7 febbraio 2010 di dylandave

- Il Quarto Tipo – 2010 – ♥ e 1\2 -
di
Olatunde Osunsanmi
Milla Jovovich introduce questo film tenendo a specificare che gli avvenimenti che seguiranno sono tutti veri. Questa è sicuramente una scelta che ha il solo scopo di sensibilizzare il suo pubblico alla visione di materiale realmente accaduto ( o presunto tale) e quindi alzare dentro la nostra testa il livello di adrenalina. E non a caso questa è proprio la linea che molti film horror moderni stanno adottando forse per trasmettere l’ illusione agli spettatori che tutto sia vero, e di conseguenza tenerli maggiormente incollati agli schermi. Tutto nacque anni fa con Blair Witch Project e dopo quello molti altri film adottarono la stessa linea di “terrore” entrando così a far parte di una schiera di horror ben poco originali. C’ è da dire che le atmosfere di questo Il Quarto Tipo, che riprende il termine dal celebre film di Spielberg aggiungendo però un grado in più, sia per il loro essere cupe o per le immagini mosse e amatoriali della parte che si dice sia reale funzionano e riescono a raggiungere il risultato da loro ambito: spaventare lo spettatore. Questo effetto però lo si deve soprattutto grazie alle scene pseudo amatoriali che a quelle fictionali prive del tutto di uno spessore sceneggiativo e recitativo, con una Milla Jovovich che molto spesso non sa se ci crede nemmeno lei nella parte che sta interpretando. I riferimenti e le citazioni a film precedenti si consumano e spaziano dalle numerose sequenze in corsa in stile Blair Witch a quella d’ autore tratta da Twin Peaks (“I Gufi non sono sempre quello che sembrano”). Nella storia vengono inseriti elementi di psicoterapia e l’ intero dubbio amletico sui rapimenti alieni si sviluppa proprio grazie a delle sedute terapeutiche durante le quali la psichiatra Abbey ipnotizza uno dei suoi pazienti tentando di trarre da lui memorie inconsce di questo cosiddetto rapimento alieno. Il risultato è che anche lei sembra venir rapita e l’ intero film si tramuta in un turbinio di urla e di riprese in movimento, intervallate da split-screen frequenti e di dubbia utilità (gli attori in qualche modo dovevan pur recitare) delle immagini reali e di quelle finzionali. Insomma tutto creato allo scopo unico di far immedesimare lo spettatore ma molto meno con quello di creare una sceneggiatura vera e propria . Verrebbe quasi da identificarlo come un mockumentary questo Il Quarto Tipo, se non fosse che l’ intera opera di produzione lo sponsorizza come un horror. E allora forse è solamente un mezzo per far sussultare lo spettatore e introdurlo nel dubbio dei rapimenti alieni. Ma quello che personalmente mi chiedo è: avevamo veramente bisogno di questo dubbio? O era meglio restare con l’ immagine aliena di ben altre opere più poetiche come E.T.?

(Una delle poche scene che funziona...ma solo per far sussultare)
(Molto meno lo è la Jovovich)
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30 gennaio 2010 di dylandave

- Dorian Gray – 2009 – ♥ -
di
Oliver Parker
Oliver Parker sceglie la strada di rielaborare il celebre capolavoro di uno dei pilastri della letteratura mondiale come Oscar Wilde. Decide di non “sminuirlo” allo straordinario manifesto della letteratura e dell’ ideologia edonista, ma di renderlo un vero dark con tanto di presenza demoniaca finale ed effetti speciali degni di un horror. La domanda è : era veramente necessario solcare tale strada per rendere onore al romanzo del celebre scrittore oppure si tratta soltanto di una trovata puramente commerciale per introdurre il personaggio letterario a un pubblico soprattutto giovanissimo? Sicuramente il budget dietro c’è e non è da poco (se si ricordano le frequenti pubblicità su Italia 1, la tv dei giovani a detta di Mediaset), così come anche c’è l’ evidente tentativo di soffermarsi in particolari edonistici non a caso in linea con quelli della nostra società (come i piaceri sessuali). Ciò che nel romanzo di Wilde quindi è sottointeso, nel film di Parker è sempre in bella vista e già questo basterebbe per far inarcare un sopracciglio a tutti gli estimatori del romanzo. Ma il punto è che si tratta di un film e quindi bisogna analizzarlo come tale. Ed è proprio nel film infatti che Parker decide di usare tecniche molto di moda e decisamente giovanilistiche come i frequenti usi del dolly o i frequenti cambi di location che hanno come scopo quello di allietare la bellezza della fotografia e delle immagini sminuendo del tutto la forza della storia. La confusione in effetti è frequente quando ci si sente sballottati da un bordello della Londra vittoriana all’ altro, passando da un teatro malfamato a una residenza vittoriana con una facilità estrema e senza il minimo di raccordo visivo. I personaggi appaiono più come delle figurine messe lì e usate solo dal punto di vista visivo e per nulla da quello introspettivo. La matrice omosessuale del trio Dorian-Henry-Basil qui viene sviluppata in maniera semplicistica relegando il pittore Basil al ruolo dell’ omosessuale attratto da Dorian, il personaggio di Henry (un salvabile Colin Firth) viene visto come la guida di vita e Dorian (un impostato Ben Barnes) che decide di sporcarsi l’ anima saltando da una gonnella all’ altra. Alla fine quello che resta sono soltanto scene un pò glamour di sesso che fanno invidia al migliore degli spot di Dolce e Gabbana, e una musica fastidiosissima che vorrebbe trascinare l’ intero film in una sorta di pomposo inno alla giovinezza. Come se tutto questo non bastasse a deturpare il ricordo del vero Wilde e a confondere quello dei più giovani profani del vero personaggio dell’ opera letteraria il finale viene reso in chiave decisamente horror introducendo effetti speciali così di cattivo gusto da far rammentare l’ inarrivabile mummia computerizzata dell’ omonimo film (La Mummia di Stephen Sommers). Insomma al modernità ha un prezzo sembrerebbe voler dire Oliver Parker. Ma decisamente a volte sarebbe meglio non doverlo pagare noi spettatori.

