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Solitudini a confronto

- Good Morning Aman – 2009 – ♥♥ e 1\2 -

di

Claudio Noce

Roma, Piazza Vittorio. E’ ormai diventata il fulcro romano della multietnicità e dell’ immigrazione ed è anche la location principale del film dell’ esordiente Claudio Noce. Una location realistica che ci mostra un quartiere popolato da diverse etnie e che si confronta con differenti realtà che vanno dalla povertà al frenetico e incessante  muoversi di persone che si muovono per lavoro o per altre mille ragioni. I due protagonisti sono entrambi caratterizzati dalla solitudine e dalla loro ricerca di un’ identità. Aman (Said Sabrie), giovane ventenne somalo che vive a Roma dall’ età di quattro anni e che vanta un dialetto romanesco perfetto, cerca il suo posto nel mondo in un’ Italia retoricamente caotica e che ha uno scarsa predisposizione all’ integrazione razziale. Teodoro (Valerio Mastandrea) è invece un ex pugile che si è segregato in casa vittima dei suoi sensi di colpa e i suoi errori passati e con in testa l’ indecisione se scegliere la strada del suicidio o continuare quella della depressione e degli psicofarmaci antidepressivi. L’ amicizia apparrà essere per loro l’ unico appiglio possibile in un mondo difficile che li mette all’ angolo. Noce sfodera una regia misurata e colma di realismo e giocando spesso con il fuoco della macchina da presa mette in luce i contrasti e i punti in comune tra i due personaggi. E’ essenziale e decisamente pragmatico il suo punto di vista che immerge lo spettatore in una realtà ai margini dando sfogo sicuramente a punti di grande originalità visiva e di montaggio. Le musiche spesso troncate e i tagli di montaggio netti sono una fulgida prova di quanto sia importante per il regista mostrare soprattutto il lato emotivo reale dei personaggi piuttosto che perdersi in inutili fronzoli musicali che spesso vengono usati nel cinema nostrano per estirpare dai nostri cuori qualsiasi surrogato di emozione. Il regista si lascia anche andare in un finale che ha dell’ onirico, diviso tra passato e presente e immaginazione e realtà che anche se confonde un pò lo spettatore si sposa benissimo con le atmosfere che caratterizzano l’ intero film. Mastandrea tra tutti gli attori è sicuramente il più convincente e riesce a dare al suo personaggio quel senso di ambiguità e angoscia che vive. Al contrario è forse fin troppo enfatizzato e poco chiaro il dialetto di Said Sabrie che lo porta a mangiarsi spesso le parole e a non far capire bene ciò che dice. In compenso forse per la prima volta vediamo una Roma non macchiettistica o da cartolina ma colma di una realtà che spesso nei film non viene mostrata: quella multiculturale. Sicuro pregio del film è quello di mostrarci questo mondo “sommerso”, spesso ignorato, anche se Claudio Noce decide di non osare troppo restando sempre invischiato nel politically correct, che in talune sequenze risulta essere anche banale, e senza mai giudicare i comportamenti dei suoi personaggi. Si limita quasi a volerli documentare e lascia ai suoi spettatori il merito su cosa sia giusto o sbagliato e su quale sia il corretto modo di trovare un proprio posto in questa infida società fatta più di sciacalli chiusi nei loro ruoli sociali da “venditori di automobili” che di semplici persone ancora predisposte ad aprirsi alla sincerità di un’ amicizia.

