiti dalla vita di coppia. Inizialmente Frank la appoggia ma non appena il capo della ditta per il quale lavora gli offrirà un aumento e una promozione , come accecato da un senso di responsabilità,seppur puramente materiale per ciò che fino a quel momento aveva creato, non ha abbastanza coraggio per mollare tutto e diventa succube egli stesso del mondo e della società nel quale vive. Tutto questo lo porta anche ad accusare pesantemente April, mettendo in dubbio la stessa sanità mentale di lei. E sicuramente risulta molto paradossale nonchè a tratti divertente il fatto che l’unico personaggio considerato dalla società matto – John Givings (Michael Shannon) – sia l’unico in grado di capire realmente la situazione di April nonchè anche di dire cose realmente sensate. April forse rappresenta un tipo di donna con una sensibilità e una personalità così profonda e costruita da non essere in grado di abbandonare la scoperta di se stessa e la realizzazione personale in cambio di una finta e squallida quanto “luccicosa” vita piena soltanto di colazioni mattutine semi-perfette o di baci del maritino prima di andare a lavoro. E menomale che esistono ancora certe donne perchè fino a quando esisteranno nessun marito o uomo sarà costretto a mettersi i tappi nelle orecchie o ad abbassare il volume del proprio apparecchio acustico per l’udito per non ascoltare la noia espressa da sterili quanto mediocri conversazioni. Chiunque si sente un pò fuoriluogo oggi in quella che  è la degna erede di quella società non può non apprezzare la sottile quanto chiara ironia espressa da questo film. Da non perdere.

(April e Frank...
 ...quando il sogno di Parigi stava per far rifunzionare tutto...)
(John Givings unico sano in una società "malata")

Read Full Post »

– Correndo con le forbici in mano – 2006 – ♥♥♥ –

di

Ryan Murphy

Una lettrice del blog qualche giorno fa mi ha consigliato questo film così dando sfogo al mio essere onnivoro di cinema me lo sono procurato per riservarmelo in una di quelle sere da commedia leggera. Ryan Murphy, creatore già della serie televisiva americana di successo Nip\Tuck,  è il regista di questo film che narra la storia di Augusten Burroughs con un padre alcolizzato e una madre ossessionata dal suo essere creativa. La stessa madre dopo aver ricorso ad uno psichiatra, il dottor Finch, scarica proprio Augusten a casa di quest’ultimo . Il dottor Finch è uno psichiatra un pò atipico che esercita usando il suo grande ascendente verso i propri pazienti in maniera anche fin troppo invadente nella vita degli stessi malati. E’ un film pieno di elementi di umorismo nero e ricco di svariate metafore. Sicuramente è un lucido spaccato sulla situazione della società americana fatta di genitori sempre più distaccati dai figli, e di figli estremamente problematici e desiderosi di affetto che ricercano in qualsiasi altra cosa esterna. Come quelli che ritroviamo in questo film: Hope (Gwyneth Paltrow) la figlia maggiorenne dei Finch devota al suo gatto, Natalie (Evan Rachel Wood) con la mania dell’elettroshock e Neil (Joseph Fiennes) omosessuale con ancora il complesso di Edipo. Oltre a questa evidente metafora sulla società ne ho però trovata una più a mio avviso celata che è quella di un Dio despota e un pò pazzo che senza nemmeno accorgersene e in virtù del suo superiore sapere pone le persone ognuna al posto che lui da solo sceglie come fossero burattini. Esattamente come fa lo psichiatra Finch che in virtù del suo sapere, a volte anche estremamente visionario – come la sua surreale convinzione di leggere nell’analisi delle sue feci mattutine il volere divino – decide sull’avvenire dei figli dei suoi pazienti strappandoli dal loro naturale letto familiare per impiantarli nella sua casa, dettandone le sue personali regole. Sicuramente però a mio avviso il colpo di scena finale di questo film avviene durante la scoperta da parte dello spettatore  che questi bizzarri personaggi e questa alquanto surreale trama cinematografica ha del reale poichè è tratta dalla reale storia di vita dello stesso Augusten Burroughs che ne ha scritto un libro. Da vedere almeno una volta.