( Piacere secondo Parker: Sesso, Sesso e poi ancora Sesso)
(Somiglierò al vero Dorian?)
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28 gennaio 2010 di dylandave

- Tra le Nuvole – 2010 – ♥♥♥ e 1\2 -
di
Jason Reitman
Essere un tagliatore di teste ed esserne felice non è di certo cosa da tutti. Ma Ryan Bingham (George Clooney) è entusiasta di viaggiare giornalmente da un punto all’ altro degli States per licenziare persone, con in mente l’ unico sogno di raggiungere il prestigioso club da dieci milioni di miglia. L’ idea di condurre una vita senza legami è la sua strada verso la felicità e sembrerebbe essere disposto a difenderla a qualsiasi costo. Fino a quando non incontra la “sè stesso con la vagina”, Alex (Vera Farmiga) e allora tutte le sue certezze iniziano ad assumere connotati di dubbio. Jason Reitman, straordinario regista al suo terzo film e che vanta una chicca come Juno, è capace di partorire una commedia che in maniera schietta e veloce parla di due (e forse anche di più) dei problemi più in voga nella nostra frenetica società moderna. Uno di essi è fictionale e l’altro invece è più realistico e sviluppato con l’ausilio di una ventina di veri disoccupati che non tra i veri attori riescono a non sfigurare per nulla. Quella del licenziamento è una realtà americana che raramente è discussa e che si sta propagando anche qui da noi e in grado di sviluppare numerose e differenti reazioni nell’ indole degli esseri umani. Molte di queste reazioni sono ben esplicate nei personaggi che Reitman per brevi momenti fa esprimere nel suo film, alcune di esse sono tragiche altre meno ma tutte sono in qualche modo cercate di esser placate dalla bufala del programma sostitutivo che propone la compagnia per la quale il signor Bingham lavora. Il personaggio di Ryan è ben interpretato anch’ egli da Clooney ed è un pò il simbolo del capitalismo moderno quello che nasconde gli egoismi e il materialismo dei soldi dietro le belle parole e il savoir faire di un bel sorriso e di un ottimo abito con mocassini firmati. Dall’ altra parte c’è uno stuolo di persone che vive di affetti, famiglia e valori che sembrano ormai sempre più perdersi e che si vede strappar via i sacrifici lavorativi grazie ai quali ha costruito proprio tutti quei valori. Tra le nuvole è un pò il confronto tra due mondi: quello che vede la libertà come il non creare una famiglia e che vede l’amore solo come una parentesi della vita e quello che al contrario trova proprio in questo sentimento e nel valore della famiglia il senso della propria vita. Clooney è in grado questa volta di metter da parte il suo solito giocare con le espressioni facciali e qui è in grado di tirar fuori un vero e proprio personaggio con variegate sfaccettature che hanno il culmine nel suo cambio di vedute sul suo stile di vita. Reitman è ancora in grado di trovare una sceneggiatura convincente che con leggerezza e i toni tipici da commedia è in grado di parlare di un problema serio americano e mondiale e che dà luce nel finale a una riflessione profonda sulla nostra società. Il bisogno di avere un copilota nella nostra vita in grado di saperci assistere durante i momenti più cupi della nostra vita è un’ esigenza indispensabile o non necessaria? E’ un pò quello che sembra domandarsi il personaggio di Clooney e anche un pò lo spettatore coinvolto in prima persona nella visione di questa delicata commedia. Commedia che però è in grado di sovvertire un pò i canoni standard che questa sembra da tempo aver assunto. Il finale è infatti umoristico e al tempo stesso amaro ma privo del tutto di quel connotato consolatorio che molto spesso questo genere cinematografico possiede. Ma soprattutto è una commedia in grado di tenere il suo punto di vista sulla vita (quindi quelli personali di ognuno di noi) ben aperto agli eventi così come fa il suo protagonista che passa da frasi come “La vita è movimento” a quelle come ” La vita è meglio se in compagnia”. Morale della favola: meglio essere aperti alla vita e ai cambiamenti, di qualsiasi genere questi siano, e soprattutto in una società così carente di stabilità come quella odierna.

