
- Katyn – 2009 – ♥♥♥♥ e 1\2 -
di
Andrzej Wajda
Un crescendo di verità. Cruda. Schietta. Dolorosa. Una pagina di storia che ha conosciuto l’ufficialità che ogni verità meriterebbe solamente nel tardo 1990, ben 45 anni dopo la fine della Seconda Guerra mondiale. Il film di Wayda, candidato agli Oscar 2008 come miglior film straniero, ci narra di uno degli avvenimenti più diffamanti della storia, rimasto taciuto per anni. Il brutale assassinio di 15.000 ufficiali polacchi ad opera delle truppe dell’ esercito sovietico. Già una volta tanto non sono i tanto odiati Tedeschi del Terzo Reich ad aver compiuto un efferato crimine storico. Katyn inizia con una sequenza iniziale che è suggestiva quanto inverosimile: l’incrociarsi su un ponte di alcuni civili polacchi, che da est fuggono i soldati russi mentre da ovest scappano dalle truppe tedesche. Chiaro esempio di quello che stava per accadere. La Polonia era geograficamente al centro di una guerra tra due titani e non poteva che essere invasa da entrambi. Il regista polacco Andrzej Wajda con il coraggio di chi ha vissuto come eco della sua generazione l’infame massacro ( il padre del regista, Jacob, era uno degli Ufficiali polacchi giustiziati) cerca di spiegare ciò che c’è dietro all’odio dei tedeschi e dei russi con un abile intreccio di storie che ha come protagoniste particolarmente donne. Vere protagoniste dell’attesa dei loro mariti, fratelli, uomini, che altro non possono fare che arrendersi all’evidenza di una menzogna da parte dei sovietici che però mai accetteranno di confermare. La moglie del capitano Andrzej con incredibile speranza e fiducia attende insieme alla figlia suo marito con una speranza vittima dell’illusione di sbagliate notizie in merito ai nomi dei deceduti a Katyn. La madre dello stesso capitano piange la morte del marito professore universitario in seguito alla condanna ai campi di lavoro da parte dei tedeschi. La moglie di un generale che mai si arrenderà a scendere a patti con i probabili assassini del marito. La giovane figlia di quest’ultima che conoscerà solo per poco l’ebrezza di un amore che sarà stroncato sul nascere. E per ultima una giovane ragazza polacca che vuole almeno concedere al fratello tenente pilota una lapide che abbia come intestazione la reale data di morte del fratello (Aprile 1940). Dal Settembre del 1939 al 1945 quasi 6 anni di storia che più volte è stata portata in pellicola da svariati registi di ogni nazionalità per la prima volta ci parla però di ciò che per anni è rimasto taciuto e di un crimine che, prima nel 1942 è stato attribuito ai sovietici dai nazisti della Germania, in seguito dopo la disfatta tedesca affibbiato falsamente al Terzo Reich e infine grazie a Gorbaciov e solo nel 1990 portato alla luce e riconosciuto come ordinato dall’ Armata Rossa di Stalin. E proprio come è stata tremendamente dolorosa questa perpetrata menzogna negli anni Wajda decide attraverso le immagini di suscitarci lo stesso dolore e shock visivo. E ci riesce in maniera meticolosa e impeccabile, portando in evidenza nella sequenza finale, attraverso un montaggio serrato e volutamente ripetitivo, l’orrore della morte. E non rimane nulla se non il vuoto del dolore delle loro donne, madri e sorelle, di un crocifisso e di un taccuino dove con dedizione era stata appuntata dal capitano Andrzej la verità di ciò che tragicamente stava per accadere. Un minuto di buio. Schermo nero. Silenzio in sala.

(La figlia di uno dei generali uccisi che conoscerà
l'ebrezza del primo fugace bacio con chi non rivedrà mai più)
( L'ultimo abbraccio del capitano Andrzej con la moglie)



















E’ giunto nei nostri cinema con notevole ritardo (e in pochissime sale: la situazione della distribuzione in Italia, soprattutto per quanto riguarda il cinema d’autore e le società di distribuzione indipendenti, lascia sempre più a desiderare).
Un’opera sulle incertezze, sulle illusioni, sul desiderio di sopravvivere nonostante tutto: senza giudicare nessuno ci vengono mostrati i compromessi, le omissioni, le viltà, le rinunce, le lotte con le proprie coscienze di un’intera popolazione. Con uno stile secco e asciutto, severo e distaccato, senza retorica né superflui pietismi, Andrzej Wajda ha il merito di non instillare odio. Lo scopo è un altro: illustrare le conseguenze di una vergognosa bugia, far luce su un tema tabu ai tempi del comunismo in Polonia, ristabilire la verità, invitare a non dimenticare, rendere giustizia a tutte le vittime e a tutti i perseguitati…