
- Settimo cielo – 2009 – ♥♥♥♥ -
di
Andreas Dresen
Settimo cielo, diretto dal regista tedesco Andreas Dresen, è un film tedesco in tutto e per tutto. È diventato così raro oggi riuscire a vedere nel nostro paese una produzione germanica, che quando arriva, sconvolge e il sentimento generale è quello di non saperla accogliere nel miglior modo possibile, anche per un discorso di differenza culturale. Girato in digitale Settimo cielo ha molte carte vincenti, sia sotto l’aspetto contenutistico, che è quello di richiamo maggiore per il pubblico italiano – visto che i protagonisti sono tutti over 60 e che è in ballo un tema universale come l’istinto sessuale in contrapposizione con l’amore e la fedeltà coniugale – ma anche sotto l’aspetto cinematografico. Il film è una vera e propria apologia della natura. La protagonista Inge – interpretata da Ursula Werner – si reca a casa di un signore di 76 anni per riportargli dei pantaloni aggiustati. L’uomo, chiaramente attratto da lei, si sfila il pigiama e si prova i calzoni, ma poco dopo se li sfila di nuovo quando la donna lancia a lui chiari segnali di avere un forte bisogno sessuale da nutrire. La naturalezza con la quale i corpi flaccidi di questi signori e signore tedesche si espongono a servizio del profilmico è lodevole e invidiabile visto che da noi, ma anche in molti altri paesi, non c’è tutta questa impudicizia sia sul grande schermo che nella nostra camera da letto. Ma Settimo cielo non è uno di quei film sulla scia di Irina Palm, in cui il sesso da ‘terza età’ diventa il titolone da poter proporre come slogan nelle recensioni da quotidiani. No! Settimo cielo vira verso ben altri orizzonti. Inge, innamoratasi di Karl, non trova pace nei momenti in cui si trova a casa col marito, che la scopa ancora e anche bene. Probabilmente, il signore, interpretato da un bravissimo Horst Rehberg, è un ex-ferroviere che ha fatto dei treni l’ossessione della sua vita. Infatti l’unica cosa che fa è ascoltare dischi con registrazioni di treni in corsa e di portare la moglie a fare delle gite in treno. La figlia di Inge, avuta da una precedente relazione, è l’unica a cui la donna confida della passione nata con Karl. Andando contro ogni regola stabilita (ovvero di mantenere la cosa segreta), Inge un bel giorno si decide di dire tutto al marito perché non ce la fa a mentire, ma la reazione di lui sarà epocalmente distruttiva. La donna si sorprende di aver trovato, a 60 anni, un nuovo compagno, un nuovo equilibrio, insomma, una nuova vita, così prende la decisione di trasferirsi da Karl. In occasione del compleanno delle nipotine, lei e il marito si rincontrano, lui farà un vano tentativo di riconquistarla, ma l’unica cosa che ottiene è un temporaneo momento nostalgico in cui Inge apprezzerà la sua apertura finale, ma ormai perso il bisogno di preservare la coppia, decide di non fare passi indietro. Settimo cielo ha momenti drammatici e comici in egual misura. C’è una bella barzelletta sconcia ricorrente nel film che fa dello spirito sul sesso da vecchi (“Come fanno l’amore due ottantenni? Lei sta a testa in giù e lui glielo cala dall’alto!”). I volti segnati e i corpi invecchiati sono ripresi copiosamente in numerevoli scene di sesso/amore senile forti per la loro stessa natura ineluttabile, non tanto per le modalità. Settimo cielo è una storia sulla scoperta di poter essere capaci di trovare coraggio a sessant’anni. Il coraggio di non reprimere se stessi in onore di cose vane e illusorie come la felicità coniugale e la stabilità della famiglia. Il coraggio di ricominciare ad amare. Il coraggio di essere spontanei, irrazionali. L’irrazionale in questo film è ovunque per varie ragioni: la più ovvia è che essendo in ballo l’amore, ogni personaggio reagisce in modo del tutto imprevedibile allo stravolgimento degli equilibri… Ma anche nelle gite campagnole e in bicicletta di Inge e Karl, nei viaggi in treno col marito Werner, nei paesaggi in movimento, nei mille treni che transitano vicino ai nostri eroi attempati scorre un senso adrenalinico, fulgido di irrazionale passione (eros) e terribile presagio di morte (thanatos). Il treno, facciamoci attenzione ogni volta che ne passa uno nel film, assume un ruolo banalmente metaforico, ma anche profetico, visto che nel finale avrà una sua drammatica importanza, anche se solo intuibile e non esplicitamente mostrata. Il film piacerà, ma non è fatto per aggradare un pubblico troppo abituato allo stile tradizionale. Viene fatto un uso piuttosto insistente, forse a voler creare fastidio, della camera fissa che limita la visione su uno spazio unilaterale e che relega certe azioni e suoni al fuori campo. L’uso delle cineprese digitali è diventato ormai così esperto nel cinema d’oggi e la qualità dei mezzi utilizzati così ottima, che non ci si fa quasi più caso. L’illuminazione è quasi del tutto naturale, eppure non manca l’inventiva e qualche momento di poesia visiva. Tutto questo fa di Settimo cielo un film da vedere assolutamente e giustamente premiato nei vari festival internazionali, a partire da quello di Cannes dello scorso anno, dove trovò così tanti consensi da aggiudicarsi il premio della giuria nella sezione Un Certain Regard. C’è da considerare poi che il regista, Dresen, non è un novellino, anzi, aveva già girato due film di cui solo questo e Catastrofi d’amore sono stati distribuiti in Italia. Con Ursula Werner, che si potrebbe definire la sua attrice-feticcio, aveva già lavorato in due film dai contenuti non molto diversi. Peccato che in Italia i film non americani debbano arrivare solo quando vincono a Cannes e Venezia.

(Dopo aver fatto un bagno nuda come una ragazzina
col quasi ottantenne Karl, Inge si imbroncia e confessa:
non riesco a smettere di pensare a mio marito)
(Dopo una corsa sotto la pioggia con l'amante,
Inge si raffredda e il marito la accudisce ignaro...)








