13 Novembre 2009 di dylandave

- L’ Uomo che fissa le capre – 2009 – ♥♥♥ -
di
Grant Heslov
La serietà che può esserci dietro ad una commedia dall’ aspetto puramente demenziale è qualcosa che riguarda l’ ultimo film di Grant Heslov, sceneggiatore di Good Night, and Good Luck. L’ uomo che fissa le capre parla della società americana e della sua storia di un cinquantennio. Una nazione combattuta continuamente tra la paura della guerra e il senso patriottico che spinge alla vendetta. Nonostante vanti un cast decisamente stellare (Ewan McGregor, Kevin Spacey, Jeff Bridges), è George Clooney il vero dominatore del film. Riesce a farlo suo con la spontanea irriverenza e a renderlo il terzo capitolo del suo personale percorso atto a portare alla luce (deridendole) alcune delle più importanti istituzioni americane. Critiche iniziate con Confessioni di una mente pericolosa prima e proseguite con Good Night and Good Luck. Questa volta sono i servizi militari a essere presi di mira e i suoi cosiddetti segreti militari che qui finiscono per dar luce ad un’ armata di uomini dotati in qualche modo di superpoteri psichici. Le citazioni si consumano come fossero pane: si va dal monito militaresco alla Full Metal Jacket a Star Wars e Il Grande Lebowsky (gli amanti dei due celebri film capiranno anche come mai sono stati scelti proprio Ewan McGregor e Jeff Bridges in quei ruoli). Si ride nel film di Heslov, ma forse un pò troppo da non lasciar tantissimo spazio alla riflessione, puntando forse più ad attirare il pubblico per la sicura verve comica di Clooney che a spingere seriamente il suo pubblico a meditare sul perchè ciclicamente l’ esercito a stelle e striscie si tuffi ciecamente in guerre omicide (e suicide). Ma il film di Heslov è anche una commedia che ironizza sulle convinzioni dell’ essere umano e il suo senso new age e moderno di “volere è potere” (in questo caso talmente enfatizzati da arrivare addirittura a convincersi di poter fermare il cuore di una capra semplicemente fissandola). Una scena fra tutte è forse quella che maggiormente è spunto di riflessione: quella in cui Clooney dopo aver aperto una cella d’ isolamento dove un prigioniero viene bombardato da luci e canzoni di un cartone animato americano definisce quanto appena visto: ” Il lato oscuro”. E sarebbe proprio splendido se si potesse solo ridere su tutto questo. Ma purtroppo sappiamo tutti che non è così.

( L' esercito degli hippie)
( Tutto si può con i poteri psichici: anche fermare il cuore di una capra)
Pubblicato in 2009, Commedia | Contrassegnato da tag confessioni di una mente pericolosa, esercito, ewan mcgregor, full metal jacket, george clooney, grant heslov, Guerra, il grande lebowsky, jedi, jeff bridges, kevin spacey, l' uomo che fissa le capre, militari, star wars | 2 Commenti »
11 Novembre 2009 di dylandave