(Abbracci che sembrano più un appiglio per i due protagonisti)

(Innamorarsi di una prostituta sarà una scelta rischiosa)

- 2012 – 2009 – ♥♥♥ e 1\2 -

di

Roland Emmerich

Il film nuovo di Emmerich, il regista tedesco naturalizzato in America che ha trovato il successo con film della portata di Independence Day e L’alba del giorno dopo, promette come dice lo stesso autore che dopo questa fatica apocalittica sarà impossibile fare di meglio nel genere catastrofico. Il motivo si intuisce immediatamente in quanto il film è venuto a costare 260 milioni di dollari e molti di quei soldi sono stati spesi nella produzione degli infiniti effetti speciali di 2012. La storia, tanto per mettere in chiaro, parte da una serie di premesse scientificamente infondate quali irradiazioni solari capaci di innescare nella Terra un istinto tellurico così potente da far crollare tutto ciò che l’uomo vi ha costruito sopra, dunque città, monumenti, simboli di potere e i loro rispettivi regni. I governi però, in vista di qualcosa che si sperava non accadesse, hanno dato anni addietro l’OK all’idea di un consorzio globale segreto per costruire in Tibet delle navi gigantesche che offriranno alla popolazione mondiale che “vale” un salvataggio sicuro (ma poi vedremo che niente è sicuro) in caso di diluvio universale, cosa che accadrà a causa di giganteschi tsunami. Il tutto è raccontato dal punto di vista della famiglia di Jackson Curtis (John Cusack), scrittore di un romanzo di fantascienza politica venduto in pochissime copie, disgregata, separata fisicamente anche dalla terra che trema sotto i loro piedi mentre tentano la fuga. Scappano dal pericolo e dalla morte, come è negli ingranaggi canonici del genere, svariate volte e trovano il tempo, insieme ad altri personaggi secondari come quello di Danny Glover che interpreta il presidente nero Wilson (evidente richiamo ad Obama, anche se più vecchio), di scegliere di morire da eroi oppure di affondare letteralmente insieme alla propria metaforica nave che è il proprio governo… Vedere anche la terribile ma anche appagante scena del crollo del Vaticano mentre il premier italiano insieme ai fedeli della Chiesa pregano invano un Dio che evidentemente li ignora o semplicemente non esiste. I ritmi di 2012, stimando le dovute pause, sono inverosimilmente travolgenti e da tachicardia. Le distruzioni infernali e imponenti, l’azione da mozzare il fiato. Tutti elementi da film che sbanca di certo al botteghino ci sono e anche amalgamati con ammirevole bravura – al di là degli incassi già enormi, il film quasi più da noi e nel resto dell’Europa che in America sta letteralmente creando scene di ressa e situazioni di insufficienza di posto nelle sale -, ma c’è al di là di questo trionfo spettacolarizzante che fa parte delle origini del cinema una qualche sostanza e poesia? Se in The Day After Tomorrow la catastrofe era il maltempo e la glaciazione e gli attori e i personaggi avevano più tempo per essere approfonditi ed emergere e aprire i loro cuori magari anche al più freddo degli spettatori, in 2012 se si prova a vedere con occhio diverso tutto l’atto finale che fra le tante cita alla stragrande Titanic, troviamo il pensiero che è stato capace di rendere tutto questo assurdo incubo una qualcosa di filosoficamente valido. Quando una civiltà si appoggia su dei principi insozzati alla base dai soldi, dal potere e dalla cecità che questi portano, allora tanto vale fare tabula rasa, e a ciò non ci pensano certo i Maya (che semplicemente nel 2012 segnavano la fine del calendario detto Lungo computo) o altre divinità o alieni… Ci pensa la natura che è cattiva e che, ironia della sorte, alla fine, con la inquadratura finale, mostra i continenti riunitisi come erano originariamente in era primitiva nella cosiddetta Pangea e offre agli uomini una possibilità che probabilmente – ma questa è un’altra storia che rimane da immaginarsi o forse realizzare in una serie alla Lost?, così vociferano – sapranno giocarsi malamente come è semplicemente loro natura. Come dice il personaggio del folle Charlie Frost – interpretato da un geniale e comico Woody Harrelson – Emmerich sa farci divertire e allo stesso tempo ci dà da pensare.