( Sarà una nuova vita quella di Alex e Ryan?)
( O trionferà la vita da single del cielo?)
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24 gennaio 2010 di dylandave

- A Single Man- 2010 – ♥♥♥♥♥ -
di
Tom Ford
Di eleganza Tom Ford sicuramente se ne intendeva, essendo stato per anni lo stilista di Gucci o di Yves Saint Laurent, ma di certo che fosse dotato di un tale portamento cinematografico nessuno se lo sarebbe mai aspettato. E lo esprime con coraggio portando sugli schermi cinematografici un film tratto dal romanzo di uno dei più grandi scrittori del secolo scorso inglese (Christopher Isherwood), ed essendo in grado di esprimere concetti introspettivi con una convinzione visiva degna di una regia decisamente esperta. La storia narra dell’ ultimo giorno di vita di un uomo solo (come recita il titolo italiano della novella di Isherwood), che si confronta da anni con il vuoto apportato dalla scomparsa prematura del suo compagno, sul quale aveva investito ogni progetto di vita. Il tutto è sviluppato su due diversi spazi temporali: quello presente e quello dei pensieri del protagonista George (Colin Firth) che in svariati momenti ricorda gli attimi trascorsi in compagnia del suo scomparso Jim. Tom Ford cura ogni piccolo dettaglio di questa ultima giornata, sia visivo che introspettivo. Attraverso due diverse tonalità fotografiche riesce ad imprimere gli stati interiori del suo protagonista che è ormai circondato da un incessante scorrere di personaggi nella sua vita privi di colore e grigi. Solo in sporadici fugaci attimi tutto assumerà delle tonalità più vivide per lui riuscendo a fargli sentire quello che della vita è sempre stato lì ma che a causa della sua solitudine e del suo dolore di rado riesce a percepire. Efficaci sono anche i rallenty che il regista mette in atto quando inquadra il suo vicinato per esprimere quel senso di immobilità e vacuità che secondo lui lo circonda e che vede personificato nei suoi vicini. I ricordi hanno quasi tutti caratteristiche iconografiche che tendono a mostrare Jim quasi come fosse una vera e propria musa ispiratrice di George, incapace di innamorarsi delle donne, nonostante in qualche modo se ne senta attratto fisicamente. Ogni dettaglio espresso dalla macchina da presa di Ford è uno specchio di quella che è la sua concezione di eleganza e di bellezza. Tutto sembra essere al suo posto anche nelle movenze degli attori e nei costumi. Persino gli accessori o il trucco dei suoi personaggi finiscono entrambi per avere un loro ruolo, spesso espresso grazie alle inquadrature effettuate con l’ausilio di efficaci macro. Julianne Moore è perfetta e quasi divina nel ruolo dell’ eterna amica-innamorata e allo stesso tempo sofisticata ma che George non riesce proprio a contraccambiare. Sicuramente da Oscar è Colin Firth in grado senza mai esagerare di imprimere al suo personaggio una vasta gamma di emozioni espresse e latenti che trovano in quasi tutte le sequenze la naturalezza delle più grandi interpretazioni di tutti i tempi. E’ aiutato sicuramente da una sceneggiatura che seppur ispirata da un efficace romanzo non è mai scontata nè noiosa ma che fa dei suoi dialoghi la vera colonna portante dell’ intero film. Un personaggio quello di George che vive da tempo con la pistola in mano, arma con la quale ha un rapporto quasi metafisico, e che fa del suo passato l’ espressione vitale del suo futuro. Ogni tassello del suo passato, infatti, sembra trovare un perfetto incastro di ogni suo stato d’ animo presente che andrà quindi inevitabilmente a condizionare il suo futuro. Fa sicuramente discutere e ancora una volta rammaricare la scelta delle case distributrici italiane di portarlo in pochissime sale, anche perchè decisamente azzoppato dallo stesso giorno di uscita di un colosso come Avatar. Film ed esordi come questo credo debbano essere valorizzati molto di più in un paese come il nostro che sembra vivere anch’ esso, cinematograficamente, della propria eredità del passato.