- Marpiccolo – 2009 – ♥♥ e 1\2 -
di
Alessandro Di Robilant
E’ stato da molti definito il Gomorra Tarantino l’ ultimo lavoro di Alessandro Di Robilant. Per alcuni versi è anche meglio (detto da chi come me ha sempre ritenuto il film di Garrone un lavoro decisamente sovrastimato), anche se non di certo per il valore moralistico e dottrinale che soprattutto nella parte finale vorrebbe comunicare agli spettatori. Al contrario del film tratto dall’ ormai celebre romanzo di Saviano Di Robilant si concentra su una sola storia, su un unico protagonista: Tiziano (interpretato superbamente dal giovane Giulio Beranek) e i suoi amici e familiari. La Taranto di Marpiccolo è una città dove non è facile crescere. Sommersi dall’ inquinamento dell’ Ilva la criminalità sembra l’ unica scappatoia per “sopravvivere”. La fotografia del film (i toni sono sempre contraddistinti dal grigio) mette ben in evidenza lo stacco che c’è appunto tra questa scelta di sopravvivenza criminale e quella che rappresenta il sogno di vivere andandosene via da un posto che non permette neanche di respirare. Il rosso del vestito della ragazza di Tiziano e l’ arancione della sua moto sono gli unici colori accesi di tutto il film, simbolo degli unici due elementi “puliti” e vivi in una città che sta affondando nelle malattie che i suoi stessi abitanti hanno originato. Il film fa del suo punto di forza l’ approccio psicologico ai personaggi. I personaggi sono infatti ben delineati. Soprattutto il protagonista Tiziano è ben disegnato nei suoi rapporti familiari con la madre impavida lottatrice di cause comuni come l’ abbattimento di una torre ripetitore, con la sorellina piccola amatissima e con il padre fallito e giocatore disperato di videopoker. Tiziano prova a voler scappare da quel mondo ma ne viene risucchiato, forse in maniera fin troppo didascalica e prevedibile, costretto ad eseguire gli ordini del manipolatore boss di quartiere ( interpretato dal molto convincente Michele Riondino). Risultano estremamente forzate le allusioni alla cultura come possibile via d’ uscita dal mondo della criminalità che la professorina Valentina Carnelutti sembra insistentemente voler far capire al nostro Tiziano regalandogli il Cuore di Tenebra di Joseph Conrad. Così come è fin troppo moralistico l’ invito dell’ educatore interpretato da Giorgio Colangeli a non lasciarsi prendere in giro da un mondo che mette l’ uno contro l’altro anzichè trovare nella cooperazione la via comune di miglioramento. Peccato per tutte queste forzature o alcuni erroracci, molti anche sceneggiativi (Tiziano uccide il suo uomo e dopo fugge a piedi anzichè in moto). Sono complici della non totale completezza di quest’ opera nostrana che vanta sicuramente di un ottimo realismo grazie soprattutto al suo notevole, ma non noto, cast.

( Omicidio e fuga a piedi con la moto appena dietro le spalle...errore grossolano!)

( Le pericolose uscite estive in riformatorio)
Pubblicato in 2009, Drammatico | Contrassegnato da tag alessandro di robilant, cuore di tenebra, Giorgio Colangeli, giulio beranek, gomorra, ilva, joseph conrad, malavita, marpiccolo, michele riondino, recensione, saviano, taranto, valentina carnelutti | Lascia un commento »
10 Novembre 2009 di Furio Spinosi
Dopo un periodo di retrospettiva rhomeriana, giungo finalmente alla visione de La nobildonna e il duca (L’inglese e il duca) e mi accorgo di essere davanti a un film assolutamente senza precedenti. Rhomer, che in tutta la sua filmografia precedente a questo è sempre stato pur diversamente dagli altri comunque appartenente alla scuola di cinema della nouvelle vague ossia della rappresentazione di situazioni e ambienti naturali, sovverte i suoi abituali schemi di regia e compone una opera d’arte difficile e complessa, in cui a brillare e a rimanere nel cuore dello spettatore certamente non sono le scene in interni in cui la realmente esistita scozzese e ‘realista’ Grace Elliott, in trasferta francese, entra nel vivo della vibrante Rivoluzione Francese. A rimanere impresse sono le numerose tavole prospettiche dipinte da Jean Baptiste Marot che ritraggono la Parigi del 700 e che al suo interno, grazie al digitale e alla computer grafica, finalmente Rhomer è riuscito ad integrare con azione e attori creando un piccolo kolossal politico francese che ha avuto in mente per una decina di anni. Il risultato è un ibrido di tecnica in cui si uniscono la moderna arte del compositing e l’arte sublime del fondale appartenente al cinema classico – ma ad appartenere a questo sono anche le inquadrature ravvicinate degli attori e la loro stessa recitazione. Il risultato è un film che si dilunga in chiacchiere indiscutibilmente tendenti all’annoiare il pubblico medio, come tutto il cinema Rhomer, ma trattasi di chiacchiere solo in apparenza futili poiché in tutta l’opera di questo regista fuori dalle righe i suoi personaggi sono esseri pensanti che per forza di cose devono scontrarsi con la dura realtà sociale a cui appartengono pur non sentendovisi integrati. Un errore che si commette spesso davanti ai suoi film è proprio quello di osservarne oggettivamente i protagonisti e reputarli incapaci e bloccati dalla ragione, insomma considerarli pazzi. Rhomer, come il più grande entomologo, riesce invece a creare delle psicologie, cosa assai rara nel cinema odierno, e diventa inevitabile per il godimento e la comprensione del film immedesimarsi nella vicenda, anche se può risultare difficile in quanto viene stavolta narrata dal punto di vista di chi la Rivoluzione la critica. Il finale, in cui pullulano vari attori del cinema rhomeriano in alcuni gustosi cameo, è appagante come tutta l’estetica del film, disconosciuto aimè dalla patria di Rhomer, ma fortunatamente lodato a Venezia. Certo, non è Barry Lyndon, ma comunque nell’ambito del cinema in costume si offre una ricostruzione dell’epoca narrata stranamente più veritiera di quando si ricostruisce in fiction nei teatri di posa Hollywoodiani o di Cinecittà.