(Lo psichiatra-despota Finch conduce una alquanto bizzarra analisi)
(Le sicuramente strane Hope e Natalie al funerale di Freud)

Read Full Post »

– Rachel sta per Sposarsi – 2008 – ♥♥♥♥♥ – 

di

Jonathan Demme

Ricordo ancora come fosse oggi quanto mi piacque e apprezzai Il silenzio degli Innocenti di Jonathan Demme. Dopo una serie di documentari finalmente Demme ritorna con la storia di un dramma familiare emozionante quanto se non addirittura di più del suo capolavoro da Oscar. E se allora la scelta della protagonista femminile andò all’allora bellissima e sulla cresta dell’onda Jodie Foster, questa volta lo stesso regista compie un’ ennesima azzeccata scelta con la bellissima nonchè bravissima (a mio giudizio da Oscar) Anne Hathaway. Rachel sta per sposarsi attraverso una tecnica di ripresa con videocamera a mano molto in “stile documentario”  porta ai nostri occhi una sceneggiatura scritta dalla figlia del grande Sidney Lumet (Jenny). Narra di Kym (Anne Hathaway) che per partecipare al matrimonio della sorella maggiore esce dal centro di riabilitazione travolgendo la pace familiare data dai preparativi del matrimonio tra la sorella Rachel e Sidney. Tutto questo ci viene mostrato in maniera oggettiva con delle riprese a mano che seguono i personaggi della famiglia lungo i corridoi della casa o le varie stanze, ma sopratutto attraverso le angosce di Kym. Ma Rachel sta per Sposarsi è anche un film spiazzante poichè quando si crede che la protagonista sia Kym e appunto le sue angosce e i suoi problemi passati e presenti con la famiglia, ecco che Demme sposta il suo “occhio cinematografico” anche sugli altri personaggi familiari, ” documentando” scene del pre-matrimonio apparentemente non importanti al fine della storia di Kym, ma dando con questo una prospettiva poetica e molto oggettiva delle vicende. A volte è come se io in sala mi sia trovato proprio coinvolto nelle vicende di questa famiglia. Come se fossi io stesso uno degli invitati. E forse è proprio l’obiettivo di Demme: trascinare lo spettatore all’interno del Dramma familiare. Dramma che ha a che vedere con il passato di Kym, che ha ancora addosso il senso di colpa di essere stata la causa di un incidente stradale nel quale il fratellino minore è rimasto vittima. E Kym è proprio vista in ogni sua singola emozione ad ogni parola dei familiari, quasi come se Demme fosse il suo vero padre che non si vuole fare sfuggire nessun stato d’animo della propria figlia. Il film a Venezia è rimasto a bocca asciutta , ma spero che non sia così per gli Oscar perchè sia Demme che la Hathaway meritano un riconoscimento adeguato a questo capolavoro “stilistico” cinematografico. La Hathaway è lontana dal ruolo più leggero de Il diavolo veste Prada e si confronta con un ruolo drammatico dal quale ne esce a mio giudizio più che vincente. Il suo personaggio si confronta constantemente con le contraddizioni familiari e dentro di se. Si confronta con la sensibilità tenera e fragile del padre e con l’irruenza della madre che fino alla fine è restia a perdonarle l’incidente accaduto al fratello. Incapace di reggere tutto questo peso Kym deciderà di assumersi tutte le colpe di questa famiglia disastrata, ma allo stesso tempo unita anche grazie al collante che ne produce l’entrata in scena della “nuova” famiglia del futuro marito Sidney, più spensierata e felice. Non adorare questo film è impossibile per chi ama entrare nel cuore del cinema e della macchina da presa. E si lo confesso anche per chi come me si è “innamorato” di questa giovane stella – attrice americana (Anne Hathaway).

(Abbraccio a quattro tra i due sposi , il testimone dello sposo e Kym)
( Non ci si stanca mai di Guardarla...)