(Uno dei pochi attimi di colore nell' ultimo giorno di George...)
(...attanagliato spesso da ricordi iconografici)
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21 gennaio 2010 di dylandave

- Avatar – 2010 – ♥♥♥♥ -
di
James Cameron
C’è una propensione nell’ uomo (soprattutto se americano) a colonizzare ambienti incontrastati, rubando risorse naturali nella totale noncuranza delle possibili popolazioni indigene del Nuovo Mondo di turno. In Avatar, kolossal in 3D di James Cameron, acclamato regista di Titanic, questa Nuova Terra si chiama Pandora e potrebbe benissimo essere paragonata a qualsiasi landa o Nazione che l’ uomo negli ultimi 500 anni ha tentato di strappare agli usi e costumi degli abitanti del posto. Soprattutto negli ultimi decenni questa colonizzazione ha forse assunto diversi nomi (guerra lampo, guerra preventiva, lotta antiterroristica), ma la sostanza non è poi molto differente. Celata sotto il termine dai connotatati pseudo positivi e il suono un pò cool, “civilizzare” è diventato un vero must di questi tempi per i governi mondiali dei paesi ricchi. Certo, occhi meno attenti probabilmente vedranno solo la sceneggiatura molto americana e poco originale di un esercito di marines deciso a lanciarsi in una guerra distruttiva e di un popolo (nazionalista) che vuole difendere la propria terra a suon di motti anche questi decisamente americani. Il film può ben dirsi ‘epico’ per l’indubbia superiorità tecnologica e per l’evoluzione apportata al metodo della performance capture (l’ attore recita con indosso dei marcatori che trasmettono la sua “prestazione” a degli appositi computer che di lui creano un personaggio stilizzato digitalizzato). Ma oltre a tutto ciò – come se già non bastasse – in Avatar c’è molto sottotesto. Forse non sempre approfondito in maniera adeguata, ma c’è sicuramente più che in molti altri film sovvenzionati dallo Stato e che di temi come questi non ne discutono minimamente. Un esempio tra tutti è l’ ecologismo e quel significato di Madre Natura che solo nei migliori cartoni animati del maestro giapponese Myazaki si è tanto discusso e così di rado viene tirato in ballo nel cinema hollywoodiano. Quel senso di Natura vista come una vera e propria energia panica che scorre dentro e tutto intorno a noi e che ci mette in collegamento – oggi solo virtualmente, ma su Pandora concretamente – con tutti gli esseri viventi, piante e animali. Cameron ci ammonisce, dobbiamo rispettare madre Natura, questa divinità, nuovissima ma primordiale, se vogliamo ancora convivere pacificamente su questo pianeta. Non mancano poi i riferimenti alla Storia Americana e alla sua conquista del West prima e dei possedimenti petroliferi oggi . Certo Avatar segna un’ era di cambiamento , perchè da oggi sarà possibile che gli attori siano ancora meno limitati dal loro fisico e dal loro corpo , e saranno in grado, proprio come lo è il protagonista Jake,paraplegico, di entrare nel corpo più potente di qualsiasi altro personaggio , abbattendo le frontiere della fisicità e puntando magari maggiormente sulle qualità emozionali o espressive del volto.C’è sicuramente una discussione molto complessa da approfondire in merito al rapporto tra uomo e virtuale e a quella tendenza moderna di tuffarsi nelle comunità internet fino a renderle una vera e propria Second Life che se priva di qualsiasi controllo potrebbe finire per divenire la nostra “First”. E soprattutto il riferimento a quei meno fortunati (non a caso il protagonista è un invalido) che molto spesso vedono in quel virtuale il loro unico rifugio, delusi da una realtà fatta di belli e pupe fintamente perfette che molto spesso non permette loro di inserirsi adeguatamente. Certo tutto questo è celato in Avatar e non approfondito, forse perchè Cameron tutto sommato vuole mantenersi in un ambito decisamente politically correct. Nascosto dietro una sceneggiatura che di certo non fa sognare più di tanto e che forse è proprio quella pecca che non permette a questo kolossal digitale di essere veramente un capolavoro. Certo è che, magari con gli occhialetti giusti, il massimo sarebbe riuscire a ricreare un mondo come Pandora, con meno guerre o civilizzazioni e molta più colma di quell’ energia primordiale che se semplificata può essere chiamata amore.
(Recensione editata da Caterina Romaniello)

( Primi passi con l' apprendimento degli usi e costumi del luogo)
(Il senso errato di civilizzare)
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18 gennaio 2010 di dylandave

- Io, Loro e Lara – 2010 – ♥ e 1\2 -
di
Carlo Verdone
Ci ha abituati, ormai, Carlo Verdone ai suoi personaggi in preda alla crisi di mezza età sia che essi siano uomini sposati, single e questa volta anche preti. Si perchè vorrebbe essere una novità quella di rendere protagonista di questa crisi un uomo di fede ma invece finisce per essere sempre il solito Verdone e forse tra i peggiori. E non solo il suo protagonista ma anche gli elementi all’ interno del suo ultimo film sembrano tutti essere un grande rimpasto delle sue migliori commedie drammatiche. Non è difficile infatti scorgere le analogie nel rapporto tra il protagonista e Lara (una Laura Chiatti che punta come sempre più sulla fisicità che sulla recitazione) con il Sono Pazzo di Iris Blond e “l’ iniziazione” di un quarantenne, in questo caso prete missionario, al mondo dissoluto giovanile. Oppure accostare le tendenze depressoidi e problematiche di Don Carlo Mascolo (Carlo Verdone) a quelle del Verdone di Maledetto il giorno che t’ ho incontrato. Anche la scelta di rendere il prete un modello contemporaneo e un pò alternativo di uomo religioso risulta essere costruita in maniera decisamente sempliciotta e superficiale così tanto che dopo una buona mezz’ ora ci si dimentica anche che egli sia un missionario e lo si inizia a guardare soltanto come un uomo semplice spogliato da qualsiasi abito talare. I personaggi secondari che circondano il protagonista riesco a fare anche peggio: sono tutti delle pure macchiette piene zeppe di stereotipi di ogni tipo. Spaziano dalle nipotine emo che nel finale si trasformano in lolite rococò, alla sorella psicologa dotata di una pessima propensione all’ ascolto fino ad arrivare al fratello cocainomane e donnaiolo. Ma se questo non bastasse abbiamo anche il padre di Don Carlo impenitente rubacuori di badanti. Certo va detto però che, se si fa eccezione dei continui riferimenti sessuali che il film ha in maniera latente, è piuttosto contenuta la volgarità del film. Il soggetto iniziale (quello di portare in scena la crisi mistica di un missionario africano ritornato in patria a riflettere sul suo futuro) era sicuramente sufficiente. Ma la stesura successiva della sceneggiatura mostra evidenti segni di tracollo che tentano di essere colmati dalle gag e dalle battute spesso scontate o da momenti isterici nei quali i toni si alzano e il gesticolare ad ampie braccia domina le scene. Nascosta dietro tutto questo c’è la riflessione finale, peraltro poco realistica (un computer portatile che fa una videoconferenza in maniera scorrevolissima senza fili nel ben mezzo di un villaggio africano), di una società sempre più in preda al materialismo e ai finti valori più che impegnata nel volontariato e nell’ occuparsi dei problemi veri del terzo mondo. Detto in altri termini, in definitiva non c’è assolutamente nulla di veramente rivoluzionario e non politically correct nel personaggio del prete interpretato da Verdone: nessun segno di opposizione vera a quel buonismo smaccatamente cercato dai valori cristiani. Forse le tentazioni sessuali vorrebbero rappresentare l’ apice (secondo il regista romano) dei problemi di un uomo di fede ma a questo punto sorge spontanea la domanda: se la fede di un religioso è basata solamente sulle proprie sicurezze o dubbi in materia sessuale allora non basterebbe semplicemente diventar eremiti o asceti? Troppa superficialità, quella che non c’era in Compagni di Scuola o del già citato Maledetto il giorno che t’ ho incontrato. Anche se di risate si parla.

( Prete "svestito" e nipote emo con amica )
(Ecco a voi un prete alternativo che poi così tanto non lo è)
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16 gennaio 2010 di dylandave