(La scena comica in cui Charlie il pazzo profeta Woody Harrelson 
illustra le sue idee sull'apocalisse alquanto confuse)

(La scena in cui l'oceano nella sua devastazione trascina con sè il cargo 
aereomilitare John F. Kennedy che schiaccia provvidenzialmente la Casa Bianca)

- The Home of Dark Butterflies – 2008 – ♥♥♥♥ -

di

Dome Karukoski

E’ come sempre un peccato che certi film non vengano distribuiti qui in Italia. Il Finlandese The Home of Dark Butterflies (candidato agli Oscar 2009 per la Finlandia) è uno di quei film: duro, sincero e che non perde mai di vista il contatto con la realtà psicologica adolescenziale dei suoi protagonisti. Lascia spesso intravedere attimi di poesia che ben si fondono con la difficile tematica dell’ opera del regista di Cipro naturalizzato finlandese Dome Karukoski. Le vicende narrano di Juhani, un ragazzo che dopo esser inutilmente stato cacciato da tutte le famiglie di adozione viene introdotto in una struttura correttiva situata su un’ isola. Il film si divide in maniera convincente tra i fatti che in tempo reale hanno luogo nell’ isola e una serie di flashback che sono in grado di mostrare allo spettatore il processo di lenta analisi che il ragazzo compie su stesso su un crimine in passato compiuto dai suoi veri genitori e del quale erroneamente se ne è sempre assunto la responsabilità. Il ricorso a tale linguaggio cinematografico (quello del flashback) non è mai banale ma è saldamente legato ai fatti che accadono in tempo reale. Il regista ricorre a tale mezzo solo per far capire le analogie tra gli eventi che accadono al giovane Juhani e quelli passati che altamente influenzano la sua psiche. I personaggi creati intorno al giovane hanno tutti quanti un  ben definito background e riescono a creare un convincente Ensemble di giovani attori. Anche la fotografia è diversamente costruita su due differenti tonalità: una più fredda e dalle tonalità blu scure che caratterizza il passato e una più nitida e circondata sempre di stupendi paesaggi bucolici che riguarda il presente. Ed è proprio la natura che assume un simbolismo chiaro in The Home of Dark Butterflies dove i ragazzi sono costretti per salvare il destino della casa di correzione a sostenere l’ utopistico progetto del direttore Olavi di impiantare un allevamento di bachi da seta. E questo tentativo di nascita (o ri-nascita) sarà ben associato al lento tentativo di Juhani di liberarsi del suo ingombrante passato che non gli permette di vivere adeguatamente la sua vita e  le relazioni sociali, soprattutto quelli con il sesso femminile e la giovane figlia del direttore della quale si è invaghito. E sta in questo distacco finale, da un embrione genitoriale che mentalmente lo bloccava la svolta del protagonista di quest’ opera. Quel distacco che potrebbe portare Juhani a varcare quel mare che lo separa dal mondo, dall’ accettazione di sè stesso. Accettazione che potrà sfociare solamente nella consapevolezza dell’ età adulta.

( Il passato incombe sempre nella vita di Juhani)

(...ma il percorso della speranza è dietro l'angolo)