 

 

Read Full Post »

– Dies Irae – 1943 – ♥♥♥♥♥ –

di

Carl Theodor Dreyer

Stasera sono rimasto sbalordito di come anche un capolavoro espressionista del 1943 possa fare un tutto esaurito in una sala cinematografica. Il gioiello cinematografico di cui parlo è Dies Irae di Dreyer. Dies Irae è un film sulla Verità e anche se in seguito è divenuto un vero inno alla vita e alla libertà contro le chiusure mentale o le intolleranze umane resta a mio giudizio un film attraverso il quale Dreyer vuole farci capire il valore della Verità. Il film ambientato nel 1623 inizia con la  giovane Anne (una “iconica” Lisbeth Movin), moglie del pastore protestante Absalon che nasconde la vecchia Marte, ricercata per stregoneria. Dopo essere stata scoperta però la donna supplica Absalon di difenderla, ben sapendo che lo stesso pastore in passato aveva difeso la madre di Anne accusata anche lei di stregoneria, al solo scopo di prenderne la figlia in moglie. Absalon però si rifiuta, Marte viene torturata e costretta a confessare e infine condannata al rogo. Anne dopo aver saputo della storia della madre diventa l’amante di Martin, il giovane figlio del marito, e inizia a interessarsi delle arti magiche. In seguito alla morte del giudice che aveva condannato Marte, Absalon si crede vittima di un maleficio e tornando a casa , dopo aver ascoltato la confessione di Anne in merito alla sua relazione con Martin muore d’infarto. La suocera che già da tempo detestava Anne la accusa di stregoneria, il giovane Martin che in un primo momento aveva giurato ad Anne di difenderla alla fine prende le parti della nonna. Anne delusa dal comportamento dell’amato e dalla generale situazione confessa e sceglie la via del rogo. Il film intende non mettersi in una posizione di giudizio sulla stregoneria ma ne valuta evidentemente l’aspetto che è dato credere alla stregoneria come è dato credere in Dio. La scena che più evidenzia questo è quando la stessa Anne dopo aver saputo della madre e della morte di Marte, invoca la presenza dell’amato. Nel momento in cui Martin entra nella stanza il suo sguardo , il suo personaggio crede nella stregoneria. E da quel momento in poi inizierà una diversa evoluzione del personaggio di Anne. Diventerà più libera , diventerà più vitale. La sua libertà di credo sarà per lei la linfa che la nutrirà nel credere anche nell’amore per Martin come anche in una vita felice con lui. Ed è proprio in questa libertà di scelta che Dreyer vuole farci vedere la Verità umana di ogni persona. Vuole mostrarci la persona (nel caso del film Anne) nella sua concretezza a prescindere dal fatto che lei possa essere una santa o una strega. E’ sicuramente stupendo come nei volti di ogni personaggio possiamo constatare proprio questa verità. Ho letto che Dreyer preferiva far recitare i propri attori senza l’uso del trucco proprio perchè è l’unico paesaggio del quale non ci si dovrebbe mai stancare di contemplare. Personalmente mi trovo d’accordo con Dreyer e credo che sia essenziale anche per la bravura di un attore manifestare tutto con il proprio viso, anche se imperfetto da un punto di vista cutaneo. Anche in questa scelta puramente tecnica ritroviamo il valore della Verità, quella espressiva dei visi umani. Un altra evidente scelta registica di Dreyer nei confronti della Verità è quella dei tempi dell’inquadratura. Visivamente usa in questo film tutte lunghe inquadrature, insistendo sulla lentezza delle immagini. Lentezza è una parola a me ultimamente estremamente cara proprio perchè aiuta a far vivere con più intensità ogni piccola cosa. Compreso questo film. Infondo quale modo migliore ci sarebbe stato nell’esprimere questo dramma “vero”,  se non quello di coprirlo con la cenere della lentezza in modo che siamo noi stessi spettatori a scoprirlo e ad entrarne nell’essenza.