- La Prima Cosa Bella – 2010 – ♥♥♥♥ -
di
Paolo Virzì
C’ era una volta la commedia all’ Italiana. Iniziare così a parlare di quest’ ultima opera del regista Livornese di Ovosodo sembrerebbe quasi una prefazione a un’ intenzione di volerne parlare male. Ma in realtà è proprio rammentare la nostra vera commedia italiana che credo bisogni fare quando ci si approccia alla visione di questo La Prima Cosa Bella. Perchè trovare dei parallelismi positivi con quel tipo di fare film, che si tuffava nella realtà di una società in maniera diretta e sincera, magari descrivendone dei ben delineati spaccati, qui nel film di Virzì è spontaneo. Erano altri tempi quelli, quelli in cui una donna di provincia subiva l’ incomprensione di un genere maschile spesso padrone e limitato mentalmente ai pregiudizi di paese o di città di provincia come Livorno è in questo caso. La protagonista è Anna (interpretata da Micaela Ramazzotti durante la sua giovinezza e da Stefania Sandrelli nella fase anziana), un personaggio che vive costantemente questa incomprensione, ma che nonostante tutto va oltre le lacrime, e con una straordinaria forza da quello che sente ai propri figli, consapevole di non poter loro offrire il più roseo dei futuri agiati. Il fulcro dell’ intero film è però la relazione di amore\odio che il figlio Bruno ( un ottimo Valerio Mastandrea) ha con la madre. Da un lato, come il padre non ne comprende la sua candida autenticità al limita del pudore secondo i pregiudizi del paese, ma dall’ altra ne invidia sicuramente il coraggio e l’ apertura alla vita, alle persone, al mondo. Tutto quello che lui nel suo piccolo e anche dopo la sua fuga da Livorno a Milano non riesce comunque ad esprimere nella sua vita. Virzì elabora il suo film su due diversi livelli temporali, quello della memoria, ambientato negli anni ‘70 e quello del presente fatto delle ripercussioni psicologiche di quello stesso passato. La fotografia dalle tonalità molto accese accompagna le riprese del passato riuscendo a immergere lo spettatore in un’ epoca caratterizzata proprio da una pellicola sgranata e dalle tonalità molto gialle. Le interpretazioni di tutti i protagonisti sono perfette e sincere e riescono a calibrare tutte le atmosfere del film senza mai eccedere nel melodrammatico. Ottimamente sfruttata la scelta di Micaela Ramazzotti e di Stefania Sandrelli nell’ interpretare un ruolo non sicuramente facile ma che le due attrici sanno ben rendere spontaneo; ma soprattutto sono capaci di donare coerenza al personaggio di Anna nelle due differenti età temporali. Eccellente Valerio Mastandrea che riesce in maniera efficace a liberarsi del suo naturale dialetto romanesco, donando qui al suo Bruno una parlata livornese spontanea che non fa di certo rimpiangere quella naturale dell’ Edoardo Gabbriellini (nel film il protagonista Piero) di Ovosodo. Un inno alla vita è la vera cosa bella che Virzì ci regala vedendo questo film: la capacità di comprendere che spesso è nella spontaneità e nella semplicità che forse si riesce a vivere meglio, liberi da quei pregiudizi e sovrastrutture che spesso la società ci impone. Un invito ad allontanarsi da quella tendenza moderna, e non solo, di aspirare alla fama e alla ricchezza, ritrovando nelle piccole cose e nei piccoli gesti l’ importanza di quel grande sentimento chiamato amore. Che non si compra con i soldi ma che è fatto molto spesso di spontaneità. Un’ ottima eredità anche del nostro buon vecchio cinema italiano (quello esente dalle politiche “d’ essai” dei cinepanettoni) che si spera con opere come questa possa donarci un futuro cinematografico italiano decisamente migliore. E questo 2010 con Virzì sicuramente si può dire che ci ha donato, cinematograficamente parlando, “la prima cosa bella”.

( Strappata via dal sogno del cinematografo)
(Ricordi d' Infanzia)
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14 gennaio 2010 di dylandave