- L’ Uomo che fissa le capre – 2009 – ♥♥♥ -

di

Grant Heslov

La serietà che può esserci dietro ad una commedia dall’ aspetto puramente demenziale è qualcosa che riguarda l’ ultimo film di Grant Heslov, sceneggiatore di Good Night, and Good Luck. L’ uomo che fissa le capre parla della società americana e della sua storia di un cinquantennio. Una nazione combattuta continuamente tra la paura della guerra e il senso patriottico che spinge alla vendetta. Nonostante vanti un cast decisamente stellare (Ewan McGregor, Kevin Spacey, Jeff Bridges), è George Clooney il vero dominatore del film. Riesce a farlo suo con la spontanea irriverenza e a renderlo il terzo capitolo del suo personale percorso atto a portare alla luce (deridendole) alcune delle più importanti istituzioni americane. Critiche iniziate con Confessioni di una mente pericolosa prima e proseguite con Good Night and Good Luck. Questa volta sono i servizi militari a essere presi di mira e i suoi cosiddetti segreti militari che qui finiscono per dar luce ad un’ armata di uomini dotati in qualche modo di superpoteri psichici. Le citazioni si consumano come fossero pane: si va dal monito militaresco alla Full Metal Jacket a Star Wars e Il Grande Lebowsky (gli amanti dei due celebri film  capiranno anche come mai sono stati scelti proprio Ewan McGregor e Jeff Bridges in quei ruoli). Si ride nel film di Heslov, ma forse un pò troppo da non lasciar tantissimo spazio alla riflessione, puntando forse più ad attirare il pubblico per la sicura verve comica di Clooney che a spingere seriamente il suo pubblico a meditare sul perchè ciclicamente l’ esercito a stelle e striscie si tuffi ciecamente in guerre omicide (e suicide). Ma il film di Heslov è anche una commedia che ironizza sulle convinzioni dell’ essere umano e il suo senso new age e moderno di “volere è potere” (in questo caso talmente enfatizzati da arrivare addirittura a convincersi di poter fermare il cuore di una capra semplicemente fissandola).  Una scena fra tutte è forse quella che maggiormente è spunto di riflessione: quella in cui Clooney dopo aver aperto una cella d’ isolamento  dove un prigioniero viene bombardato da luci e canzoni di un cartone animato americano definisce quanto appena visto: ” Il lato oscuro”. E sarebbe proprio splendido se si potesse solo ridere su tutto questo. Ma purtroppo sappiamo tutti che non è così.

( L' esercito degli hippie)

( Tutto si può con i poteri psichici: anche fermare il cuore di una capra)

- Marpiccolo – 2009 – ♥♥ e 1\2 -

di

Alessandro Di Robilant

E’ stato da molti definito il Gomorra Tarantino l’ ultimo lavoro di Alessandro Di Robilant. Per alcuni versi è anche meglio (detto da chi come me ha sempre ritenuto il film di Garrone un lavoro decisamente sovrastimato), anche se non di certo per il valore moralistico e dottrinale che soprattutto nella parte finale vorrebbe comunicare agli spettatori. Al contrario del film tratto dall’ ormai celebre romanzo di Saviano Di Robilant si concentra su una sola storia, su un unico protagonista: Tiziano (interpretato superbamente dal giovane Giulio Beranek) e i suoi amici e familiari. La Taranto di Marpiccolo è una città dove non è facile crescere. Sommersi dall’ inquinamento dell’ Ilva la criminalità sembra l’ unica scappatoia per “sopravvivere”. La fotografia del film (i toni sono sempre contraddistinti dal grigio) mette ben in evidenza lo stacco che c’è appunto tra questa scelta di sopravvivenza criminale e quella che rappresenta il sogno di vivere andandosene via da un posto che non permette neanche di respirare. Il rosso del vestito della ragazza di Tiziano e l’ arancione della sua moto sono gli unici colori accesi di tutto il film, simbolo degli unici due elementi “puliti” e vivi in una città che sta affondando nelle malattie che i suoi stessi abitanti hanno originato. Il film fa del suo punto di forza l’ approccio psicologico ai personaggi. I personaggi sono infatti ben delineati. Soprattutto il protagonista Tiziano è ben disegnato nei suoi rapporti familiari con la madre impavida lottatrice di cause comuni come l’ abbattimento di una torre ripetitore, con la sorellina piccola amatissima e con il padre fallito e giocatore disperato di videopoker. Tiziano prova a voler scappare da quel mondo ma ne viene risucchiato, forse in maniera fin troppo didascalica e prevedibile, costretto ad eseguire gli ordini del manipolatore boss di quartiere ( interpretato dal molto convincente Michele Riondino). Risultano estremamente forzate le allusioni alla cultura come possibile via d’ uscita dal mondo della criminalità che la professorina Valentina Carnelutti sembra insistentemente voler far capire al nostro Tiziano regalandogli il Cuore di Tenebra di Joseph Conrad. Così come è fin troppo moralistico l’ invito dell’ educatore interpretato da  Giorgio Colangeli a non lasciarsi prendere in giro da un mondo che mette l’ uno contro l’altro anzichè trovare nella cooperazione la via comune di miglioramento. Peccato per tutte queste forzature o alcuni erroracci, molti anche sceneggiativi (Tiziano uccide il suo uomo e dopo fugge a piedi anzichè in moto).  Sono complici della non totale completezza di quest’ opera nostrana che vanta sicuramente di un ottimo realismo grazie soprattutto al suo notevole, ma non noto, cast.

( Omicidio e fuga a piedi con la moto appena dietro le spalle...errore grossolano!)

( Le pericolose uscite estive in riformatorio)

    Locandina La Nobildonna e il Duca

    – La Nobildonna e il Duca – 2001 – ♥♥♥♥ -

    di

    Eric Rhomer

Dopo un periodo di retrospettiva rhomeriana, giungo finalmente alla visione de La nobildonna e il duca (L’inglese e il duca) e mi accorgo di essere davanti a un film assolutamente senza precedenti. Rhomer, che in tutta la sua filmografia precedente a questo è sempre stato pur diversamente dagli altri comunque appartenente alla scuola di cinema della nouvelle vague ossia della rappresentazione di situazioni e ambienti naturali, sovverte i suoi abituali schemi di regia e compone una opera d’arte difficile e complessa, in cui a brillare e a rimanere nel cuore dello spettatore certamente non sono le scene in interni in cui la realmente esistita scozzese e ‘realista’ Grace Elliott, in trasferta francese, entra nel vivo della vibrante Rivoluzione Francese. A rimanere impresse sono le numerose tavole prospettiche dipinte da Jean Baptiste Marot che ritraggono la Parigi del 700 e che al suo interno, grazie al digitale e alla computer grafica, finalmente Rhomer è riuscito ad integrare con azione e attori creando un piccolo kolossal politico francese che ha avuto in mente per una decina di anni. Il risultato è un ibrido di tecnica in cui si uniscono la moderna arte del compositing e l’arte sublime del fondale appartenente al cinema classico – ma ad appartenere a questo sono anche le inquadrature ravvicinate degli attori e la loro stessa recitazione. Il risultato è un film che si dilunga in chiacchiere indiscutibilmente tendenti all’annoiare il pubblico medio, come tutto il cinema Rhomer, ma trattasi di chiacchiere solo in apparenza futili poiché in tutta l’opera di questo regista fuori dalle righe i suoi personaggi sono esseri pensanti che per forza di cose devono scontrarsi con la dura realtà sociale a cui appartengono pur non sentendovisi integrati. Un errore che si commette spesso davanti ai suoi film è proprio quello di osservarne oggettivamente i protagonisti e reputarli incapaci e bloccati dalla ragione, insomma considerarli pazzi. Rhomer, come il più grande entomologo, riesce invece a creare delle psicologie, cosa assai rara nel cinema odierno, e diventa inevitabile per il godimento e la comprensione del film immedesimarsi nella vicenda, anche se può risultare difficile in quanto viene stavolta narrata dal punto di vista di chi la Rivoluzione la critica. Il finale, in cui pullulano vari attori del cinema rhomeriano in alcuni gustosi cameo, è appagante come tutta l’estetica del film, disconosciuto aimè dalla patria di Rhomer, ma fortunatamente lodato a Venezia. Certo, non è Barry Lyndon, ma comunque nell’ambito del cinema in costume si offre una ricostruzione dell’epoca narrata stranamente più veritiera di quando si ricostruisce in fiction nei teatri di posa Hollywoodiani o di Cinecittà.

( La presa della Bastiglia... da molto lontano)

(Grace finisce in prigione)

- La Battaglia dei Tre Regni – 2009 – ♥♥♥ -

di

John Woo

John Woo ritorna a casa e lo fa stupendo il cinema cinese con un kolossal da ottanta milioni di dollari, decisamente il film più costoso della storia del cinema della nazione dalla Grande Muraglia. E ciò che vien subito da pensare è che con gli action movie il regista cinese ci sa fare. Reduce da un Mission: Impossible 2 spettacolare ma non entusiasmante come il primo capitolo ha sicuramente dato maggior prova delle sue capacità da regista d’ azione in Face\off. Nella sua ricostruzione della leggendaria Battaglia dei Tre regni, avvenuta nel 208 D.C. durante la dinastia Han, John Woo trasforma anche la guerra in uno spettacolo visivo e musicale che rende le spade , le armature e gli scudi ornamenti coreografici di una danza battagliera. Da noi arriva dimezzato (la durata dell’ originale film in Cina era di quattro ore) ma non perde comunque la furia visiva che il film intende mostrare grazie soprattutto a un montaggio serrato e di ottima fattura. Troppo grossolano l’ uso del digitale che molto spesso non è così realistico soprattutto nella sequenza tanto cara a Woo delle colombe spie che attraversano volando l’ intero campo di battaglia. Ma questa lacuna viene ben compensata dalle ottime capacità recitative dell’ intero cast che nonostante sia spesso costretto a sfoggiare un eroismo cameratesco un pò infantile dato dai loro personaggi riesce sempre a essere convincente. Ci sono poi tutti gli elementi umani pronti a colpire dritto al cuore di ogni spettatore anche se  i profili psicologici sembrano così nettamente tracciati da risultare usciti da una favola eroica per ragazzini cinesi. Il resto è eroismo di chi riesce a vincere una battaglia nonostante l’ inferiorità numerica. Vicende che a noi occidentali ci fanno rimembrare battaglia come quella delle Termomili o di Poitiers. Sembra con questo film che anche la Cina voglia entrare nel mercato delle pellicole ad alto budget che tanto contraddistingue Hollywood. Quelle pellicole destinate al puro intrattenimento visivo realistico, ma che seppur confezionato bene, come in questo caso, restano pur sempre dei prodotti commerciali. Sembrano quindi lontani i tempi di Lanterne Rosse, della sua  fotografia calda (qui sostituita da una più cupa e grigia) e della sua impostazione da cinema  d’ essai. Si lascia apprezzare, in definitiva, La Battaglia dei Tre Regni per le lunghe battaglie rese appassionanti soprattutto per le scaltre strategie militari. Molto meno per la scelta di un software digitale che spesso risulta essere visivamente imbarazzante o per la decisione del mercato cinese di lanciarsi nel mondo dell’ intrattenimento. De gustibus non est disputandum.

(Parte dell' imponente esercito di Cao Cao)

(Il fuoco è l' unico elemento fotografico rosso rimasto al film cinese)

- Il Nastro Bianco – 2009 – ♥♥♥♥ -

di

Michael Haneke

Una voce fuori campo narra l’ intero film. E’ quella di un anziano maestro di scuola che racconta i fatti avvenuti tra il 1913 e il 1924 in un piccollo villaggio tedesco, quando lo stesso narratore aveva 31 anni. Ma i veri protagonisti sono i bambini del villaggio: impenetrabili e silenziosi, abituati ad ubbidire in silenzio al potere autoritario delle tre più importanti figure del villaggio (il dottore, il pastore e il barone). Haneke, da sempre interessato alla perversione umana (il regista è inoltre studioso di psicologia e filosofia) dà vita ad un film che attraverso un bianco e nero composto mette in scena una sequenza di strani fatti che hanno un crescendo in orrore quanto in mistero e inspiegabilità. E quanto più misteriosi restano i fatti ai quali assistiamo tanto più lucida è invece la riflessione su una società nella quale niente è come appare. Nulla di tutto quello che è apparentemente sostenuto dal sistema politico o religioso di quel villaggio è in realtà idilliaco, ma è solo l’ inizio di un processo psicologico che culminerà in Germania vent’ anni più tardi con le atrocità del nazismo. Ed è lento il film di Haneke, forse troppo freddo e gelido per il comune spettatore medio che non potrà evitare nel finale di essere insofferente alla scelta di lasciare irrisolti i misteri di quel villaggio. Ma se si vuole capire Il Nastro Bianco occorrerà guardarlo per la sua riflessione, per il suo lento documento che meticolosamente ci lascia osservare la nascita di piccole personalità fredde e impassibili. Bambini che in nome della tanto decantata innocenza che rappresenta il nastro bianco (simbolo che sono obbligati a portare al braccio) ubbidiscono senza batter ciglio alle umilianti punizioni che i loro “educatori” infliggon loro. La macchina da presa di Haneke si muove tra le vicende sottraendo allo spettatore la verità. Riesce ad angosciare e inquietare i suoi spettatori con un orrore che non si vede che è sempre in penombra ma che è sempre lì nell’ aria per tutta la durata della pellicola. Come una fotografia, che ricorda tanto le opere di BergmanHaneke analizza in maniera psicoanalitica un pezzo di Germania che è sull’ orlo della catastrofe che dagli anni 30 fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale porterà la suddetta nazione europea a mutare radicalmente il suo destino. I dialoghi sono tutti pervasi da una lucida freddezza e lentezza che tiene col fiato sospeso ogni spettatore. Ogni spiegazione data ai bambini dalle loro figure educative di una punizione o di qualcosa che riguarda il mondo adulto è autoritaria e piena di quella rigidità che spesso ha anche contraddistinto il fondamentalismo religioso. Vince la Palma d’ Oro a Cannes sostenuto dal senso di angoscia che trasmette. Silenzioso (non vi è traccia di colonna sonora). Lento ma attento nell’ analizzare origini psicologiche del male. Analitico soprattutto in quel lungo campo finale nel quale non si scopre nulla di nuovo e i personaggi si limitano a muoversi sul campo d’azione.

( L' Obbligo di portare quel segno di purezza)

( E Obblighi di rigida reverenza)

- Diary of Dead – 2009 – ♥♥♥ e 1\2 -

di

George A. Romero

Non era di certo difficile pensare che la nostra “gloriosa” distribuzione cinematografica italiana facesse giungere l’ ultimo Horror di Romero in così pochi cinema (si possono contare sul palmo di una mano). Perchè non si tratta solo di Horror ma di “political horror” decisamente poco “politically correct”. Diary of Dead utilizzando il punto di vista esclusivo di due videocamere utilizzate dagli stessi protagonisti del film, di telecamere di sorveglianza e videocamere di telefonini è un apologo politico sulla società americana e la sua paura del terrorismo. Un terrore che non viene da fuori ma che è nascosto dentro di noi, in ogni luogo. Infatti nel film chiunque muore è destinato a risvegliarsi e diventare uno zombie “mangia umani”. Ma ancor prima è un film sull’ informazione che ci circonda oggi: quella falsa data dai media a confronto con quella libera su internet che però spesso è eccessiva e confusionaria. E non è quindi difficile pensare ai perchè in un paese come il nostro, che al momento vive proprio questo dilemma informatico un film come questo sia stato così ampiamente censurato dalla distribuzione. La visione in soggettiva ricorda i precedenti REC e Cloverfield, tra i quali il film di Romero si pone esattamente al centro avendo sia la critica verso l’ ossessione delle persone di riprendere tutto (Cloverfield) sia l’ angoscia provocata dalle claustrofobiche riprese in presa diretta che accrescono la suspence (REC). Il voyerismo al quale oggi tutti noi siamo sottoposti trova il suo massimo sfogo nella pellicola horror di Romero nel quale i protagonisti sono del tutto assuefatti dagli orrori della morte e incuranti del rischio preferiscono continuare a riprendere quasi compulsivamente che scappare. Ciò che sicuramente c’è da dire è che il film di Romero è sostanzialmente  un film indipendente che è prodotto con un budget limitato (nonostante l’ ottima fattura del trucco artigianale sembrerebbe non far pensare lo stesso) e che critica fortemente gli attuali teen horror che pur vantando di finanziamenti ben superiori finiscono per riproporre sempre i medesimi format comunicativi del cinema horror standard. In Diary of Dead c’è invece una voglia di evoluzione e di innovazione: la dimensione inscatolata che relegava i protagonisti in un’ unica location che poteva essere una casa, una soffitta o un supermercato qui trova sfogo in un on the road movie che fa attraversare ai suoi personaggi una Pennsylvania colma di svariati quanto differenti microcosmi rurali. L’ unico rammarico resta quello di non vedere mai decollare il quinto film della saga dei morti viventi di Romero. Ci scorre davanti gli occhi quasi come fosse un telegiornale, del quale passivi non possiamo che essere spettatori, anche se non sempre coinvolti emotivamente. La natura umana per Romero non è poi così differente da quella dei suoi zombies. Ognuno è comunque ossessionato da qualcosa. Chi spinto dall’ istinto di uccidere e mordere i vivi. Chi invece è maniacalmente preso dal documentare tutto, anche la morte.

diary-of-the-dead

(Riprendere tutto...anche poco prima di morire)

(Zombie artigianali ma verosimili)

- Orphan – 2009 – ♥ e 1\2 -

di

Jaume Collet-Serra

Sembrerebbe che ancora una volta i bambini demoniaci o cattivi conquistano una pellicola Horror. Ma l’ apparenza inganna sembra volerci dire il barcellonese Jaume Collet- Serra, che in una Toronto dove nevica sempre e la perenne neve sulle strade sembra non provocare alcun problema alla guida spericolata delle auto canadesi porta in scena un enigma familiare che gioca sulla solita paura originata dall’ elemento deviante che mette a repentaglio le vite dei propri cari. E la “povera” orfanella Esther di devianze ne nasconde molte, ma soprattutto un segreto che una volta scoperto dagli spettatori toglierà ogni attrattiva al film. La coppia genitoriale Vera Farmiga e Peter Sarsgaard sembra non accontentarsi di avere già due figli, una dei quali problematica già abbastanza (affetta da sordomutismo dalla nascita), quindi decide di adottare una piccola orfanella che viene dalla Russia, dalle maniere apparentemente molto educate e con una passione per gli abiti  retrò. La telecamera del regista spagnolo si muove in maniera scontata in una casa stranamente isolata dal design ultramoderno riprendendo scene crudeli e fine a se stesse che sembrano avere come  unica ragione quella di riempire le due lunghe ore del film con attimi di truce suspence. La sceneggiatura non riesce a mantenere la credibilità in molti punti (in maniera inspiegabile la piccola figlia sordomuta si fida di lei per gran parte del film e in maniera altrettanto non credibile sembra più facile per l’ orfanella manipolare tutte le persone che ha intorno piuttosto che queste fidarsi reciprocamente delle proprie versioni dei fatti. Tutto si salva nel finale dove il fatidico segreto che Esther (interpretata dalla brava undicenne Isabelle Fuhrman) conserva risulta essere la parte migliore dell’ intera sceneggiatura. Il film ha dato sfogo nei puritani States a polemiche da parte di alcune associazioni infantili che hanno incolpato il film di scoraggiare l’ adozione dei minori. Personalmente non vi alcuna presa di posizione in merito nel film che sembra più volersi concentrare sulle dinamiche psicologiche che si creano all’ interno di una famiglia quando un nuovo componente ne distrugge l’armonia iniziale. E se non fosse per l’ infinito non realistico susseguirsi di eventi che soffocano una risata nell’ angoscia provocata dalla violenza di un gesto forse anche gli ottimi titoli d’apertura e titoli di coda avrebbero potuto far da contorno a un horror al cardiopalmo. Così non è.

( Io ti dico quello che devi fare e tu lo fai in barba a mamma e papà...)

( Quale segreto si cela dietro un corpo da bambina)

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