( Marte viene condannata al rogo per stregoneria)
( Il volto di Anne come in un dipinto espressionista)

Pubblicato su Cineocchio

Read Full Post »

– Milk – 2008 – ♥♥♥♥ –

di

Gus Van Sant

Gus Van Sant finalmente porta a Hollywood un leader storico del mondo gay. Porta sul grande schermo la storia di Harvey Milk, omosessuale dichiarato che alle soglie degli anni settanta proprio poche ore prima del suo quarantesimo compleanno incontra Scott Smith e se ne innamora, forse per sempre. I due si trasferiscono a San Francisco portando avanti il loro sogno d’amore e aprono un negozio di fotografia nel quartiere Castro riuscendo pian piano a farne un vero e proprio sobborgo omosessuale. Sostenuto dai Gay dell’intero distretto si candida per tre volte all’incarico di consigliere riuscendo a farsi eleggere alla terza. Da quel momento in poi diventa un attivo protagonista e paladino dei diritti dei gay riuscendo a non far passare la Proposition 6, disegno di legge promosso da un senatore e attivisti cattolici che intendeva vietare l’insegnamento degli omosessuali nelle scuole pubbliche. Un perfetto Sean Penn ne riceve il non facile ruolo di interpretarlo. L’attore ne riesce perfettamente a interpretare le idee, la forza liberale di spirito con cui le porta avanti , come anche l’amore che dentro nonostante tutto ha per il suo compagno nonchè per tutti i diritti degli omosessuali. La regia di Van Sant ci mostra un Milk quasi profetico che fin dall’inizio del film e anche dall’inizio del suo amore con Smith, rivela proprio allo stesso Smith che non arriverà ai suoi cinquant’anni. Attraverso la sua regia e fotografia, che sembra come una pellicola in super 8, ci introduce ancor meglio nelle atmosfere di quegli anni. Un Van Sant sicuramente molto diverso da quello che siamo stati abituati a vedere nei suoi precedenti film ma in egual modo in grado di toccare i cuori di chiunque con i discorsi politici ma sopratutto liberali di Milk. L’intero film ci viene come narrato dalla voce dello stesso Milk che , appunto profetico, registra un messaggio come consapevole di un suo possibile assassinio. Ultimo messaggio nel quale invita non solo ogni omosessuale ma ogni essere umano a non perdere mai la speranza nel far valere i propri diritti. Si fa quindi paladino non solo dei Gay ma sopratutto della Verità e dei Diritti umani. Diritti che dovrebbero prescindere da qualsiasi differenza di sesso, colore della pelle, credo religioso , cultura o nel caso di questo film dalle preferenze sessuali. E Milk li difenderà -parafrasando le sue ultime parole – anche a costo di doversi prendere una pallottola in testa che però possa servire ad infrangere le porte della repressione dietro le quali si nascondono i gay nel Paese.

(Milk dopo la sua elezione a consigliere )
(Milk con il suo eterno amore Smith)

Read Full Post »