- Il Riccio – 2010 – ♥♥♥ -
di
Mona Achache
Fù un caso letterario nel 2007 il sicuramente ben scritto “L’ Eleganza del Riccio” di Muriel Barbery. Aveva come suoi più smaccati pregi l’ eleganza (appunto) e la semplicità con le quali erano narrate le vicende di una portinaia di un lussuoso palazzo parigino, dall’ apparenza scontrosa ma che all’ interno celava una raffinatezza e una cultura senza eguali. Qualità certamente non viste dalla vacuità dei ricconi che popolano quel palazzo. Nel delicato romanzo della Barbery tutto viene narrato dal diario intimo di una piccola ragazzina tredicenne, Paloma (Garance Le Guillermic), che è in preda all’ ossessione del suicidio angosciata dalla sensazione di sentirsi come un pesce in una boccia di vetro. Il suo posto nel mondo e la sua prospettiva di vita saranno rivoluzionati dalle relazioni che intratterrà con Madame Michelle (una bravissima Josiane Balasko) e con il nuovo distinto inquilino giapponese Kakuro Ozu (Togo Igawa). Il film che non ha ricevuto i favori della scrittrice (sostanzialmente perchè ne ha venduto i diritti cinematografici all’ esordiente regista Achache ben prima che il libro avesse venduto migliaia di copie) riesce comunque a trasmettere i tratti penosi e sicuramente vuoti dell’ alta borghesia francese e a dipingere con convinzione il personaggio di Reneè Michelle aiutato sicuramente da una Balasko che con solo un accennato sorriso riesce a comunicare emozioni allo spettatore. Nascosta dietro le brutture di un fisico grassottello, un aspetto trasandato ben presto il suo personaggio riuscirà a mostrare al giapponese Ozu e alla piccola Paloma il suo cuore elegante e il suo doloroso trascorso. Certo nel film mancano tutte le dissertazioni e gli intermezzi filosofici che la scrittrice espone ma non per questo l’ esordiente regista non riesce ad imprimere al suo film un significato stilisticamente semplice ma emotivamente profondo. Quello che nel libro era un diario della piccola Paloma diventa qui una sorta di documentario visivo (la giovane riprende tutto con la vecchia videocamera del padre anziché scrivere sul diario) di quello che è il senso della vita secondo la tredicenne protagonista. La regista dà invece pochissimo spazio alla narrazione dal punto di vista di Madame Michelle, che nel libro viene invece maggiormente approfondita, relegandola a esprimere i suoi problemi solo nell’ intenso suo momento finale. La poesia delle frequenti citazioni letterarie qui raramente si ritrova (eccetto la citazione tolstoniana indispensabile per lo svolgimento del plot) e l’ elegia del momento della visione del film delle sorelle Munekata di Ozu che nel libro è tanto importante viene purtroppo sminuita dalla mancanza dei sottotitoli dell’ edizione italiana, impedendo così ai più di poterne capire la reale importanza di quel momento magico. Per il resto le atmosfere delicati e sensibili del libro sono perfettamente rese dalla mano della regista francese che arriva al cuore dei suoi spettatori sia che essi siano stati lettori del romanzo della Barbery, sia che si approccino alla visione orfani di esso. Il tocco francese c’è, anche se non è dei migliori ed è esordiente, ma si vede.

( Paloma sarà testimone dell' eleganza di Reneè)
( e Kakuro Ozu riuscirà ad aprirla all' amore)
Pubblicato in 2010, Drammatico | Contrassegnato da tag borghesia, francia, garance le guillermic, il riccio, intellettuali, josiane balasko, kakuro ozu, l' eleganza del riccio, libri, mona achache, muriel Barbery, parigi, recensione, reneè michelle, sorelle munekata, togo igawa | 1 Commento »
11 gennaio 2010 di dylandave

- Jennifer’ s Body – 2009 – ♦ -
di
Karyn Kusama
Dove è finita la credibilità? Se lo sta forse ancora chiedendo la giapponese Karyn Kusama che armata della procace Megan Fox dà luce a un teen horror fiacco e scontato che mischia argomenti standard da high school ed esoterismo finendo per creare un gran pastrocchio. E se la sceneggiatura è dominata dal binomio brutta vs bella la regista non riesce nemmeno con la macchina da presa o con la fotografia ad alzare il livello dell’ opera che resta invischiata più volte nel becero. Ciò che sorprende maggiormente è che la sceneggiatrice in questione è la brillante Diablo Cody che vanta di aver scritto un copione sicuramente ironico e molto interessante come quello di Juno. Infatti è dichiarato l’ intento di voler parlare del mondo dei teenager (ambiente consueto alla sceneggiatrice) ma è molto meno condivisibile la scelta di discuterne in toni così fortemente sboccati ed eccessivi. Il consumismo sessuale è ormai di moda tra i teenager americani ma il film decide lo stesso di restare molto pudico e sceglie di mostrarci una sensuale Megan Fox mai completamente spogliata ma solo truccatissima con tonalità di rosa e rosso così da renderla (secondo chi?) ancora più provocante. In realtà il risultato è che Megan Fox truccata così sembra uscita quasi da un videogioco tridimensionale rendendo il risultato ancor più fastidioso e irreale agli occhi di chi aspira un minimo di realismo. Il plot horror è sorretto da uno sfondo esoterico che vede la protagonista trasformarsi in una demone mangiatrice di uomini, ma nel vero senso della parola. Causa di questo maleficio come sempre è il rock, scontata causa demoniaca di molte possessioni dei movies. Ma proprio nell’ attimo in cui almeno tale rito poteva fregiarsi di essere l’ unica parte seriamente horror dell’ intero film ecco che ben presto questa sensazione viene smentita, proprio quando il leader della rock band che conduce il sacrificio demoniaco ci comunica che ha scaricato le procedure del suddetto rito da (difficile da credere!!) internet. Insomma il ridicolo non sembra avere mai fine in questa ora e mezza che spero non passerete in compagnia di questo film. Non sono esenti dal ridicolo neanche molte delle battute citate come quella che paragona le tette alle bombe intelligenti usate dal sesso femminile per abbattere gli uomini, o il “come sei succoso” proferito dalla protagonista poco prima di divorare la sua preda umana. Solo un breve attimo sembrerebbe salvare il tutto dal tracollo: nel finale quella telecamera di servizio che riprende la nuova killer demoniaca. Poi però si pensa che tale scelta è stata fin troppe volte usata e allora meglio i titoli di coda. In merito a Diablo Cody invece forse sarebbe meglio che si dedicasse interamente a una serie tv sicuramente molto più geniale: United States of Tara.

( Mi brucio la lingua un pò per gioco un pò per noia)
(Sei proprio succoso! Gnam!)
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9 gennaio 2010 di dylandave

- Hachiko – 2009 – ♥ e 1\2 -
di
Lasse Hallström
E’ abile Lasse Hallström, regista noto per il fortunato e sopravvalutato Chocolat, ad imbastire questa favola strappalacrime che trae spunto dalla vera storia di amicizia e fedeltà di un cane giapponese e del suo padrone avvenuta realmente durante la fine degli anni ‘20. Un cane di razza Akita che in quegli anni è stato insignito dai nipponici del fregio di eroe per aver atteso fedelmente il suo defunto padrone durante i 9 anni seguenti alla sua dipartita. E che il film sia stato confezionato con l’ unico scopo di commuovere lo si vede dalle sceneggiature innevate o dai frequenti primi piani del musino del simpatico cane protagonista che strappano tanti “che carino” dalla bocca di stuoli di giovani donne, e non solo. Come se non bastasse i toni del film diventano scena dopo scena sempre più mistici lasciando sempre sottointendere che i destini del cane e del professore interpretato da Mr. Gere siano legati da chissà quale strano fato o senso religioso. Il regista svedese adottato da Hollywood riesce perfettamente anche ad americanizzare una storia che ha tutto di giapponese (l’ amore tra uomo e animale è infatti un tema spesso sfruttato in opere nipponiche soprattutto per bambini), inserendo all’ interno partite di baseball, popcorn e hot dog. E alla fine il messaggio è ottimistico, positivo e decisamente smielato ma anche troppo palesemente dichiarato. Quelli che dovrebbero essere colpi di scena (come la morte del professor Gere) sono in realtà telefonati anche perchè dopo una prima ora nel quale non avviene sostanzialmente nulla a parte giochi e atteggiamenti complici tra cane e padrone ci si aspetta che debba a tutti i costi avvenire qualcosa di tragico che scuota le sorti piatte che il film fino a quel momento aveva. La colonna sonora del film (da pubblicità di cioccolatini!!) è però sicuramente l’ elemento più fastidioso del film: non sembra zittirsi mai e accompagna, ripetitiva, ogni sequenza forse per addolcire maggiormente i cuori più duri e restii a cedere alle emozioni. La sensazione per chi è cinefilo e non cinofilo è quella che da questa storia vera se ne poteva benissimo trarre un cortometraggio di maggiore sicura riuscita (almeno dal punto di vista artistico). Questo perchè il reale punto di forza del film sono le sequenze conclusive e l’ intera prima ora appare decisamente superflua. Le continue soggettive in bianco e nero, che vogliono assumere il punto di vista di Hachiko, se hanno lo scopo di rendere protagonista reale il cane diventano anche queste pretesto per instillare nello spettatore l’ emozione giusta che possa farlo giungere a pronunciare: ” Come è intelligente questo cane!!”. Va detto però che il cane protagonista è il vero valore aggiunto al film perchè riesce ad avere una mimica espressiva degna di un attore umano e in grado di sovvertire il noto detto dispregiativo spesso affibbiato agli attori non di talento (“Recitare come un cane”). Non me ne vorranno i cinofili o gli amanti degli animali, che sicuramente avranno trovato molto gradevole questo film (e come ripeto la sua confezione lo è certamente), ma credo che sia molto meglio se si vuole approfondire il tema uomo-animali guardare i capolavori d’ animazione del genio giapponese Miyazaki. Decisamente meglio.

( Baseball e popcorn con Hachiko...American Style)
( Io aspetto qui)
Pubblicato in 2009, Drammatico | Contrassegnato da tag buddismo, cane, chocolat, Giappone, hachiko, hayao miyazaki, hollywood, Lasse Hallström, recensione, richard gere, sentimenti | 1 Commento »
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