( La presa della Bastiglia... da molto lontano)
(Grace finisce in prigione)
Pubblicato in 2001, Biografico, Guerra, Storico | Contrassegnato da tag compositing, digitale, eric rhomer, fondali, francia, jean baptiste marot, la nobildonna e il duca, rivoluzione francese, settecento, storia | Lascia un commento »
9 Novembre 2009 di dylandave

- La Battaglia dei Tre Regni – 2009 – ♥♥♥ -
di
John Woo
John Woo ritorna a casa e lo fa stupendo il cinema cinese con un kolossal da ottanta milioni di dollari, decisamente il film più costoso della storia del cinema della nazione dalla Grande Muraglia. E ciò che vien subito da pensare è che con gli action movie il regista cinese ci sa fare. Reduce da un Mission: Impossible 2 spettacolare ma non entusiasmante come il primo capitolo ha sicuramente dato maggior prova delle sue capacità da regista d’ azione in Face\off. Nella sua ricostruzione della leggendaria Battaglia dei Tre regni, avvenuta nel 208 D.C. durante la dinastia Han, John Woo trasforma anche la guerra in uno spettacolo visivo e musicale che rende le spade , le armature e gli scudi ornamenti coreografici di una danza battagliera. Da noi arriva dimezzato (la durata dell’ originale film in Cina era di quattro ore) ma non perde comunque la furia visiva che il film intende mostrare grazie soprattutto a un montaggio serrato e di ottima fattura. Troppo grossolano l’ uso del digitale che molto spesso non è così realistico soprattutto nella sequenza tanto cara a Woo delle colombe spie che attraversano volando l’ intero campo di battaglia. Ma questa lacuna viene ben compensata dalle ottime capacità recitative dell’ intero cast che nonostante sia spesso costretto a sfoggiare un eroismo cameratesco un pò infantile dato dai loro personaggi riesce sempre a essere convincente. Ci sono poi tutti gli elementi umani pronti a colpire dritto al cuore di ogni spettatore anche se i profili psicologici sembrano così nettamente tracciati da risultare usciti da una favola eroica per ragazzini cinesi. Il resto è eroismo di chi riesce a vincere una battaglia nonostante l’ inferiorità numerica. Vicende che a noi occidentali ci fanno rimembrare battaglia come quella delle Termomili o di Poitiers. Sembra con questo film che anche la Cina voglia entrare nel mercato delle pellicole ad alto budget che tanto contraddistingue Hollywood. Quelle pellicole destinate al puro intrattenimento visivo realistico, ma che seppur confezionato bene, come in questo caso, restano pur sempre dei prodotti commerciali. Sembrano quindi lontani i tempi di Lanterne Rosse, della sua fotografia calda (qui sostituita da una più cupa e grigia) e della sua impostazione da cinema d’ essai. Si lascia apprezzare, in definitiva, La Battaglia dei Tre Regni per le lunghe battaglie rese appassionanti soprattutto per le scaltre strategie militari. Molto meno per la scelta di un software digitale che spesso risulta essere visivamente imbarazzante o per la decisione del mercato cinese di lanciarsi nel mondo dell’ intrattenimento. De gustibus non est disputandum.

(Parte dell' imponente esercito di Cao Cao)
(Il fuoco è l' unico elemento fotografico rosso rimasto al film cinese)
Pubblicato in 2009, Azione, Storico | Contrassegnato da tag cao cao, cina, face\off, Guerra, John woo, kolossal, la battaglia dei tre regni, mission impossible, storia, termopili | Lascia un commento »
7 Novembre 2009 di dylandave

- Il Nastro Bianco – 2009 – ♥♥♥♥ -
di
Michael Haneke
Una voce fuori campo narra l’ intero film. E’ quella di un anziano maestro di scuola che racconta i fatti avvenuti tra il 1913 e il 1924 in un piccollo villaggio tedesco, quando lo stesso narratore aveva 31 anni. Ma i veri protagonisti sono i bambini del villaggio: impenetrabili e silenziosi, abituati ad ubbidire in silenzio al potere autoritario delle tre più importanti figure del villaggio (il dottore, il pastore e il barone). Haneke, da sempre interessato alla perversione umana (il regista è inoltre studioso di psicologia e filosofia) dà vita ad un film che attraverso un bianco e nero composto mette in scena una sequenza di strani fatti che hanno un crescendo in orrore quanto in mistero e inspiegabilità. E quanto più misteriosi restano i fatti ai quali assistiamo tanto più lucida è invece la riflessione su una società nella quale niente è come appare. Nulla di tutto quello che è apparentemente sostenuto dal sistema politico o religioso di quel villaggio è in realtà idilliaco, ma è solo l’ inizio di un processo psicologico che culminerà in Germania vent’ anni più tardi con le atrocità del nazismo. Ed è lento il film di Haneke, forse troppo freddo e gelido per il comune spettatore medio che non potrà evitare nel finale di essere insofferente alla scelta di lasciare irrisolti i misteri di quel villaggio. Ma se si vuole capire Il Nastro Bianco occorrerà guardarlo per la sua riflessione, per il suo lento documento che meticolosamente ci lascia osservare la nascita di piccole personalità fredde e impassibili. Bambini che in nome della tanto decantata innocenza che rappresenta il nastro bianco (simbolo che sono obbligati a portare al braccio) ubbidiscono senza batter ciglio alle umilianti punizioni che i loro “educatori” infliggon loro. La macchina da presa di Haneke si muove tra le vicende sottraendo allo spettatore la verità. Riesce ad angosciare e inquietare i suoi spettatori con un orrore che non si vede che è sempre in penombra ma che è sempre lì nell’ aria per tutta la durata della pellicola. Come una fotografia, che ricorda tanto le opere di Bergman, Haneke analizza in maniera psicoanalitica un pezzo di Germania che è sull’ orlo della catastrofe che dagli anni 30 fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale porterà la suddetta nazione europea a mutare radicalmente il suo destino. I dialoghi sono tutti pervasi da una lucida freddezza e lentezza che tiene col fiato sospeso ogni spettatore. Ogni spiegazione data ai bambini dalle loro figure educative di una punizione o di qualcosa che riguarda il mondo adulto è autoritaria e piena di quella rigidità che spesso ha anche contraddistinto il fondamentalismo religioso. Vince la Palma d’ Oro a Cannes sostenuto dal senso di angoscia che trasmette. Silenzioso (non vi è traccia di colonna sonora). Lento ma attento nell’ analizzare origini psicologiche del male. Analitico soprattutto in quel lungo campo finale nel quale non si scopre nulla di nuovo e i personaggi si limitano a muoversi sul campo d’azione.

( L' Obbligo di portare quel segno di purezza)
( E Obblighi di rigida reverenza)
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5 Novembre 2009 di dylandave

- Diary of Dead – 2009 – ♥♥♥ e 1\2 -
di
George A. Romero
Non era di certo difficile pensare che la nostra “gloriosa” distribuzione cinematografica italiana facesse giungere l’ ultimo Horror di Romero in così pochi cinema (si possono contare sul palmo di una mano). Perchè non si tratta solo di Horror ma di “political horror” decisamente poco “politically correct”. Diary of Dead utilizzando il punto di vista esclusivo di due videocamere utilizzate dagli stessi protagonisti del film, di telecamere di sorveglianza e videocamere di telefonini è un apologo politico sulla società americana e la sua paura del terrorismo. Un terrore che non viene da fuori ma che è nascosto dentro di noi, in ogni luogo. Infatti nel film chiunque muore è destinato a risvegliarsi e diventare uno zombie “mangia umani”. Ma ancor prima è un film sull’ informazione che ci circonda oggi: quella falsa data dai media a confronto con quella libera su internet che però spesso è eccessiva e confusionaria. E non è quindi difficile pensare ai perchè in un paese come il nostro, che al momento vive proprio questo dilemma informatico un film come questo sia stato così ampiamente censurato dalla distribuzione. La visione in soggettiva ricorda i precedenti REC e Cloverfield, tra i quali il film di Romero si pone esattamente al centro avendo sia la critica verso l’ ossessione delle persone di riprendere tutto (Cloverfield) sia l’ angoscia provocata dalle claustrofobiche riprese in presa diretta che accrescono la suspence (REC). Il voyerismo al quale oggi tutti noi siamo sottoposti trova il suo massimo sfogo nella pellicola horror di Romero nel quale i protagonisti sono del tutto assuefatti dagli orrori della morte e incuranti del rischio preferiscono continuare a riprendere quasi compulsivamente che scappare. Ciò che sicuramente c’è da dire è che il film di Romero è sostanzialmente un film indipendente che è prodotto con un budget limitato (nonostante l’ ottima fattura del trucco artigianale sembrerebbe non far pensare lo stesso) e che critica fortemente gli attuali teen horror che pur vantando di finanziamenti ben superiori finiscono per riproporre sempre i medesimi format comunicativi del cinema horror standard. In Diary of Dead c’è invece una voglia di evoluzione e di innovazione: la dimensione inscatolata che relegava i protagonisti in un’ unica location che poteva essere una casa, una soffitta o un supermercato qui trova sfogo in un on the road movie che fa attraversare ai suoi personaggi una Pennsylvania colma di svariati quanto differenti microcosmi rurali. L’ unico rammarico resta quello di non vedere mai decollare il quinto film della saga dei morti viventi di Romero. Ci scorre davanti gli occhi quasi come fosse un telegiornale, del quale passivi non possiamo che essere spettatori, anche se non sempre coinvolti emotivamente. La natura umana per Romero non è poi così differente da quella dei suoi zombies. Ognuno è comunque ossessionato da qualcosa. Chi spinto dall’ istinto di uccidere e mordere i vivi. Chi invece è maniacalmente preso dal documentare tutto, anche la morte.

(Riprendere tutto...anche poco prima di morire)
(Zombie artigianali ma verosimili)
Pubblicato in 2009, Horror | Contrassegnato da tag cloverfield, diary of dead, george a. romero, Horror, informazione, mass media, morti viventi, rec, recensione, teen horror, telegiornale, televisione, zombie | Lascia un commento »
3 Novembre 2009 di dylandave

- Orphan – 2009 – ♥ e 1\2 -
di
Jaume Collet-Serra
Sembrerebbe che ancora una volta i bambini demoniaci o cattivi conquistano una pellicola Horror. Ma l’ apparenza inganna sembra volerci dire il barcellonese Jaume Collet- Serra, che in una Toronto dove nevica sempre e la perenne neve sulle strade sembra non provocare alcun problema alla guida spericolata delle auto canadesi porta in scena un enigma familiare che gioca sulla solita paura originata dall’ elemento deviante che mette a repentaglio le vite dei propri cari. E la “povera” orfanella Esther di devianze ne nasconde molte, ma soprattutto un segreto che una volta scoperto dagli spettatori toglierà ogni attrattiva al film. La coppia genitoriale Vera Farmiga e Peter Sarsgaard sembra non accontentarsi di avere già due figli, una dei quali problematica già abbastanza (affetta da sordomutismo dalla nascita), quindi decide di adottare una piccola orfanella che viene dalla Russia, dalle maniere apparentemente molto educate e con una passione per gli abiti retrò. La telecamera del regista spagnolo si muove in maniera scontata in una casa stranamente isolata dal design ultramoderno riprendendo scene crudeli e fine a se stesse che sembrano avere come unica ragione quella di riempire le due lunghe ore del film con attimi di truce suspence. La sceneggiatura non riesce a mantenere la credibilità in molti punti (in maniera inspiegabile la piccola figlia sordomuta si fida di lei per gran parte del film e in maniera altrettanto non credibile sembra più facile per l’ orfanella manipolare tutte le persone che ha intorno piuttosto che queste fidarsi reciprocamente delle proprie versioni dei fatti. Tutto si salva nel finale dove il fatidico segreto che Esther (interpretata dalla brava undicenne Isabelle Fuhrman) conserva risulta essere la parte migliore dell’ intera sceneggiatura. Il film ha dato sfogo nei puritani States a polemiche da parte di alcune associazioni infantili che hanno incolpato il film di scoraggiare l’ adozione dei minori. Personalmente non vi alcuna presa di posizione in merito nel film che sembra più volersi concentrare sulle dinamiche psicologiche che si creano all’ interno di una famiglia quando un nuovo componente ne distrugge l’armonia iniziale. E se non fosse per l’ infinito non realistico susseguirsi di eventi che soffocano una risata nell’ angoscia provocata dalla violenza di un gesto forse anche gli ottimi titoli d’apertura e titoli di coda avrebbero potuto far da contorno a un horror al cardiopalmo. Così non è.

( Io ti dico quello che devi fare e tu lo fai in barba a mamma e papà...)
( Quale segreto si cela dietro un corpo da bambina)
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1 Novembre 2009 di dylandave

- Capitalism: A Love Story – 2009 – ♥♥♥♥ -
di
Michael Moore
C’è confusione nell’ America di Michael Moore tra il concetto di Democrazia e quello di Capitalismo. Due concetti che spesso tendono ad essere associati ma che invece hanno in sè profonde diversità. Il regista documentarista di Bowling a Columbine e Fahrenheit 9\11 questa volta parte da lontano ( dall’ Antica Roma, epoca nella quale è scoppiato l’ amore per la corruzione, l’ arrivismo e soprattutto il denaro) per spiegare la serietà dei mali del capitalismo nell’ epoca moderna. E nonostante il titolo ci dia l’ apparenza che vi sia qualche sorta di legame amoroso tra il regista e il sistema capitalistico il tutto è solo una provocazione che cela soltanto la sua rabbia e disperazione. Ed è attraverso i “soliti” montaggi di sequenze tratte da film e pubblicità, intervallate da reali interviste a membri del sistema assicurativo americano o semplici cittadini che hanno visto aggravarsi sulle loro spalle i tragici effetti del capitalismo che Moore tenta anche di spiegare le ragioni dell’ attuale crisi economica mondiale. Per aprire anche gli occhi a tutti coloro (e speriamo che siano pochi anche se personalmente ne dubito) che ancora non sanno come l’ american dream, ormai esportato in tutto il mondo, nel quale tutti possono “liberamente” raggiungere il potere e la ricchezza è solo un’ illusione che favorisce pochi e affonda moltissimi. Questa volta il documentario del provocatorio regista suona più come un invito (nel finale Moore sostiene di essere stanco di fare film da solo) a unirsi insieme nel tentativo di sovvertire l’ intero sistema capitalistico e ritrovare insieme il “vero” senso democratico. Come si spera stia iniziando a fare Obama. Riesce Moore a far riflettere lo spettatore su questo interessante tema che riguarda tutti da vicino fondendo in maniera esaudiente le scene drammatiche con i momenti più comici. Informa, allo stesso tempo, su situazioni ignote a molti come l’ arricchimento delle ditte in conseguenza alla morte dei propri dipendenti giovani o la paga dei piloti di alcune compagnie aeree infinitamente più bassa di un dipendente di un fast food. E forse manca l’ approfondimento necessario ad un vero documentario ma di certo in questo ultimo lavoro di Moore si riesce a ridere e riflettere allo stesso tempo. Più un film-informazione che un documentario vero e proprio che da sicuramente enorme valore alla controinformazione, tentando la comunicazione con il popolo americano principalmente e poi con tutto il resto del mondo che per tanto tempo ha cercato di emulare o ispirarsi al capitalismo della democrazia americana. Spesso anche nascondendosi sotto le mentite spoglie cattoliche e camuffando l’ icona di Gesù Cristo con il potere del Dio Denaro. Emblematico per noi italiani è il punto del film nel quale Moore consiglia di ispirarsi ad alcune Costituzioni Europee , compresa quella Italiana che ha garantito pari diritti lavorativi alle donne fin dal dopoguerra (anche se poi i fenomeni di mobbing verso le donne sono ancora oggi pagina di cronaca). Dovrebbe farci riflettere e invogliare soprattutto i nostri politici a rileggerla maggiormente ogni tanto, forse perchè ultimo scampolo rimasto di vera Democrazia. E possibilmente non riscriverla secondo le dinamiche sociopolitiche capitalistiche odierne.

(Invece di preoccuparci di videofilmare tutto ossessivamente
forse dovremmo unirci per cambiare qualcosa)
(Sono qui per arrestarvi in qualità di semplice cittadino)
Pubblicato in 2009, Documentario | Contrassegnato da tag America, bowling a columbine, capitalism: a love story, capitalismo, denaro, Documentario, economia, fahrenheit 9\11, michael moore, Obama, recensione, ricchi, soldi, usa, wall street | 1 Commento »
29 Ottobre 2009 di dylandave

- Lebanon – 2009 – ♥♥♥ e 1\2 -
di
Samuel Maoz
Vince il Leone d’ Oro a Venezia l’ ultimo gioiello cinematografico israeliano e permette ad ogni suo spettatore di interrogarsi sullo scopo della guerra indagando sulle componenti umane all’ interno di essa. E’ un film che preferisce non romanzare troppo su una guerra, quella in Libano del 1982, che è lontana da noi quanto vicino è il conflitto arabo palestinese ancora in corso. Dall’ occhio del puntatore di un carroarmato israeliano mette davanti agli occhi dello spettatore la cruda realtà, sporca e violenta della guerra. E’ decisamente originale l’ ottica del regista israeliano Samuel Maoz che usando come unica location la “pancia” di un carroarmato permette ad ogni spettatore per la prima volta di identificarsi con i carnefici e non solo con le vittime. Anche se in questo caso si tratta di carnefici insoliti. Sono quattro giovani dalla faccia pulita infatti i protagonisti del claustrofobico Lebanon che vedono i loro visi sporcarsi sempre di più con l’ incedere della loro missione di guerra. Missione della quale sono allo scuro delle ragioni e obbligati dai loro superiori ad eseguire cruenti e disumani ordini. Una bellissima fotografia ci regala fedelmente le visuali esterne alla “ferraglia” attraverso lunghi movimenti rotatori e improvvise zoomate. Ad infrarossi se è notte e attraverso una lente rotta dopo che il carroarmato avrà subito un attacco. I personaggi all’ esterno li vediamo, ma non si può che essere spettatori di tutto ciò che accade fuori. Come due differenti mondi ma collegati tra loro dalla botola di ferro della macchina da guerra. I giovani soldati all’ interno sono ben definiti nelle loro paure personali. Quando il carrista narra un episodio della sua infanzia, mescolando attrazione sessuale e morte nel giorno in cui perse il proprio padre si ha un raro spaccato di umanità che sicuramente da solo fa valere il prezzo del biglietto. La visione del film, nonostante la sua breve durata (90 minuti), non è di certo semplice e spesso ci si ritrova storditi dai rumori assordanti di ferraglia e dalle riprese tremolanti che seguono costantemente i visi dei quattro protagonisti grazie a ferrati primi piani resi ancora più claustrofobici dal poco spazio a disposizione. Lebanon finisce quindi per dilatare il suo tempo cinematografico, trascinando lo spettatore in una dimensione di orrore e sensorializzazione dello schermo che però alla lunga finisce per risultare quasi una tecnica da videogame. Criticato duramente nel suo paese d’ origine (Israele), colpevole di aver fatto interpretare il ruolo di soldati a 4 giovani che non hanno prestato il servizio militare obbligatorio, Lebanon si lascia più guardare per il suo aspetto emotivo e di coinvolgimento scioccante che per l’ originalità del suo intreccio. Plot forse un pò scontato nel quale all’ esterno del carroarmato tutto è ostile e nemico e all’ interno quasi come un liquido amniotico si è innocenti, giovani e puri.

( Una delle sequenze più agghiaccianti:
Una madre è l' unica civile sopravvissuta dopo un attacco)
( Primi piani dei giovani soldati a confronto)
Pubblicato in 2009, Drammatico, Guerra | Contrassegnato da tag carroarmato, Guerra, israele, lebanon, leone d'oro, libano, recensione, samuel maoz, venezia | Lascia un commento »
28 Ottobre 2009 di dylandave

- Lo Spazio Bianco – 2009 – ♥♥ -
di
Francesca Comencini
Merito va alla Comencini di averci svelato una Margherita Buy decisamente ben lontana dal suo stereotipizzato ruolo di donna isterica, ma colma della profondità di un personaggio femminile molto più intenso e profondo. Una donna che non può che restare a guardare in attesa l’ esito del suo parto prematuro. Ferma in uno spazio bianco che è quasi un bivio tra ciò che potrà essere o non essere e nel quale si è impotenti. Si può solo aspettare e volendo ricominciare. Ma tutto è triste e lento nell’ approccio sceneggiativo della Comencini. Sorretto dalle emozioni controverse di paura e amore del personaggio interpretato dalla Buy il film incespica più volta su alcuni atteggiamenti decisamente eccessivi e poco credibili della protagonista (eccessivi scatti d’ira o preoccupazioni che per esempio le altre mamme nella sua stessa condizione non hanno). Lo sfondo di personaggi che circondano la protagonista risultano forzati e non approfonditi. Un infruttuoso pretesto di voler trattare problematiche sociali della realtà Napoletana o femminili ma che in questa chiave fanno più sorridere che istigare la riflessione. Forzata è la relazione che appare voluta ad ogni costo tra la nostra protagonista e la sua vicina di casa, un magistrato donna da poco trasferitasi a Napoli per “vendicare” a suon di giustizia l’ uccisione di un suo collega. La Comencini decide di dare per scontati troppi elementi che però risultano non fluidificare la normale scorrevolezza del film rendendolo a tratti noioso e colmo di sequenze di dubbia importanza. Come ad esempio le sequenze surreali del ballo delle madri in sala reparto o lo sguardo in camera di uno degli allievi della professoressa interpretata dalla Buy durante una mostra di arte contemporanea. Al contrario invece il film pecca di approfondimenti necessari come l’ inspiegabile fuga del padre della futura bambina di Maria (Margherita Buy). Forse solo un pretesto per renderci nota la squallida verità che nel nostro BelPaese i bimbi che non sono riconosciuti dal padre vengono ancora registrati come “figli illegittimi”. Buona è invece la fotografia dai toni grigi che ben sottolinea il limbo emotivo della protagonista che attende impotente il lento scorrere degli ultimi 3 mesi che separano l’ incubatrice dalla “seconda nascita” della figlia prematura. Un film che decisamente si vorrebbe porre in ottica femminile. Anche la colonna sonora (Nina Simone, Blondie, Cat Power e Ella Fitzgerald) avvolge l’ intero film di tonalità rosa. Una femminilità decisamente solitaria e debole, quella di Maria (Margherita Buy), che vede nel futuro avvento della nascitura una speranza contro l’ indifferenza, la volgarità e la superficialità della quotidianità nella quale la protagonista è inserita. Un film, a mio avviso però controverso che non rende sufficiente onore alla straordinaria forza delle donne e pone tutto più in un ottica triste e debole che di speranza e di forza. Forse è quello che avrebbe voluto far intravedere nella sua storia la regista, ma di fatto è l’ esatto contrario che appare più evidente. Tutto infatti è sobrio e mai eccessivo, anche le reazioni dell’ attrice protagonista sono contenute laddove magari vogliono esprimere esagerazione. Un lento viaggio verso l’ indipendenza, l’amore e la ricerca di sè di una donna che vede i suoi anni giovanili sfiorire sotto i colpi incessanti delle lancette del tempo.

( Uno dei momenti fotografici grigi e freddi che ben contestualizzano i fatti)
( Ti metto incinta e sparisco)
Pubblicato in 2009, Drammatico | Contrassegnato da tag blondie, cat power, donne, ella fitzgerald, femminismo, francesca comencini, gravidanza, lo spazio bianco, margherita buy, maternità, Napoli, nina simone, recensione | Lascia un commento »
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