– Come Dio Comanda – 2008 – ♥♥♥♥♥ – 

di

Gabriele Salvatores

Gabriele Salvatores dopo Io non ho paura ritorna a collaborare con Ammaniti ispirandosi alle pagine di un altro suo romanzo. E questa volta supera se stesso. Si supera perchè Come Dio Comanda è per me un film impeccabile con solo forse la lacuna di essere un film italiano e quindi difficilmente esportabile. Dopo aver esplorato il sud della Basilicata si tuffa in una location del Nord Italia, in una terra desolata ai piedi delle montagne e circondata solo da boschi, fabbriche, capannoni industriali, centri commerciali o villette a schiera. Ci racconta la storia di Rino Zena (Filippo Timi), un disoccupato convinto, padre di Cristiano (Alvaro Caleca), un adolescente timido e solitario che i suoi coetanei umiliano. I due vivono insieme, da soli. Rino tenta di educarlo come può con i suoi modi un pò prepotenti, istigandolo anche alla violenza fisica e lo comanda a suon di schiaffi. Cristiano lo adora e lo imita. A prima vista potrebbe sembrare che il personaggio di Rino essendo estremamente prepotente , violento e razzista sia un personaggio che lo spettatore debba a tutti i costi odiare ma Salvatores invece, in mia opinione, tramite questo film vuole provare a farcelo amare. Vuole provare a farci andar oltre i suoi lati negativi culturali, politici o mentali e scavare a fondo fino nel profondo dei suoi sentimenti da padre. I due hanno come amico un ex operaio- Quattro Formaggi – colpito alla testa da un incidente elettrico e divenuto a causa di questo mezzo matto (Elio Germano). Anche il personaggio interpretato da Germano è perfettamente curato psicologicamente e anche dal punto di vista recitativo da Salvatores che perfettamente ci porta ai nostri occhi il  dolore interiore di un povero “matto” preda della sua solitudine e delle sue lacune affettive che compensa nelle maniere più assurde, come quella di costruirsi delle finte braccia dalle quali è pronto quando vuole a ricevere un abbraccio “meccanico”.  Lo stesso Quattro Formaggi sarà la causa  della tragedia che è fulcro di questo film. Come Dio Comanda ha elementi di attualità , ci mostra la realtà sociale italiana di certe province del Nord che negli ultimi anni sono state protagoniste di spiacevoli avvenimenti di cronaca. Inoltre unisce i validi spunti sociologici con una regia attenta e particolare che attraverso lo stesso paesaggio dei luoghi ci comunica lo stato d’animo dei protagonisti, che saranno centro delle loro dolorose vicende sotto un incessante diluvio. Lo stesso diluvio che sicuramente hanno dentro i loro animi turbolenti. Il finale del film potrebbe deludere alcuni spettatori ma personalmente credo che anche quello rientri nell’obiettivo finale del film, che è quello di portarci ad andare oltre le apparenze, oltre i compartimenti stagni  a cui la nostra società ci ha abituato, per invece scegliere di fidarci solo delle nostre emozioni e dell’amore che le “Comanda”. Piccolo capolavoro nostrano.

( Mannaggia la puttana, le cose che ci diciamo
 non le devi dire a nessuno!)
( Vi ho portato un nuovo amico salutate...Pinocchio!!)

Read Full Post »

– Mamma Mia! – 2008 – ♥♥ e 1\2 – 

di

Phyllida Lloyd

Devo dire che non sono mai stato un amante dei musical ma Mamma mia! ha di certo confuso ogni mio giudizio in merito. Forse saranno state le coinvolgenti musiche degli ABBA che ne fanno da sfondo o la “sempreverde” Meryl Streep che canta e danza a 60 anni in maniera senza dubbio simpatica ad aver stravolto un pò il mio parere in merito ai film musicali. Il musical tratta della sposina Sophie che spedisce da un ‘immaginaria isola nell’Egeo tre lettere a tre ipotetici padri invitandoli al suo imminente matrimonio con l’amato Sky. La madre (Meryl Streep) che si era concessa da giovane qualche scappatella in più ha ovviamente dubbi su chi sia il padre legittimo. Quindi ecco che veniamo coinvolti in continui balletti e danze che altro non vogliono comunicarci che la leggerezza della vita o invitarci a ” voler  esser lieti perchè solo così lo saremo”. La storia comunque risulta essere molto semplice e con un finale non lieto ma ben oltre il felici e contenti poichè dei tre uomini che Sophie considera possibili padri uno si rivela gay, il secondo trova una compagna proprio durante i festeggiamenti (che altra non è che una delle matte sessantenni amiche della “Mamma-Streep“), il terzo sposa proprio la Streep. Quindi nozze della figlia rinviate e nozze della mamma festeggiate. Forse il musical vuol far credere alle signore più attempate che la vita può riservare ancora soprese e che bisogna sempre credere a un amore perduto anche dopo molti anni. Forse. Ma certo è che la Lloyd deve ringraziare proprio Meryl Streep e non tanto la sua regia se questo film ripaga almeno il prezzo del biglietto. La sua simpatia e irruenza nel cantare le canzoni più belle e vitali degli ABBA ne fanno da protagoniste assolute. Spensierato, frizzante ma un pò banale.

(Donne alla riscossa è quasi un motto del musical)


(Festeggiamenti finali e tutti felici e contenti..ovvio no??)

Read Full Post »

Older Posts »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: